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Plastica e bioplastica

Le borse di plastica sono state sostituite da quelle in bioplastica

In Piemonte - e non solo - non si fa più la spesa con i sacchetti di plastica. La motivazione è semplice: le borse di plastica inquinano, perché resistono alle intemperie e rimangono inalterate per anni. Le borse abbandonate in mare (è vero) vengono scambiate per meduse dalle tartarughe del Mediterraneo, che le ingoiano e muoiono. Inoltre inquinano acqua e suolo, per non parlare dell’aria se finiscono nell’inceneritore.
È curioso che, nonostante il nome, i sacchetti non siano fatti di nylon. Il loro polimero è il polietilene, prodotto a partire dall’etilene, un gas combustibile che in particolari condizioni (polietilene ad alta densità) presenta eccezionali caratteristiche meccaniche, tanto da venir utilizzato per realizzare i cavi dei parapendii o le attrezzature alpinistiche.
Il principale problema del polietilene è la temperatura di fusione relativamente bassa, sufficiente tuttavia da non permetterne l’alterazione nelle normali condizioni ambientali. Insomma: sotto un accendino il polietilene si trasforma, ma abbandonato a terra rimane solido per anni. Da qui il problema ambientale e il conseguente divieto di produrre e vendere borse di questo materiale.
Il polietilene è stato sostituito, nella maggior parte dei casi, dal “Mater-Bi”, una materia plastica di nuova concezione, chiamata “bioplastica” perché biodegradabile e perché deriva da materie prime vegetali la cui decomposizione non produce sostanze inquinanti. Il Mater-Bi è stato inventato in Italia e italiani ne sono il brevetto e la casa produttrice.
I costituenti fondamentali sono amilosio e amilopectina, che costituiscono rispettivamente la fase amorfa e la fase cristallina tipicamente presentate dalle materie plastiche. Amilosio e amilopectina, a loro volta, vengono ottenuti dal mais con un processo di produzione indiretto.
Il Mater-Bi si presta alla realizzazione di molteplici oggetti, tuttavia, dopo un certo periodo a contatto con gli agenti atmosferici, si decompone, “mangiato” dai microorganismi. Questo vale anche per le altre bioplastiche ottenute con procedimenti e costituenti diversi.
C’è però un punto da tener presente. Il fatto che la decomposizione delle bioplastiche non produca sostanze inquinanti non vuole dire che non inquinino. Il semplice processo di produzione è di per sé inquinante, anche quando viene condotto (si spera) con il massimo rispetto delle leggi ambientali e con ogni cura possibile. Le borse devono raggiungere il supermercato su un mezzo di trasporto ed ecco un ulteriore fattore di inquinamento. Tutti i materiali che derivano da alimenti, come appunto il mais (o come un’altra bioplastica che proviene dallo zucchero) richiedono inoltre una sostituzione di campi coltivati per uso alimentare con campi coltivati per uso industriale, il che causa problemi a livello globale, perché toglie spazio alla produzione alimentare, induce alle monocolture e modifica i prezzi di mercato. Anche in questo caso, la vera soluzione all’inquinamento è prima di tutto il riuso e poi il riciclo. Come per le borse, dove quelle di stoffa sono diventate uno status symbol, è arrivato il momento di ridurre i consumi per gli altri prodotti di plastica.

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