Pedala!

“La vita è come andare in bicicletta: se vuoi restare in equilibrio, devi muoverti”. Imparare ad andare sulle classiche due ruote è una tappa obbligata dell’infanzia, un momento importante, per i figli come per i genitori. Per il bambino è il primo mezzo di trasporto autonomo, per la mamma, il papà o l’insegnante è un grande aiuto per introdurre i piccoli all’ecologia e al Codice della Strada. Per tutti è un gran divertimento: andare in bici è un modo sano per esplorare il mondo, per osservare in movimento tutto quello che ci circonda, dalle vie familiari del proprio quartiere fino alle piste ciclabili dei parchi urbani o ai sentieri immersi nella natura.

Perché non pensare alla bici come uno sport? Sono numerosissime le squadre di ciclismo, così come tanta è l’attività promozionale di ogni comitato regionale della Federazione Ciclistica Italiana. Il ciclismo è lo sport più diffuso in Italia dopo il calcio, ma a differenza di quest’ultimo “non esiste la panchina, si è sempre tutti protagonisti”. A dirlo è Nino Dabbene, responsabile attività giovanile, che spiega: “Si può scegliere essenzialmente tra due tipologie, Strada e Mountain-bike, spesso abbreviata in MTB. La prima disciplina si pratica con la bici da corsa e si partecipa a gare in circuito, a percorsi di abilità sull’asfalto e a gare di velocità. Nella Mountain-bike, invece, si compete su sentieri non asfaltati, prati o boschi”.

È vero che il ciclismo è uno degli sport che meglio sviluppa la coordinazione del bambino? “Il ciclismo sviluppa la combinazione dei movimenti, il ritmo di reazione, la coordinazione oculo-muscolare e anche le capacità di differenziazione, equilibrio e orientamento. Al di sopra di tutto, – sottolinea con passione Nino – l’aspetto più importante è che la bicicletta insegna la fatica, il sacrificio, cosa significa salire e scendere, non solo sulle strade di montagna, ma anche nelle fortune e nei dispiaceri della vita. Spesso sono gli stessi ciclisti a dichiarare che il nostro sport contribuisce a sviluppare l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità, ottime armi per superare le difficoltà. Quando la strada diventa ripida, i muscoli fanno male e sembra che gli altri vadano più forte, solo chi crede fermamente in se stesso riesce a superare la crisi, a resistere o insistere, per rimanere o per portarsi nel gruppo dei primi”.

Non è troppo faticoso per un bambino? “Tutto è a misura di bambino. Ci si può tesserare a partire da 5 anni, ma fino a 7 non si partecipa ad attività agonistiche. Gli allenamenti durano normalmente una o due ore e si svolgono un paio di volte la settimana. La Federazione è molto attenta a proteggere i bambini da uno sforzo fisico eccessivo. Ci sono studi specifici, si è imposto l’uso di rapporti agili (pesantezza della pedalata) per non danneggiare la muscolatura. Si scelgono poi ovviamente distanze che i mini velocipedisti possono affrontare facilmente. Inizialmente si insegna la padronanza della bici, con percorsi di abilità (gimkane), e ad affrontare gli eventuali ostacoli (curve pericolose, strettoie, volate di gruppo). Dopo questa prima fase si passa ad allenare il giovane atleta perché porti a termine una gara su una certa distanza che, su strada, va da 3 a un massimo di 18 chilometri, a seconda della categoria, oppure dai 5 ai 20 minuti nella MTB”.

È pericoloso? “Assolutamente no, sbucciature a parte. La pericolosità è limitata al pericolo di cadute. Le gare e gli allenamenti si svolgono solo su percorsi chiusi al traffico automobilistico. Basta utilizzare le dovute protezioni: casco, scarpe giuste, ginocchiere e gomitiere. Per quanto riguarda il discorso doping, è un fenomeno che purtroppo esiste in tutti gli sport, ma la Federazione Ciclistica è quella che lo combatte in modo più efficace. I controlli sono a livello maniacale, spesso a sorpresa e anche nelle categorie Esordienti, un’attenzione che non c’è negli altri sport. Questo sforzo però non viene mai evidenziato, forse perché non fa notizia”.

È uno sport individuale? Si favorisce in qualche modo la socializzazione? “È vero che ognuno corre per sé, ma gli allenamenti si fanno assieme ai compagni di squadra. Non dimentichiamo che può rappresentare un momento di condivisione familiare importante. Nelle categorie Giovanissimi, per esempio, i genitori sono importanti perché i bambini si sentono molto più sicuri con loro accanto. Col passare del tempo si creano amicizie tra i ragazzi e le famiglie e la gara diventa solo una scusa per ritrovarsi e passare la giornata all’aria aperta”.

[Tatiana Zarik]

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