Famiglia e homeschooling: come si vive in un rifugio di montagna

Famiglia e homeschooling ad alta quota: contatto costante con la natura, libertà, solitudine alternata a socializzazione

Il rifugio La Sousto dal Col si trova a quasi 2.000 metri di altitudine, in località Elva, in Piemonte, tra la Valle Maira e la Val Varaita, a pochi chilometri dalla Strada dei cannoni, la pista ciclabile più alta d’Europa.

È qui che dal 2007 vivono Sissi, Davide e i loro figli Pietro, Sofia e Agata. Una scelta importante, molto sentita da Davide, che è originario di queste valli.

Prendere in gestione un rifugio era un’occasione che attendeva da tempo, per sperimentare la vita in un luogo a cui era molto legato. Non così per Sissi: “La decisione di venire a vivere in montagna è stato un brusco cambio di rotta della mia vita.

Tra i miei progetti c’era tutt’altro: un tirocinio, probabilmente un dottorato e una carriera in neuropsicologia. Spostarmi a vivere in montagna non è stata una scelta razionale, ho semplicemente seguito il mio istinto. Ma dopo dieci anni viviamo ancora qui e siamo felici della scelta che abbiamo fatto!”.

Un ruolo per tutti

A La Sousto dal Col l’alta stagione va da maggio a ottobre: in questo periodo l’attività lavorativa assorbe totalmente la quotidianità.

Nei periodi di grande affollamento, Sissi si trasferisce con i bambini in una baita poco lontano, in modo che vivano la stagione in modo meno stressante. Tuttavia ai bambini piace aiutare in rifugio e avere anche loro un ruolo. “Non si annoiano mai perché c’è sempre qualcosa da fare”.

Il flusso di visite in rifugio è molto variabile. Dagli apici di luglio e agosto, in cui si alternano tantissimi ospiti, sia italiani che stranieri, si arriva al periodo invernale in cui il turismo è totalmente casuale.

“In zona non ci sono impianti sciistici, perciò il turismo invernale è imprevedibile. Passiamo dal nulla a picchi inaspettati, in cui il lavoro si fa faticoso perché durante la stagione invernale non possiamo permetterci un aiuto fisso”.

Da anni le strutture ricettive della valle cercano di seguire una linea comune, quella di garantire alta qualità di servizi e così avviene in rifugio. “Per alta qualità non intendiamo lusso: ci piace offrire un ottimo servizio a un prezzo accessibile perché crediamo che tutti debbano avere la possibilità di venire.

Puntiamo molto sulla qualità del cibo e sull’accoglienza. E così negli anni l’attività è cresciuta e sono molti i clienti che ogni stagione tornano a trovarci. È un’attività impegnativa che assorbe gran parte del nostro tempo: a luglio e agosto si arriva a lavorare 18 ore al giorno e anche durante l’inverno siamo sempre indaffarati!”.

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Vivere La montagna senza diversivi

Spesso mi chiamano famiglie per chiedermi cosa c’è da fare in rifugio per i bambini, se ci sono intrattenimenti o giochi. Hanno paura che i bambini si annoino.

Ma noi desideriamo trasmettere a chi viene qui che la montagna deve essere vissuta per quello che è. I bambini riescono a cogliere meglio di un adulto le meraviglie che custodisce la natura: bisogna lasciare loro il tempo di farlo.

Organizziamo laboratori speciali per i piccoli, come le serate astronomiche, ma non abbiamo l’ansia di impegnarli sempre, di distrarli dalle bellezze che questo luogo può offrire”.

Famiglia e homeschooling

Vivere in rifugio quando Pietro e Sofia erano piccoli era più facile: a loro bastavano una casa, i genitori, tante passeggiate. Nei primi tempi, la famiglia trascorreva alcuni periodi dell’anno in paese, così i bambini potevano frequentare, saltuariamente, la scuola materna.

Quando Pietro ha compiuto 6 anni, la famiglia si è trovata davanti a un bivio: abbandonare la vita in montagna per frequentare la scuola oppure sperimentare l’alternativa dell’homeschooling?

“Abbiamo deciso di provare con l’istruzione parentale. Inizialmente eravamo pieni di dubbi, ma con il passare del tempo ci siamo resi conto che era l’alternativa più compatibile con il nostro modo di vivere.

Eravamo preoccupati soprattutto per l’aspetto della socializzazione, ma abbiamo scoperto che quando vivi in prima persona un’esperienza sulla quale avevi molti pregiudizi, ti accorgi subito che è il contrario di ciò che avevi immaginato.

L’idea che la scuola esaurisca tutte le possibilità di apprendimento e socializzazione dei bambini è talmente radicata nella società che pensare a delle alternative sembra impossibile: eppure non è così.

Fare un confronto tra istituzione scolastica ed educazione parentale non è sensato, proprio perché si tratta di due realtà totalmente diverse. Per noi vivere in montagna per una buona parte dell’anno era la priorità, per garantire ai nostri figli uno stile di vita che promuovesse il loro benessere psicofisico. Tutte le altre scelte ne sono state una conseguenza”.

