Mamma, ho un amico immaginario

Chiunque abbia visto Inside Out, uno degli ultimi capolavori della Pixar, ricorderà Bing Bong, l’amico immaginario della protagonista, un elefantino rosa che piange lacrime di caramelle e che alla fine (tra le nostre vere lacrime di commozione) si sacrifica per lei.

L’amico immaginario esiste ed è un poco temuto dai genitori: viene da pensare che questa fantasia sia segno di fragilità e vulnerabilità.

Non bisogna preoccuparsi: l’amico immaginario è un’esperienza frequente, soprattutto nelle famiglie con un figlio unico o con fratelli con diversi anni di differenza.

Quest’amicizia, apparentemente strana, si esprime dopo i tre anni di età, quando il bambino sviluppa le caratteristiche cognitive ed emotive che portano alla piena espressione delle sue fantasie. L’amico immaginario non è un segno di disagio psicologico. È piuttosto una strategia creativa che spesso, ma non sempre, viene messa in atto per sperimentare l’amicizia e la socialità.

È comunque segno di un sano sviluppo simbolico e dovrebbe preoccupare i genitori solo nei rari casi in cui il figlio si isolasse eccessivamente dagli amichetti. Gli amici immaginari sono di grande aiuto perché possono anticipare (ma non sostituire) le relazioni tra coetanei. Insieme a questa specifica fantasia compaiono generalmente anche due nuove espressioni positive: l’umorismo e l’empatia.

Nello sviluppo psicofisico dei bambini la fase del gioco simbolico si presenta a partire dai due anni (per esempio quando il bambino gioca a fare finta di mangiare e lo fa magari con dei ritagli di carta). Dai tre anni il bambino estende il gioco simbolico dagli oggetti agli animali, fino ad arrivare alle persone.

In questa evoluzione di creatività, dopo le macchinine e l’orsacchiotto talvolta si arriva all’amico immaginario. Significa che il bambino non ha più bisogno di un oggetto concreto da toccare, è sufficiente averlo in mente e pensarlo.

Inventare un amico immaginario è dunque una capacità mentale simbolico-astratta che coinvolge l’intelligenza creativa e che segnala il bisogno di intimità. Spetta al genitore saper rispettare l’individualità del figlio.

Sarà utile non fare domande invadenti (spesso gli amici immaginari si dissolvono quando gli adulti parlano troppo di loro), non ironizzarlo né – errore opposto – prenderlo troppo seriamente, poiché il gioco del bambino ha sempre un equilibrio delicato tra “far finta” e “per davvero” e spetta al bambino calibrare correttamente il peso. Nell’amico immaginario il bimbo rappresenta una parte di sé e fa esperienza dei suoi bisogni. Lo fa quando avverte la necessità di avere compagni reali e buone relazioni, ma prova difficoltà nello stringere amicizia.

Le conversazioni con l’amico immaginario servono a esercitarsi, a sostenere l’autostima e anche a prepararsi al confronto con la vita reale. Origliando discretamente i discorsi tra i due, i genitori possono trarre buoni suggerimenti sul modo di comportarsi con il figlio in questo nuovo e particolare processo di adattamento.

Non bisogna dispiacersi perché ci si sente messi da parte rispetto al nuovo mondo interno del proprio figlio: la naturale gelosia e difficoltà che si prova quando si vede che i figli si emancipano dai genitori si compensa ricordando che è la conquista di una nuova autonomia.

Gli amici immaginari hanno anche altre funzioni. Alle volte sono una specie di io ideale, quello che il bambino vorrebbe essere e ancora non è. Altre volte rappresentano le parti negative e cattive del suo modo di essere, una strategia per oggettivarle e prenderne contatto. Può essere un modo per identificarsi in bambini che cercano di sopraffarlo. Oppure ancora rappresentare un semplice portavoce per dirsi, e per dire, con rassicurante distacco, i propri bisogni.

Quando l’amico esaurisce le sue molteplici e preziose funzioni, scomparirà. Il bambino sarà allora pronto a un nuovo avanzamento nel suo processo di crescita verso l’età adulta.

Omar Fassio è psicologo, psicoterapeuta e docente.

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