Visita ad Expo 2015 con bimbi a bordo

Expo 2015 è stato, che sia piaciuto o no, uno degli eventi clou dell’anno. Ora che siamo agli sgoccioli (Expo chiude a fine ottobre) inizia la conta di chi ci è stato e chi no, di chi era contrario e non ha voluto andarci e di chi invece ne è stato entusiasta. Anche GG è stato ad Expo, e c’è stato con l’ottica che lo contraddistingue. Per questo motivo abbiamo visitato Expo facendoci una domanda formato famiglia: come reagirà all’Expo un bambino che la visiti accanto a un adulto che lo sollecita a cogliere il più possibile (compatibilmente con l’età…) da quanto vede, sente, annusa, assaggia?

È proprio per rispondere a questa domanda che mi sono imbarcato nell’avventura in compagnia di un bimbo di 8 anni (nonché figlio del cronista). La motivazione di base era la convinzione che un’occasione come Expo potesse aiutare il fanciullo a capire qualcosa in più del mondo. La sfida era quella di superare alcuni ostacoli oggettivi. Innanzi tutto quello fisico: Expo 2015 è stata realizzata su un’area sterminata, il Decumano è lungo un chilometro e mezzo e percorrerlo tutto richiede che il figlio (e in realtà anche il genitore) sia un minimo motivato (e dotato di una certa resistenza fisica). Inoltre Expo è molto visitato in questi ultimi mesi, e questo comporta le problematiche tipiche dell’affollamento, a partire dalle onnipresenti code. Ma l’ostacolo oggettivo più importante si riflette in un dubbio (e la cui risposta ovviamente verrà svelata solo alla fine – non vale saltare in fondo): Expo 2015 è a misura di bambino? Ovvero, i contenuti di Expo sono comprensibili e accessibili anche ai bimbi? Questo ovviamente fatte salve le iniziative pensate e realizzate apposta per i bambini (troppo facile): l’idea di fondo è che un padiglione realizzato in maniera (almeno un po’) geniale dovrebbe avere una parte dei contenuti (se ve ne sono) accessibile anche ai più piccoli e non solo ai genitori o ai nonni. Proprio con questa domanda siamo saliti in treno per andare a visitare Expo 2015.

Dentro i cancelli
L’accoglienza per chi arrivava ad Expo dalla stazione è spettacolare: subito dopo aver superato i cancelli (e la fila) la prima visione è quella del corteo di statue “arcimboldiane” sullo sfondo del padiglione 0 (Zero). Tutto invita alla foto ricordo. Proprio il padiglione 0 merita una prima annotazione. Bellissimo architettonicamente, scenografico, racconta tantissime cose ma con uno stile concettuale che da un bambino non è così fruibile. Tuttavia alcuni passaggi (come la Borsa mondiale del cibo) con un po’ di tranquillità si possono far cogliere. La spettacolarità resta impressa, così come la sala del grande plastico che mostra l’evoluzione dalla civiltà agricola a quella industriale.

Expo riflette
Proprio la descrizione del padiglione 0 porge il destro (come si diceva un tempo) per introdurre un tema cruciale per dare una valutazione di Expo 2015: quello della riflessione sui temi dell’ecologia, dell’ambiente, delle risorse, della disuguaglianza. Si è letto che Expo non è un luogo dove riflettere, o almeno venire informati, su questi temi. Questo non è del tutto vero ed elementi di riflessione sono presenti in numerosi padiglioni. Certo, la qualità della riflessione non è costante e le motivazioni per cui è stata offerta non sono sempre le stesse. In alcuni casi è sembrato che sviluppare questi temi avesse un ruolo strumentale. Ovvero, utilizzare una parte del padiglione per parlare di ecologia può essere servito per i padiglioni di quei popoli i cui i piatti nazionali da mostrare sono pochi (leggi: cucina nazionale non particolarmente variegata) o per quelli che non avevano messo in atto importanti politiche specifiche, legate al cibo, di cui parlare. In altri padiglioni nazionali invece le tematiche sono declinate bene e con un legame stretto alla cultura alimentare locale. C’è stato chi ha sfruttato come testimoni agricoltori o piccoli produttori attivi per il recupero di colture tradizionali o sostenibili. O chi ha promosso tecniche di produzione per permettere a una fetta più vasta di popolazione mondiale di accedere al cibo. O, infine, chi ha mostrato le ricchezze delle produzioni alimentari non tralasciando di evidenziare l’importanza del ruolo femminile. Altri padiglioni hanno privilegiato (dal punto di vista contenutistico) la descrizione dei progetti di sviluppo messi in atto per favorire la redistribuzione dei beni alimentari. In molti casi la visita permette di fare una passeggiata che riassume in qualche decina di metri la geografia e le diverse culture alimentari di una nazione. E i bimbi?

“Contenuti multimediali disponibili”
I bimbi sono rimasti affascinati da quel che hanno visto. L’impressione è che Expo abbia giocato la sua carta più forte nella spettacolarità, nelle architetture ardite e nel presentare “cose belle da vedere”, a scapito dei contenuti. Sicuramente molte cose belle, e che grandi e piccini ricorderanno a lungo, all’Expo si sono viste. L’insieme però è… frastornante. I contenuti si colgono bene, manco a dirlo, quando è prevista una interazione “multimediale”. L’enorme pannello touch screen su cui è possibile trascinare i cibi per scoprirne le caratteristiche; il pannello touch che permette di sapere cosa e dove il paese esporta in giro per il mondo, i piccoli pannelli per guardare video didattici sulle problematiche ambientali: questi e altri “trucchi” hanno reso più semplice (o meno difficile?) la fruizione.

Ovviamente, l’Expo è stata anche flop
I “flop” di Expo 2015 sono stati presentati da numerose fonti e, quindi, anche quelli che non ci sono stati qualcosa lo sono venuti a sapere. È bene tenere presente che l’Expo è stato un evento mondiale (o quasi) e che non tutti i paesi partecipanti sono soliti ospitare o anche più semplicemente partecipare a eventi che hanno un taglio “da Nord del mondo”. Anche il piccolo visitatore si è accorto in fretta che molti padiglioni presentavano un’offerta un po’ opinabile, non del tutto all’altezza. Alcuni casi di padiglioni “maggiori” ridotti a mercatini di prodotti tipici o presunti tali sono stati eclatanti. I problemi si sono presentati in maniera più sistematica per i piccoli padiglioni dei cluster (riso, caffè, cereali, paesi aridi) che in generale avevano meno spazio e, soprattutto, meno soldi per l’allestimento. Alcuni hanno ovviato a una quantità minore di contenuti da presentare, o alla minore abilità nel valorizzare quelli presenti, con la presenza di personale abile nel comunicare le peculiarità, le bellezze e anche le problematiche del proprio paese. Una critica mossa è la poca rappresentatività. Ovvero, Expo è stato un piccolo giro del mondo in dodici ore, ma è stato il giro di un mondo finto, ovattato, in cui le cose brutte non si vedono. Questo è in gran parte vero; è altrettanto vero però che ciascuno tende a mostrare quel che di bello c’è a casa. Il risultato non è oggettivo e non lo è stato nemmeno a Expo. Tra i flop ci mettiamo anche una categoria di padiglioni: quelli che hanno puntato sulla spettacolarità, come peraltro quasi tutti, un po’ fine a se stessa, o totalmente slegata dai contenuti di Expo. Insomma, uscendo da alcuni padiglioni ci è capitato di dire “Bello, proprio bello… Ma che c’entra col nutrire il pianeta?”.

Expo promossa o bocciata?
Tirare le somme parlando di un evento come Expo non è facilissimo. La domanda che aleggia nell’aria è quella che in tanti si sono fatti: promossa o bocciata? La risposta è: né l’uno né l’altro. Expo è stato un evento storico, controverso e controvertibile sotto tanti punti di vista. Per quel che abbiamo potuto vedere non è stato un evento strettamente “educativo-culturale”, ma comunque, utilizzato cum grano salis, una kermesse con molte potenzialità. Sicuramente qualcosa che verrà ricordato da chi lo ha visitato per tanti bei motivi. Il dubbio che rimane, innanzitutto per i piccoli ma anche per i più grandicelli, è: ma adesso ne sapete davvero qualcosa in più? Per noi sì. Poco, ma sì. La “misura di bambino” è stata una caratteristica non sempre presente: l’obiettivo è stato solo in parte raggiunto. D’altra parte si trattava di un obiettivo non semplice: il pargolo comunque è uscito dall’Expo stanco ma felice.

