Mamma e chioccia

Gentile dottoressa, sono la mamma molto chioccia di un bimbo di 7 anni. Lo lascio malvolentieri a dormire dai nonni e quasi mai dagli amichetti. Le notti in cui lui non è in casa sono triste, dormo male, immagino che lui mi cerchi. Lui, invece, è un bambino sereno, ama la compagnia e gli piace stare con gli altri. Con i suoi amici vorrebbe fare un campo estivo a luglio, per una settimana in un rifugio in montagna. Razionalmente mi sembra una bellissima esperienza. Dentro di me sento però montare l’ansia della separazione: all’idea di stare lontani per una settimana mi sento nervosa, agitata. come posso superare questa ansia?
Isabella

Cara Isabella, la ringrazio per il suo intervento di grande utilità. La situazione che mi presenta è molto più comune di quanto si pensi. Abitualmente sono i bambini ad avere difficoltà di separazione dai genitori: non vogliono andare all’asilo, pretendono di dormire nel lettone di mamma e papà e sono pianti disperati se l’adulto si allontana. Questo comportamento ha a che fare con un’atavica paura dell’abbandono dei piccoli che si percepiscono impotenti di fronte alle cose nuove. Tuttavia – altrettanto spesso – siamo noi genitori a non riuscire a separarci da loro. È questo un aspetto che coinvolge soprattutto le mamme: l’ansia che lei prova al pensiero di non avere accanto il bimbo ricorda quanto investimento emotivo lei abbia riposto su di lui, quanto la sua identità di donna sia legata al ruolo di “mamma-chioccia”, come giustamente ha sottolineato. Se è indiscutibile il bisogno del bambino nei primi anni di vita di avere vicino la mamma, spesso la prossimità della diade rimane a lungo, tanto che è il genitore ad accorgersi di non poter fare a meno del piccolo. Questa “preoccupazione primaria” è utile inizialmente dal punto di vista evolutivo perché consente alla mamma di rispondere ai bisogni del bambino e sintonizzarsi con essi. Tuttavia, con il passare del tempo, la mamma e il bambino hanno bisogno di riconquistare una propria autonomia affettiva. Se la mamma non lascia andare il bambino, non gli permette di essere autonomo nella vita perché sente che la mamma ha bisogno di lui. È importante sapere che la più grande preoccupazione del bambino è che i genitori stiano bene: se il piccolo avverte che la mamma non sta bene per il fatto stesso che egli si allontani da lei, tenderà a rimanere nel nido. Questo è molto frequente nei casi di separazione coniugale o di decesso di uno dei genitori: il bambino si affianca all’adulto per proteggerlo e condividere il dolore della perdita. L’eccessiva vicinanza, soprattutto quando è legata alle difficoltà del genitore, non fa bene: il bambino si vedrà sempre come “il piccolo della mamma” e avrà difficoltà a diventare autonomo emotivamente; la mamma da parte sua si identifica troppo nel ruolo materno, tralasciando la donna che è in lei.
Occorre ricordare che la crescita comporta inevitabilmente separazione: a partire dalla nascita l’organismo umano e il suo mondo emotivo funzionano per fusioni e separazioni. Pensiamo alla necessità che al termine della gravidanza il bambino venga espulso dall’utero per garantirne la sopravvivenza, o ancora al processo di divisione e riunificazione del materiale cellulare oppure alla funzione dell’intestino crasso di separare ciò che serve da ciò che deve essere eliminato. Lo stesso vale sul piano emotivo: il bambino ha bisogno di separarsi e di acquisire una sua identità e un suo posto nel mondo. Cara Isabella, posto che la separazione è un modo di funzionare della natura, è importante imparare a trasformare l’ansia della separazione da nemica ad alleata: la sua presenza è un segnale di quanto sia difficile lasciare andare il bambino e della necessità che un volto diverso della donna che c’è in lei si esprima. La donna ha bisogno di vivere la sua femminilità in tutti gli aspetti. Troppo spesso invece dopo il matrimonio ci si identifica esclusivamente nel ruolo di madre, dimenticando il piacere di un momento per sé, la sensualità, gli interessi e il rapporto di coppia. Bisogna trovare un equilibrio tra le tante donne che abitano in te provando a dare il microfono a ognuna, senza temere – quando sono altre dee al di fuori di Demetra (la mamma per eccellenza) ad abitarci – di non essere una brava madre. Penso ad esempio al diritto di Artemide (amante della libertà) o Atena (donna in carriera) o Afrodite (la donna erotica) di abitarci e avere anch’esse cittadinanza a casa nostra! Certamente questo sarà più facile con il contributo di un papà – anche lui dai molti volti – che si occupi alla pari delle attività quotidiane, consentendo alla donna di prendersi cura di sé. Solo così il campo estivo non farà più paura e il bambino sentirà che ha via libera nella crescita.

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