La Giornata Internazionale dell’educazione e un’occasione per riflettere sulle disuguaglianze educative globali, sulle sfide ancora aperte e sulla necessità di garantire a ogni bambino l’accesso a un’istruzione di qualità
Dal 2020, il 24 gennaio si identifica con la Giornata Mondiale dell’istruzione: una data simbolica scelta dall’Assemblea generale delle Nazioni unite per riflettere sulla centralità dell’educazione per il benessere umano, lo sviluppo sostenibile, in vista degli obiettivi del 2030.
Un diritto inalienabile, a cui la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dedica l’articolo 26 al diritto all’istruzione e obbliga tutti i paesi a garantire l’istruzione elementare gratuita e obbligatoria per tutti.
A quest’obbligo va ben oltre la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, adottata nel 1989, secondo la quale Paesi firmatari devono rendere accessibile a tutti anche l’istruzione superiore.
Lontani dalla scuola
Oggi, a distanza di anni dall’istituzione della Giornata Mondiale dell’Istruzione, la riflessione non può che concentrarsi sulle disuguaglianze educative globali, che continuano a crescere nonostante gli impegni internazionali. Secondo le più recenti analisi delle agenzie ONU, oltre 244 milioni di bambini e adolescenti nel mondo non frequentano la scuola, e quasi sei su dieci non raggiungono i livelli minimi di competenza in lettura e matematica.
Le cause sono molteplici: conflitti armati, instabilità politica, povertà estrema, matrimoni precoci, lavoro minorile, discriminazioni di genere e barriere linguistiche o culturali. In molte regioni dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale, l’accesso all’istruzione è ancora ostacolato da scuole insufficienti, mancanza di insegnanti formati, infrastrutture inadeguate e costi indiretti che le famiglie non riescono a sostenere.
A questo si aggiunge l’impatto delle crisi climatiche: alluvioni, siccità e migrazioni forzate interrompono la continuità scolastica di milioni di bambini ogni anno. Le organizzazioni internazionali avvertono che, senza interventi strutturali, il rischio di dispersione scolastica continuerà a crescere, alimentando cicli di povertà e vulnerabilità.
Garantire il diritto all’istruzione oggi significa quindi investire in sistemi educativi resilienti, capaci di resistere alle crisi e di includere chi è più fragile: minori rifugiati, bambine e ragazze, studenti con disabilità, comunità linguistiche minoritarie e famiglie in condizioni di marginalità economica.
Peggiora l’apprendimento
In Italia, per quanto riguarda gli istituti professionali e tecnici, la maggior parte degli studenti sostiene che la qualità dell’apprendimento sia peggiorata. Memorizzare le nozioni e acquisire le competenze richieste è più faticoso, e risulta complesso anche esercitarsi nelle materie pratiche e professionalizzanti.
Dal programma didattico scompaiono spesso laboratori, stage e tirocini fondamentali per la formazione scuola-lavoro. Un giovane diplomato quest’anno non potrà recuperare in seguito esperienze come l’alternanza scuola-lavoro, che rappresentano un ponte essenziale verso il mondo professionale.
Alla fine della prima sessione dell’anno scolastico, uno studente su quattro si trova a dover recuperare più materie. Gli stati d’animo più diffusi sono stanchezza, incertezza e preoccupazione. La difficoltà principale riguarda la concentrazione, seguita dai problemi tecnici che ostacolano la continuità didattica.
Non si impara senza relazione
Se negli ultimi anni la didattica digitale è stata considerata una soluzione necessaria, è ormai evidente che la tecnologia non può sostituire la relazione educativa. Il digitale funziona come supporto alla didattica in presenza, ma non può rimpiazzare il legame tra docente e studente, indipendentemente dal fatto che l’allievo abbia o meno bisogni educativi speciali.
La relazione educativa è un processo delicato, fatto di ascolto, sguardi, dinamiche di gruppo e presenza emotiva. Carl Rogers, psicoterapeuta statunitense, definiva l’insegnante un “facilitatore” dell’apprendimento, sottolineando che la scuola non è solo un luogo di trasmissione di contenuti, ma uno spazio in cui si incontrano emozioni, esperienze e vita reale.
Se l’apprendimento dipende dalla relazione, è proprio la riduzione della relazione umana — quella vera, non mediata da uno schermo — ad aver inciso maggiormente sulla qualità dell’esperienza scolastica. La sfida dei prossimi anni sarà quindi ricostruire ambienti educativi capaci di mettere al centro la presenza, l’ascolto e la comunità.




















































