Il papà in sala parto

Il parto è una questione di donne? Fisicamente sicuramente sì, ma i nuovi modelli di relazioni familiari hanno fatto emergere un partecipante relativamente nuovo: il papà, presente sia nei nove mesi di attesa che durante il travaglio e il parto vero e proprio. Il parto è anche una questione di uomini? I pareri si dividono. La riflessione si accende a partire dagli anni ‘70, dopo che il parto si è spostato dalla casa all’ospedale e la donna si è ritrovata in un luogo estraneo, circondata da sconosciuti. Allora si è cercato l’appoggio di una figura intima: il compagno. La prima e ovvia domanda è stata: la sua presenza facilita la nascita?

Secondo Michel Odent, chirurgo francese tra i massimi sostenitori del parto fisiologico, dipende dalle coppie e dal comportamento che assume il futuro papà. Esiste un linguaggio non verbale durante il parto, che spesso smaschera il reale desiderio e l’attitudine della coppia. Anche la donna più sicura di volere il suo compagno accanto talvolta riesce a lasciarsi andare solo quando lui si allontana. È difficile urlare, accovacciarsi e avere quel comportamento istintivo che facilita la nascita se sappiamo che al fianco c’è una persona, sicuramente molto amata, ma con la quale il rapporto ha molte sfaccettature. “Ho constatato che spesso i parti procedono a rilento e che tutto si accelera appena il partner va via” scrive Odent. La spiegazione si può cercare negli aspetti emotivi, ma anche nel funzionamento biologico del cervello, nello specifico della neocorteccia, che regola attività intellettiva e istinto.

La donna durante il travaglio ha bisogno di non sentirsi osservata o giudicata, perché se non si sente tranquilla aumenta la produzione di adrenalina, che nel corpo indica una situazione di pericolo. Anche luce e rumori sollecitano l’attivazione della neocorteccia: per questo è preferibile una luce soffusa (esiste un “ormone del buio”, la melatonina, che viene rilasciato di notte proprio per ridurre l’attività della neocorteccia e favorire un buon sonno) e il silenzio, evitando urla e rumori intensi. Più che assistere al parto e sostenere la partoriente, il partner potrebbe essere utile nella “protezione della tana”, favorendo l’esigenza di sicurezza per la buona riuscita del parto.

Femminile per eccellenza
La tendenza spinge le coppie verso un parto naturale, condiviso e intimo, e la presenza maschile alla nascita è arrivata solo in tempi recenti.
Quando il parto non era ospedalizzato, la partoriente era circondata esclusivamente da donne. “Pare – afferma Odent – che le donne abbiano sempre avuto la tendenza a partorire vicino alla propria madre o vicino a una donna con esperienza in grado di assumere un ruolo materno. L’ostetrica originariamente era una figura materna. