Cosa sono i DSA, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

Sono sempre più diffusi, riguardano in media un alunno per classe, ma fino a trent’anni fa non se ne parlava. Cosa sono e a come si affrontano i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i famosi DSA? Affrontiamo l’argomento con il dottor Enrico Rialti, psicolinguista e tutor dell’apprendimento presso il Centro NuovaMente di Firenze.

 

Una complessa interazione tra genetica e ambiente

I DSA sono condizioni che non consentono la piena automatizzazione dei processi di lettura, scrittura e calcolo in bambini con adeguate capacità intellettive. La difficoltà
nel diventare lettori fluenti (dislessia), nel padroneggiare le regole di scrittura (disortografia) o nell’uso di numeri e calcoli (discalculia) portano lo studente ad affaticarsi facilmente durante i processi di apprendimento ed espongono a ricadute di natura emotiva o motivazionale. Vengono riconosciuti tra i disturbi del neurosviluppo per la loro natura neurobiologica su base genetica ma non comportano deficit né intellettivi né sensoriali, non sono causati da problemi psicologici primari né da scarsa esposizione ad ambienti culturalmente stimolanti.

“Se durante una prova di orientamento potessimo osservare il cervello di un soggetto che ha facilità a leggere una mappa e quello di un altro che invece si orienta male, vedremmo che i due cervelli in questione lavorano, relativamente a questa funzione specifica, in maniera diversa. Diamo per assunte in entrambi i soggetti un’adeguata esposizione agli stimoli che favoriscono lo sviluppo di questa abilità specifica e l’assenza di deficit neurologici maggiori che potrebbero comprometterla. La differenza nell’esito della prova è una questione di adattamento. Come accade per l’orientamento, lettura, scrittura e calcolo non sono innati nell’essere umano. Sono artefatti, oltretutto recenti rispetto alla nostra evoluzione. Queste invenzioni dell’uomo obbligano la mente a un percorso contro-intuitivo, a uno sforzo al quale le menti si adattano in maniera diversa”. Con questo efficace parallelo il dottor Rialti ci apre la porta al mondo dei DSA. Per dirla in parole povere, non nasciamo con il neurone della lettura o del calcolo; il modo in cui riusciremo a svolgere questi compiti dipende da una complessa interazione fra genetica e ambiente.

 

Un incremento contestuale

“Non si tratta di un fenomeno nuovo – continua Rialti – queste differenze di adattamento ci sono sempre state e hanno una base neurobiologica. Quello che è cambiato (molto) è il contesto. Esclusi i casi estremi, la maggior parte delle persone con Disturbi Specifici dell’Apprendimento si situa in una zona grigia; fino a che punto la scala dei grigi rientri in quello che definiamo disturbo si valuta in relazione all’ambiente. La società di oggi è fortemente basata su lettura e scrittura, ma teniamo conto che l’apprendimento di massa è un fenomeno recente. La cultura della lettoscrittura oggi prevalente fa semplicemente emergere i grigi che fino a poco tempo fa non si notavano”.

 

Cosa prevede la legge

I DSA sono al centro dell’attenzione nel mondo della scuola. Il legislatore è intervenuto in materia con la legge 170 del 2010 che riconosce dislessia, discalculia, disgrafia e disortografia e detta le norme da seguire in ambito scolastico, volte a garantire il diritto all’istruzione degli alunni con DSA, a favorirne il successo scolastico, relazionale e professionale ricorrendo a misure didattiche di supporto, di verifica e di valutazione adeguate. La legge prevede espressamente la possibilità di una didattica personalizzata e di “apposite misure dispensative”, oltre all’impiego di “strumenti compensativi compresi i mezzi di apprendimento alternativi e le tecnologie informatiche”. Rialti ci spiega che laddove si ravvisino delle difficoltà “la scuola deve mettere in atto un processo di potenziamento. Solo quando il bambino permane nello stato di difficoltà si interviene con la costruzione di un percorso didattico nel rispetto delle differenze. Basandosi su una valutazione specifica, scuola e famiglia concordano un Piano Didattico Personalizzato (PDP): un progetto che va seguito nel tempo, monitorandone l’efficacia ed eventualmente aggiustando il tiro”.

