Il benessere animale

Animali stipati in spazi angusti e opprimenti, trattati in modo disumano, fatti crescere il più velocemente possibile non importa come, imbottiti di ormoni e antibiotici? È questo il prezzo da pagare per portare la fettina in tavola? E se l’industria si spinge così lontano per soddisfare la richiesta di tanta carne a prezzi bassi, è il consumatore che può fare la differenza e rifiutarsi di esser complice di un sistema distorto.

Sempre più si sente parlare di benessere in merito all’allevamento degli animali, ma di cosa si tratta precisamente? Ce ne parla Elisa Bianco, dell’associazione CIWF Italia Onlus, affiliata all’organizzazione internazionale Compassion in World Farming: “Noi ci occupiamo nello specifico del benessere degli animali di allevamento – racconta – . Per benessere animale intendiamo in generale che l’animale viva in una condizione di benessere fisico e di benessere psichico, e che gli sia garantita la possibilità di esprimere i suoi comportamenti naturali, come il becchettare per i polli o il grufolare per i suini. C’è poi un’altra definizione più scientifica di benessere animale, che fa riferimento a cinque libertà che dovrebbero essere garantite: libertà dalla fame e dalla sete, libertà dal dolore e dalle malattie, libertà di avere un ambiente fisico adeguato, libertà di esprimere i propri comportamenti specie-specifici e libertà dalla paura e dal disagio”.

Miglioramenti progressivi
Come vi impegnate per promuovere questi temi nel mondo dell’industria alimentare? “CIWF si muove principalmente in due direzioni, c’è una parte di comunicazione e sensibilizzazione rivolta al pubblico generale e una parte di rapporto con le aziende del settore alimentare: con loro elaboriamo piani di sviluppo per promuovere miglioramenti progressivi nelle filiere di prodotti animali. Nel fare questo, al momento ci concentriamo sulle specie maggiormente allevate, come le galline, i suini, le vacche da latte, i polli da carne e i conigli. Come Settore Alimentare, lavoriamo in tutta Europa, Stati Uniti e Cina, paesi in cui c’è una grande differenza di sensibilità al tema del benessere animale. Il consumatore italiano è molto attento e anche diverse aziende stanno facendo passi avanti nella giusta direzione.

Quando lavoriamo con un’azienda alimentare sviluppiamo piani diversi a seconda del tipo di allevamento in questione, perché ovviamente a seconda delle specie allevate e delle dimensioni della filiera, ci possono essere esigenze o priorità diverse. Si tratta molto spesso di piani pensati su più anni, perché per promuovere un miglioramento progressivo che sia stabile nel tempo è necessario considerare moltissimi aspetti diversi e far sì che tutti gli attori della filiera siano parte del cambiamento. Per dare il giusto riconoscimento alle aziende virtuose abbiamo ideato i Premi Benessere Animale, ciascuno dei quali risponde a criteri specifici di benessere. Il nostro obiettivo è riuscire a portare le aziende con cui collaboriamo a raggiungere i criteri dei Premi, con la più ampia visione a lungo termine”.

Comunicazione al consumatore
Che strumenti ha un’azienda per raccontare al consumatore la propria attenzione al benessere degli animali che alleva? “Questo è un punto molto delicato, perché al momento l’unica informazione che può essere riportata in etichetta è quella sull’origine geografica del prodotto. Ma questa informazione per noi non è sufficiente se non viene accompagnata anche dall’indicazione del metodo di produzione. Per ora solo le uova in guscio recano sulla confezione le informazioni sui metodi di allevamento delle galline e sono informazioni rilevanti, che influenzano molto il consumatore al momento della scelta. Questa dicitura, purtroppo, non deve essere riportata sui prodotti che utilizzano le uova come ingrediente: biscotti, maionese o pasta all’uovo. Nel caso della carne, invece, quasi non esiste dal punto di vista legislativo un’indicazione che possa essere riportata in etichetta per distinguere un tipo di allevamento rispettoso del benessere animale, che non sia per forza biologico. Se si limita alle etichette, il consumatore ha pochi strumenti che lo guidino nella scelta e pare quasi che non esista una via di mezzo tra il biologico e il generico. Un produttore virtuoso deve fare ricorso ad altri mezzi per spiegare quello che lo distingue dagli altri, e trovare da sé un modo efficace di comunicare quello che di buono fa in questo campo, premurandosi di farlo attraverso il maggior numero di canali possibili”.

Conigli in gabbia
Per ogni animale esistono dei criteri specifici di benessere, puoi farci qualche esempio concreto? “Prendiamo per esempio il caso del coniglio, un animale che solo da quest’anno fa parte del programma dei nostri Premi. Non sono in molti a sapere che anche i conigli sono allevati in sistemi intensivi e che l’Italia è il secondo produttore mondiale di carni di coniglio: è dunque importante monitorare il modo in cui viene trattato. Uno dei problemi dell’allevamento di conigli è che la quasi totalità degli animali è costretta in gabbia, compresi quelli biologici che solo a partire dal 2017 dovranno rimanere liberi. Partendo da questi presupposti, abbiamo elaborato dei criteri specifici per il Premio Good Rabbit: la possibilità che l’animale riesca a esprimere il suo comportamento naturale (dando per esempio loro oggetti da rosicchiare e tubi in cui nascondersi), che vengano allevati in gruppo in recinti senza copertura superiore invece che in gabbia, e con un pavimento confortevole, non in rete metallica. Per ottenere questi risultati ci vuole impegno, ma per fortuna tanti esempi ci dimostrano che è possibile”.

Per concludere, cosa consiglia a una famiglia sensibile al tema che voglia orientare le proprie scelte di conseguenza? “Informarsi, conoscere, chiedere. I produttori che lavorano bene cercano di comunicarlo: chi li cerca li trova!”.

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