Congedo di paternità: ecco perché il cambiamento era necessario

In Italia i padri continuano ad avere diritto a soli 10 giorni di congedo obbligatorio. La proposta per portarli a 5 mesi è appena stata bocciata, ma il dibattito, e il bisogno, non si arresta

Il 24 febbraio 2026, la Camera dei Deputati ha respinto la proposta di legge sul congedo parentale paritario, presentata dalle opposizioni unite: il provvedimento puntava a estendere il congedo di paternità fino a cinque mesi, in larga parte obbligatori e retribuiti al 100%, rafforzando al contempo le tutele economiche legate alla maternità.

La Commissione Bilancio ha espresso parere negativo dopo che la Ragioneria generale dello Stato ha giudicato “inidonee” le coperture finanziarie previste dal provvedimento. Il nodo, ufficialmente, è contabile: secondo la Ragioneria, i fondi individuati dalla proposta non sarebbero stati sufficienti a coprire le spese derivanti dalle maggiori tutele previste, quantificate in 3,7 miliardi di euro per il 2026, destinati a crescere fino a 4,6 miliardi annui dal 2035.  Le opposizioni hanno denunciato anche un vizio procedurale: la relazione tecnica è stata trasmessa dal governo con diversi giorni di ritardo rispetto alle previsioni, riducendo i tempi a disposizione per apportare eventuali modifiche e individuare coperture alternative. Il risultato è che nessuno ha potuto discutere nel merito, e la proposta è stata affossata prima ancora di arrivare in aula.

Perché il congedo di paternità è una questione di tutti

Parlare di congedo di paternità non significa parlare solo dei padri. Significa parlare di come funziona, o non funziona, la famiglia contemporanea. Oggi le famiglie italiane sono sempre più spesso composte da due genitori che lavorano, con redditi spesso necessari entrambi per sostenere il nucleo familiare. In questo contesto, scaricare sulla madre l’intero peso dei primi mesi di vita di un figlio non è solo una scelta culturale: è una penalizzazione strutturale. Finché solo le donne si assentano a lungo dal lavoro, resteranno meno appetibili nelle assunzioni e nelle promozioni rispetto ai colleghi uomini. Il congedo di paternità rompe questa asimmetria: segnala al mercato del lavoro che avere figli non è un problema esclusivamente femminile.

Per i padri, la posta in gioco è altrettanto alta. I primi mesi di vita di un bambino sono fondamentali per costruire un legame, imparare la cura quotidiana, entrare davvero nel ritmo della famiglia. Dieci giorni non bastano per nessuna di queste cose. Per il bambino, crescere con due genitori ugualmente presenti fin dall’inizio produce benefici documentati sul piano cognitivo, emotivo e relazionale. Per la coppia, condividere il carico della cura riduce il conflitto e la stanchezza che spesso accompagnano il post-parto.

Eppure, nonostante il congedo di paternità esista in Italia ormai da dieci anni, introdotto in via sperimentale nel 2012 con un solo giorno, poi progressivamente esteso, secondo l’Istat solo il 32% dei padri lo utilizza, rispetto al 97% delle madri. Un dato che non racconta indifferenza, ma un sistema che non funziona: dieci giorni sono pochi, la retribuzione è ancora percepita come insufficiente da molti, e la cultura aziendale in troppi contesti scoraggia ancora i padri dal fermarsi. Tra i risicati 10 giorni attuali e il sogno dei 5 mesi ci sarà pur stata qualche via di mezzo percorribile, e quella strada andrebbe trovata, con urgenza. Non per raggiungere un’astrazione ideologica, ma per fare capire agli uomini e ai datori di lavoro, attraverso la legge e gli incentivi concreti, che la paternità attiva non è un lusso: è un diritto e una responsabilità.

Congedo trasferibile: una flessibilità che manca

C’è un’altra questione che il dibattito pubblico fatica ancora ad affrontare con onestà: la trasferibilità del congedo. In Italia il congedo di maternità appartiene esclusivamente alla madre e non può essere ceduto al partner. Una rigidità che aveva senso in un’epoca in cui la maggior parte delle donne era lavoratrice dipendente a tempo indeterminato. Oggi, però, il mondo del lavoro è cambiato profondamente. Sempre più donne lavorano con partita IVA, come freelance o professioniste autonome: categorie per cui assentarsi sei mesi significa perdere clienti, contratti, visibilità e posizione nel mercato. Per queste donne, il congedo di maternità è spesso una scelta tra il benessere del figlio e la sopravvivenza professionale. Perché, allora, non consentire di cedere al partner — anche parzialmente — il periodo di congedo che non si riesce a utilizzare?

Nel Regno Unito, il sistema di Shared Parental Leave esiste già un congedo parentale aggiuntivo fino a 26 settimane, nel caso in cui la madre non ne usufruisca o ne usufruisca solo in parte. In Danimarca il congedo prevede 8 settimane trasferibili dal padre alla madre. In Norvegia i dodici mesi di congedo retribuito sono suddivisi in una quota destinata alla madre, una al padre e in un periodo che può essere liberamente condiviso tra i due genitori. Modelli diversi, ma con un principio comune: la famiglia è un’unità, e le decisioni su come distribuire il tempo di cura dovrebbero spettare ai genitori, non a una norma scritta decenni fa.

La trasferibilità non è la soluzione a tutto — anzi, se mal regolata rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento con cui le donne vengono di fatto spinte a rinunciare al proprio tempo di cura. Ma una flessibilità intelligente e bilanciata, che tuteli il bambino garantendo la presenza di almeno un genitore e permetta alla coppia di organizzarsi secondo le proprie necessità reali, sarebbe un passo di civiltà. Soprattutto in un paese dove la natalità crolla, il lavoro autonomo cresce e le famiglie chiedono da anni di essere trattate come quello che sono: realtà complesse, non casi standard da infilare in un modulo.

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