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Imparare l’autonomia

L’apprendimento è più profondo quando legato all’esperienza personale e alle emozioni: è un metodo utilizzato da molti insegnanti anche nelle scuole ed è la base del percorso educativo in rifugio.

Con i nostri bimbi sperimentiamo il saper fare: comprare un giornale, scrivere una lettera, studiare un animale che incontriamo o una pianta. Anche occuparsi delle faccende domestiche è importante come le altre materie.

Avere cura del luogo in cui si abita, aiutare nella preparazione dei pasti, preparare la tavola, stendere i panni, nutrire il cane, curare l’orto: sono attività che insegnano autonomia e autodisciplina.

Con il passare del tempo i bimbi hanno imparato ad auto organizzarsi: noi li aiutiamo soprattutto se hanno delle difficoltà, ma la responsabilità di scegliere come gestire la propria giornata, tra tempo libero, compiti e mansioni è il più possibile loro.

Ci sono giorni in cui si alzano e leggono, suonano oppure vanno nel bosco. Raggiungere gli obiettivi assegnati dal ministero è importante come raggiungere un buon livello di autonomia”.

L’equilibrio tra solitudine e socializzazione

Vivere in rifugio non permette ai bambini di incontrare ogni giorno i coetanei, ma a Pietro e Sofia non mancano i momenti di socialità. Entrambi frequentano con regolarità un’associazione musicale e Pietro gioca in una squadra di calcio, anche se non riesce a partecipare a tutti gli appuntamenti.

La vita di comunità permette di stringere relazioni profonde con persone di ogni età e durante l’estate il rifugio è frequentatissimo.

“La montagna non è per forza sinonimo di solitudine, perché essere parte di una comunità può offrire occasioni di socializzazione al pari della vita cittadina.

E’facile incontrarsi organizzando gruppi di gioco e attività in rifugio. Ma sono anche convinta che un bambino abbia bisogno di sperimentare la solitudine: l’ipersocializzazione non sempre è positiva perché non lascia il tempo di rielaborare ciò che si vive”.

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Eliminare il superfluo

Raggiungere la Sousto dal Col dai centri abitati a valle non è possibile ogni giorno, soprattutto in inverno. Questa lontananza ha portato a selezionare le attività da fare e le persone da incontrare in valle.

Con il tempo abbiamo imparato a lasciar perdere quel che ci interessa di meno e a coltivare le cose a cui teniamo davvero”.

Dieci anni di vita in montagna sono stati una crescita personale anche per papà Davide e mamma Sissi.

Vivere qui ci ha aiutato a capire chi siamo e quali sono i nostri limiti e le nostre risorse. La montagna ci ha insegnato a rompere gli schemi, a metterci in gioco, a cogliere le opportunità che la vita ci offre. Abbiamo imparato a sviluppare soluzioni creative e inventare alternative davanti agli imprevisti”.

Quando si pensa alla vita in alta montagna, la prima cosa che viene in mente sono gli inverni rigidi e il freddo: “L’impegno di tenere calda la casa è uno degli aspetti che più mi pesano del vivere qui.

Scaldare con le stufe a legna una casa in pietra in montagna significa non poter uscire per tante ore e in inverno ti costringe a uno stile di vita più casalingo.

E poi ci sono stati momenti di difficoltà: ricordo una volta in cui Davide è sceso in valle per fare la spesa e a causa di una nevicata epocale non è riuscito a tornare su. Sono rimasta bloccata in rifugio per cinque giorni, con un bambino di un mese e i telefoni che non funzionavano: tutto è andato per il meglio, ma ho vissuto momenti di ansia. Quell’episodio è stato un po’ il mio rito di iniziazione”.

Il nostro habitat

Lo stile di vita di Pietro, Sofia e Agata è influenzato dai ritmi lenti della montagna e dall’alternarsi delle stagioni.

I bambini però crescono in fretta, che piani avete per il futuro?
Finché questo modo di vivere li rende felici continuiamo su questa strada. Nel momento in cui sentiranno l’esigenza di una dimensione diversa, valuteremo la scuola tradizionale e un altro luogo in cui vivere.

Per il momento, però, tornare a vivere in città sarebbe difficile, qui stiamo bene, tutti – racconta Sissi -. Un giorno Pietro mi ha chiesto il significato della parola ‘habitat’: gli ho risposto che è il luogo in cui un animale può vivere bene perché gli offre ciò di cui ha bisogno.

Lui mi ha detto: ‘Allora Elva è il mio habitat!’.

Questa per me è stata una conferma. E per quanto mi riguarda, posso aprire la finestra al mattino e vedere il cielo blu. Un’orizzonte che ti lascia senza fiato la vince su tutto: influisce sulla tua immaginazione, su quello che sei e su quello che diventerai”.

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