 

Bambini intelligenti

Ma come, e quando, ci si accorge che un bambino presenta Disturbi Specifici dell’Apprendimento? “Si può parlare di DSA solo dopo un periodo di esposizione sufficiente all’apprendimento, a fine seconda o terza elementare – ci spiega Rialti – leggere, scrivere e calcolare non sono abilità che abbiamo in quanto tali e occorre che siano stimolate per qualche tempo”. In questa fascia di età i bambini sono sottoposti a test di screening che sono seguiti, laddove necessario, da un’analisi neuropsicologica più approfondita, volta a ottenere una diagnosi precisa. “La diagnosi è una fotografia dei processi di apprendimento individuali messi a confronto con i processi funzionali. Se rispetto a questo modello la prestazione è distante in modo rilevante la situazione è ‘clinica’, cioè non dovuta a mancanza di buona volontà o a scarso impegno, e si parla di Disturbo Specifico dell’Apprendimento”.

Per ‘specifico’ si intende che tale disturbo è riferito a un preciso dominio di abilità in modo significativo, ma circoscritto, mentre rimane intatto il funzionamento intellettivo generale. La presenza di DSA non ha niente a che vedere con l’intelligenza del bambino, anzi, i soggetti con disturbi specifici dell’apprendimento hanno un quoziente intellettivo perfettamente in norma e spesso hanno anche grandi capacità intuitive o strategiche.

 

I primi segnali

“Ci sono alcuni segnali che si possono cogliere in una fase più precoce rispetto agli screening scolastici, come i disturbi del linguaggio. Può darsi che tali disturbi rientrino spontaneamente con l’età, ma che poi riemergano come difficoltà nella lettoscrittura. Un altro segnale sono le difficoltà anche lievi negli aspetti grafomotori, nel ricordare le informazioni in sequenza, oppure nell’allacciare le scarpe e abbottonare i vestiti, o da più grandi nel leggere a colpo d’occhio le lancette dell’orologio”.

In questo caso cosa può fare un genitore per aiutare il bambino? “A riguardo esistono opinioni diverse. Sicuramente attraverso il gioco il genitore può potenziare le funzioni deboli, ad esempio stimolando il linguaggio. Al di là di questo aspetto, è il contesto della famiglia di per sé a essere fondamentale in quanto il più adatto a rinforzare il piccolo, sostenere la sua autostima e quindi a metterlo in condizioni di usare al meglio le sue abilità. In un contesto esterno, per quanto scrupolosissimo, il rischio è sempre quello di focalizzarsi sul difetto. Esistono poi figure professionali a cui rivolgersi senza il timore della clinicizzazione, gli operatori delle attività psicomotorie e della logopedia, che possono insegnare esercizi e giochi mirati da fare anche a casa”.

 

Strategia e prospettive

Come si evolve il percorso formativo di un bambino con DSA? “Fino a una certa età – circa fino all’inizio delle medie – il potenziamento delle abilità è fondamentale: sia quello in ambito scolastico, sia extrascolastico, come la logopedia. Dalle medie in poi si lavora di più sulla strategia, sul metodo di studio. Con la crescita alcune difficoltà si compensano e diminuiscono di intensità, la forbice tra prestazione individuale e prestazione media si stringe, ma non scompare del tutto. Aumenta invece esponenzialmente la capacità strategica dei ragazzi.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento in sostanza sono difficoltà ad automatizzare determinati processi e obbligano il bambino a un dispendio energetico superiore, con conseguente maggiore affaticabilità. È importante che si lavori con una prospettiva perché il rischio – continua Rialti – è che il bambino si demotivi di fronte alle difficoltà, con conseguente calo di attenzione. La spirale di insuccessi può causare inoltre la convinzione di non potercela fare. Se adeguatamente sostenuti (e in questo il contesto familiare è importantissimo!) questi ragazzi apprendono allo stesso livello degli altri, imparando a gestire le proprie difficoltà, cosa che nella vita futura potrà renderli più forti e consapevoli”.

 

La scuola del futuro

Come reagisce la scuola alle sempre maggiori richieste di una didattica che rispetti le differenze? “La scuola si sta evolvendo nella direzione dell’inclusione: stiamo abbandonando gli schemi rigidi che impongono una didattica unica adatta a tutti, si va verso un approccio che includa le forme di diversità, se così possiamo dire. Un altro concetto fondamentale cui la scuola sta prestando attenzione è quello della competenza: stiamo passando da un modello in cui l’attenzione era tutta focalizzata sui contenuti a uno in cui ci si domanda come questi contenuti possano essere usati. Questo approccio si è già affermato con successo in molti altri paesi in cui gli studenti, se pur con una preparazione apparentemente più ‘leggera’ della nostra, sono poi in grado di sfruttarla meglio. Si va appunto nella direzione della strategia e della prospettiva, ambito in cui i ragazzi con DSA sono espertissimi!”.

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