Il bello del gioco

Vive a Parma, ha una moglie e tre figli e di lavoro inventa giochi meravigliosi che guardano al passato in chiave moderna.

Come si diventa inventore di giochi? “È successo un po’ per caso. Ho iniziato lavorando al teatro di Settimo Torinese: facevo un po’ di tutto, dall’attore al tecnico luci. Pian piano però mi sono specializzato, mi piacevano le scene e ho iniziato a lavorare come costruttore di scenografie. Poi ho conosciuto Luana, veneziana: ci siamo sposati e nel 2000 siamo andati a vivere a Parma dove lavoravo come costruttore teatrale per il Teatro Regio di Torino. Spesso lavoravo anche all’estero, per teatri locali, e proprio durante un viaggio in Francia mia moglie ha visto che la piazza in un paesino era piena di giochi, bellissimi e fantasiosi. ‘Facciamolo anche noi!’, mi ha detto. E abbiamo iniziato a fantasticarci. Poi è successo che il nostro terzo figlio avesse problemi di salute, problemi gravi: io andavo al lavoro a singhiozzo per stargli vicino, tanto che sono stato licenziato. Quel periodo di pausa lavorativa è stato l’occasione per iniziare a pensare seriamente ai giochi. L’associazione Pianeta Verde è nata nel 2006: proponiamo non tanto giochi quanto allestimenti di giochi. Cerchiamo di realizzare allestimenti che stimolino la fantasia e la voglia di conoscere, tutti in materiali naturali. Ha funzionato bene sin dall’inizio, il che ci ha dato grande entusiasmo per proseguire”.

I vostri sono giochi di tradizione: è una scelta? “Guardiamo al passato per fare giochi in chiave moderna: ci piace la dimensione umana del gioco tradizionale, del tutto diversa da quella dei giochi elettronici moderni. Sono giochi fatti per stare insieme, per interagire, a prescindere dall’età. Il gioco è indispensabile per la crescita ed è bella la commistione di età: mi sembra importante che i bambini giochino con genitori e nonni. I giochi elettronici e i computer sostituiscono le persone; i giochi, per quanto belli, mai. Una persona con un computer si isola dagli altri, mentre con la maggior parte dei giochi tradizionali è essenziale la presenza di amici o genitori, per sfidarsi o collaborare”.

Qual è la vostra fonte di ispirazione?  “Facciamo ricerca in senso tradizionale e abbiamo anche seguito workshop sul gioco, la disabilità, il design. Andiamo molto in giro, viaggiamo anche all’estero, ci guardiamo intorno. Individuiamo delle piste da seguire: sinora abbiamo avuto fortuna, anche se i tempi sono cambiati rispetto al 2006 e ora dobbiamo ridimensionare un po’ i nostri progetti”.

Una tua realizzazione si trova alla Reggia di Venaria Reale: il Fantacasino. “Il Fantacasino è una struttura ludica con vari marchingegni, molti dei quali musicali. Le idee per i giochi sono tutte mie, di Luana e di mio padre. Per la parte musicale, invece, ci siamo incontrati con vari esperti di strumenti musicali per capire le interazioni tra suoni, forme, materiali. La maggior parte dei giochi li ho realizzati io concretamente a partire dai bozzetti, con il valido aiuto dei miei collaboratori. Ogni gioco l’abbiamo dovuto costruire circa tre volte per avere il prodotto finale che desideravamo. Poi bisogna vedere come ci interagiscono i bambini e quella è, ogni volta, una grande sorpresa”.

Tu hai tre figli: si interessano e appassionano al tuo lavoro? “Sicuramente sì, soprattutto da piccoli, dopo l’adolescenza un po’ di meno. Io sono molto appassionato al mio lavoro e voglio intensamente coinvolgerli in quello che faccio. Loro mi aiutano sia nello sperimentare i giochi, sia negli allestimenti, soprattutto in quelli più grandi e interessanti! È importante per tutte le famiglie giocare insieme: in Italia sta rinascendo in questi ultimi anni il piacere di farlo, è una gran cosa! Nel nord Europa e in altri paesi non hanno mai smesso di giocare insieme e non è una questione soltanto climatica, ma soprattutto culturale. In Italia il gioco è ancora considerato una cosa da bambini, che si mette da parte quando si cresce. Ecco, la mia sfida è proprio quella di riportare gli adulti al gioco”.

Raccontaci di un altro tuo progetto. “Ho realizzato un’installazione, Giocabulando, in un parco di Parma, insieme alla cooperativa sociale La Bula. L’idea era quella di un’azione partecipata con i ragazzi delle scuole medie: “Come vorresti il tuo parco?”. Ci siamo trovati nel parco Quattro Giornate e insieme abbiamo disegnato i progetti che i ragazzi avrebbero voluto nel loro parco: una casetta sull’albero, un raccontatoio e uno scivolo tartaruga. Abbiamo realizzato tre modellini e anche degli studi di fattibilità. Infine, con il gesso abbiamo tracciato sull’erba la piantina in scala 1:1 del progetto. È un progetto bellissimo che ha coinvolto tutta la cittadinanza, certo ci siamo un po’ scontrati con i vari problemi burocratici e politici che il costruire nei luoghi pubblici comporta. Ma siamo abituati a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e alla fine ne è valsa davvero la pena!”.

 

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