Cambio nome e divorzio in Italia

Buongiorno, ho sentito dire da un’amica che una sua amica ha cambiato il nome di battesimo all’età di 37 anni. Secondo la prima amica non è stata una cosa difficile: è bastata una visita all’anagrafe con dei testimoni. Il mio nome non mi piace e mi sono sempre fatta chiamare con un diminutivo, ma quando tiro fuori i documenti mi vergogno. L’idea di formalizzare il diminutivo e cancellare il nome di battesimo mi farebbe felice, ma non so cosa si deve fare. Grazie!

Milly

L’art. 89 del D.P.R. 396/2000 stabilisce che “chiunque vuole cambiare nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare cognome perché ridicolo o vergognoso o perché rivela origine naturale, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza…”. La domanda si presenta in carta bollata allegando, a corredo della stessa, una dichiarazione con cui si autocertifica il luogo e la data di nascita, la residenza, lo stato civile e la cittadinanza (si possono anche richiedere tutti i relativi certificati in Comune) nonché ogni qualsivoglia documentazione utile a giustificare la richiesta di cambiamento di nome. Chiunque rivesta un interesse rilevante in questa decisione (marito, parenti e via dicendo) deve dare il proprio assenso. Il Prefetto provvederà con decreto che verrà annotato a margine dell’atto di nascita e di matrimonio. Potrai trovare ogni informazione utile, e scaricare i modelli necessari, sul sito www.interno.it alla pagina “Come fare per”.

 

Salve, sono la compagna di un uomo separato. Ci amiamo e abbiamo un figlio di un anno e mezzo, ma l’ex moglie (che ha da tempo una storia con un altro uomo) sta trascinando il mio compagno in una dolorosa quanto inutile separazione giudiziale, per ragioni puramente economiche e per rancori personali. Non c’è possibilità di soluzione, è una cosa che andrà avanti all’infinito e che toglie a noi (e anche a lei!) la possibilità di regolarizzare le nuove famiglie. Ho letto su un giornale di una donna che ha vissuto un simile dramma e ha trasferito la residenza in Inghilterra. Dopo sei mesi ha ottenuto il divorzio. Sarà vero?

L’art. 706 del Codice Civile statuisce che “la domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi oppure, in mancanza di questo, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio… Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero… la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica”. Il dettato della legge è insomma assolutamente limpido: si divorzia in Italia. Non so chi possa aver riferito la notizia del divorzio breve all’estero; certo è che la norma esclude una tale possibilità e anche a rigor di logica non ha ragion d’essere: in caso contrario infatti, chiunque potrebbe trasferirsi in uno stato estero, magari dopo aver verificato qual è la legge sul divorzio più confacente alle proprie necessità. A voler fugare ogni dubbio, anche la Legge 218/1995 (che regola i rapporti di diritto internazionale privato tra cittadini italiani e stranieri) afferma all’art. 32 che “in materia di separazione personale la giurisdizione italiana sussiste anche quando uno dei coniugi è cittadino italiano o il matrimonio è stato celebrato in Italia”.

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