Francia vicina al divieto ai social, ma in Australia si sta rivelando inefficace

Divieto ai social media sotto i 16 anni: mentre i paesi europei continuano in questa direzione, l’esperimento australiano mostra quanto siano fragili e poco efficaci le restrizioni basate sull’età: ma esiste davvero un modo per proteggere davvero i ragazzi nel mondo digitale?

La discussione sull’uso dei social media da parte dei minori sta attraversando l’Europa, con la Francia pronta a valutare un divieto di accesso ai social network per gli under 15. Una misura drastica che nasce dalla crescente preoccupazione dei genitori per l’esposizione precoce agli schermi, la dipendenza digitale e l’impatto emotivo dei contenuti online. Ma mentre Parigi si prepara a discutere la nuova legge, dall’altra parte del mondo arriva un segnale importante: in Australia, dove un divieto simile è già in vigore, i risultati sono tutt’altro che incoraggianti.

Il caso australiano: un divieto che non funziona

Il governo australiano ha introdotto nel dicembre 2025 un divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni, imponendo alle piattaforme l’obbligo di sospendere gli account dei più giovani e impedire nuove iscrizioni. A distanza di poche settimane, però, l’attuazione della legge si è rivelata inefficace. Solo una parte degli account è stata realmente disattivata e molti adolescenti hanno aggirato facilmente i sistemi di verifica dell’età, utilizzando dispositivi di adulti o dichiarando informazioni false.

Anche l’opposizione, che inizialmente aveva sostenuto il provvedimento, ha riconosciuto il fallimento della misura. La psicologa Clare Rowe, favorevole al divieto, ha sottolineato come una legge ampiamente violata rischi di perdere credibilità e di minare la fiducia dei cittadini nel processo legislativo. Nel frattempo, alcune inchieste giornalistiche hanno rivelato che tra i principali sostenitori della campagna per il divieto figuravano agenzie pubblicitarie legate al settore del gioco d’azzardo, interessate a liberare i social dalla presenza dei minori per continuare a diffondere contenuti rivolti agli adulti senza restrizioni.

Cosa dice la ricerca scientifica: lo studio australiano

Uno studio recente condotto in Australia ha analizzato l’efficacia dei divieti e delle restrizioni all’uso dei social media tra i minori, evidenziando risultati deboli e spesso contraddittori. La ricerca mostra che limitare o vietare l’accesso non produce miglioramenti significativi nel benessere psicologico degli adolescenti e può persino generare effetti indesiderati, come isolamento, ribellione e riduzione delle opportunità di sviluppare competenze digitali.

Gli studiosi sottolineano che i divieti non affrontano la qualità delle interazioni online, la gestione delle emozioni o l’influenza degli algoritmi, fattori molto più rilevanti per comprendere l’impatto dei social sulla salute mentale. In sintesi, la restrizione rigida non risolve i problemi e rischia di colpire soprattutto i ragazzi con meno risorse, che trovano nello spazio digitale un importante luogo di relazione e riconoscimento.

Divieti simbolici e rischi reali

Il caso australiano mette in luce un paradosso: mentre i governi giustificano i divieti con la tutela della salute mentale e la lotta al cyberbullismo, queste misure si rivelano difficili da applicare e incapaci di produrre benefici concreti. Al contrario, rischiano di alimentare paure, confusione e una narrazione secondo cui la rete sarebbe un luogo irredimibile da cui proteggersi attraverso l’esclusione, anziché uno spazio da rendere più sicuro attraverso educazione, regolamentazione e responsabilità delle piattaforme.

Inoltre, i divieti possono diventare strumenti politici più che educativi: rassicurano l’opinione pubblica adulta, evitano lo scontro con le grandi aziende tecnologiche e spostano l’attenzione dalle vere priorità, come la prevenzione, il supporto psicologico e la costruzione di comunità educanti solide.

Educazione digitale: quale strada funziona?

Mentre la Francia valuta nuove restrizioni, molte realtà educative italiane sottolineano che la soluzione non è allontanare i ragazzi dal digitale, ma accompagnarli. Psicologi, insegnanti e operatori sociali concordano sul fatto che i social media non siano pericolosi in sé, ma lo diventano quando i minori vengono lasciati soli. Per questo servono percorsi di educazione digitale che coinvolgano famiglie, scuole e territori, capaci di offrire ai giovani strumenti critici, competenze emotive e un quadro di regole condivise.

Il dibattito europeo, così come l’esperienza australiana, ci ricorda che i divieti non bastano. Per proteggere davvero bambini e adolescenti serve un lavoro culturale profondo, che unisca educazione, responsabilità delle piattaforme e politiche pubbliche basate sulle evidenze scientifiche. Solo così il mondo digitale può diventare uno spazio di crescita, relazione e autonomia, invece che un territorio da cui escludere i più giovani.

 

 

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