Un viaggio dentro la complessità della genitorialità contemporanea: cosa significa davvero educare, perché la rigidità non funziona e perché i primi anni di vita sono decisivi per costruire basi solide
Fare il genitore, si dice spesso, è il lavoro più complicato del mondo. Non esistono scuole, i modelli educativi cambiano, le coppie si confrontano e talvolta si scontrano, mentre i figli crescono e ci chiedono competenze sempre nuove. Ogni fase della loro vita richiede una diversa capacità di comprensione, e non è raro sentirsi impreparati. Per orientarci, vale la pena tornare alle basi: cosa significa davvero educare? E perché oggi tanti genitori vengono accusati di “non saper dare le regole”?
Che cosa significa educare davvero
I genitori di oggi si sentono spesso dire che non sanno educare, che non sanno dare regole. Ma cosa significa, in concreto, educare? «Educare significa creare il terreno migliore affinché le caratteristiche innate del bambino si sviluppino al meglio», spiega la psicologa Sandra Vergnano. Secondo lei, il punto non è essere rigidi, ma mantenere un rigore flessibile, capace di modellarsi sulle caratteristiche del bambino. È un po’ come prendersi cura delle piante sul balcone: non si decide una volta per tutte quante volte bagnarle, perché se piove non serve intervenire e se c’è la canicola bisogna farlo più spesso. La rigidità, dice Vergnano, è nemica della vita. Ogni bambino ha esigenze diverse, e applicare lo stesso modello educativo a figli molto differenti può portare a risultati opposti. Può accadere che uno cresca sereno e l’altro fatichi a capire se stesso, non perché uno “valga meno”, ma perché non si è colta la loro diversità originaria. La chiave è osservare, ascoltare e adattare il proprio modo di essere genitori.
Il grande equivoco: educazione non significa felicità a tutti i costi
Molti genitori confondono l’educazione con la felicità. Desiderano che i figli crescano felici e, nel tentativo di proteggerli, finiscono per viziarli o per evitare loro ogni frustrazione. Ma questo approccio rischia di produrre l’effetto contrario: bambini poco autonomi, poco resilienti, incapaci di tollerare il disagio inevitabile della vita. Quando ci si accorge che il proprio figlio è “un po’ troppo protetto”, la domanda sorge spontanea: è troppo tardi per cambiare? Vergnano invita a non scoraggiarsi e a iniziare a riflettere da quel momento in avanti, senza rimpianti sterili.
Perché i primi cinque anni sono decisivi
Gli studi sull’infanzia concordano: i primi cinque anni di vita sono fondamentali per costruire la personalità. Le esperienze successive — successi, incontri, traumi — influenzeranno la crescita, ma la solidità delle basi poste nei primi anni determinerà la capacità di affrontare le difficoltà, di reagire in modo positivo agli imprevisti, di sviluppare il proprio potenziale creativo e di orientarsi verso ciò che fa stare bene evitando ciò che provoca sofferenza. In questi anni si forma anche la capacità di provare piacere e, allo stesso tempo, di tollerare e gestire la quota di dolore che la vita inevitabilmente riserva. Per questo è importante riflettere fin da subito sul proprio ruolo educativo, seguendo sì l’istinto, ma anche dotandosi di strumenti culturali e tecnici che aiutino a svolgere al meglio il proprio compito.
Le qualità del genitore: innate e da apprendere
Alcune qualità fanno naturalmente parte della personalità del genitore: la capacità di ascoltare, il piacere del contatto con l’altro, la disponibilità a mettersi in discussione, il riconoscimento dei propri errori e la capacità di amare. Ma altre competenze si possono — e in alcuni casi si devono — imparare. Modificare i propri atteggiamenti educativi non è solo possibile: è necessario per migliorare la relazione con i figli. E prima si inizia, più efficace sarà il cambiamento. Affrontare impreparati la crisi di un figlio adolescente è molto più complesso che costruire buone basi negli anni precedenti. «I primi cinque anni, ripeto, sono fondamentali», conclude Vergnano.




