In Svizzera è finita l’acqua
Il padiglione svizzero è svizzero a tutti gli effetti. Oltre alla sezione realizzata in compartecipazione (culturale) con importanti imprese svizzere, a presentare in altre sale esposizioni che mettono in evidenza (surrettiziamente, ma non troppo) la posizione centrale della Confederazione nella geografia europea, agli ingressi delle diverse sezioni sono posizionati tornelli contapersone, per superare alcuni dei quali sono necessari biglietti numerati. Al centro del padiglione ci sono quattro torri in vetro e metallo, minimaliste e scenografiche. E proprio per accedere a queste torri (che paiono essere l’attrazione principale del padiglione) ci sono i tornelli che si aprono con i biglietti. Per visitarle fortunatamente siamo stati tratti in salvo dal nostro pass “media”: a metà pomeriggio infatti i biglietti erano già esauriti. L’incauto visitatore che giudicasse l’Expo unicamente una occasione di svago e distrazione farebbe fatica a capire il successo di queste torri e di quanto contengono. Al di là degli oggetti presentati nelle stesse il contenuto più importante è stato sicuramente una occasione di riflessione sulla caducità delle risorse naturali, sulla loro distribuzione ineguale e, soprattutto, sugli effetti dei nostri comportamenti nei confronti del resto dell’umanità.

Ciascuna delle quattro torri contiene una risorsa alimentare importante per la Svizzera. La prima è il caffè solubile, di cui la Svizzera è il maggior esportatore mondiale. La seconda le mele, anche questa una produzione importante per quantità e biodiversità, Guglielmo Tell insegna: in Svizzera esistono 1500 varietà diverse di mele. Nella terza torre c’è il sale: in Svizzera come a Torino e Milano non c’è il mare, ma le miniere di salgemma coprono il fabbisogno nazionale e permettono l’esportazione. E infine nella quarta e ultima torre acqua (questa per ora si trova abbastanza in abbondanza su tutte le Alpi) sotto forma di simpatici bicchieri in plastica multicolore riciclabile da cui si può attingere a due rubinetti. E no, non c’era il formaggio coi buchi e nemmeno la cioccolata. Le torri erano suddivise in quattro piani ciascuna e ognuno dei piani era pieno delle suddette risorse alimentari: bustine di caffè, pacchettini da venticinque grammi di zucchero, bustine di mela essiccata in fette, bicchieri. Ogni visitatore poteva portare via quanto voleva da ciascuna delle torri: bustine di caffè solubile, bustine di fette di mela essiccate, pacchettini cubici di salgemma, simpatici bicchieri multicolori.

Ora, dov’è il trucco? Dov’è l’interesse? Si potrebbe dire “nel pavimento”. Ogni torre ha quattro piani, ma all’inizio dell’Expo solo il più alto era accessibile. Man mano che i piani si svuotavano un meccanismo permetteva al pavimento di scendere e rendere accessibili i piani inferiori. Ma c’è un ma. I quattro pavimenti delle torri erano collegati fra di loro, per cui per poter scendere di un piano era necessario che tutte e quattro le risorse alimentari fossero esaurite. Morale della favola, quando abbiamo visitato l’Expo i pavimenti erano al terzo piano, c’era una discreta abbondanza di caffè solubile, una grande abbondanza di sale ma le mele e i bicchieri erano da tempo esauriti. Il tutto con grande scorno del piccolo visitatore, che in quella occasione ha iniziato a capire qualcosa dell’interdipendenza tra le scelte degli umani. È un po’ quello che i Romani (antichi) sintetizzavano con “mors tua, vita mea” e che oggi più umanamente decliniamo al contrario: “se esagero, chi viene dopo di me rimane fregato”. Gli efficientissimi ragazzi del padiglione hanno calcolato con svizzera precisione quanto tempo sarebbero durate le risorse in funzione del numero di oggetti (bustine, bicchieri) che ciascuno si portava via.
Insomma, le torri del padiglione svizzero sono state una vera occasione di educazione esperienziale. È sperabile che i bambini che hanno vissuto lo scorno di non trovare i bicchieri e le mele siano stati tanti e che ne portino con sé il ricordo quando si tratterà di scegliere quante risorse consumare di questo o quel bene comune. Dopo un mesetto siamo tornati a visitare il padiglione svizzero e finalmente abbiamo preso i bicchieri. Uno ciascuno e non di più: l’esperienza ci ha insegnato qualcosa.

[Ugo Finardi]

Iscriviti alla newsletter

X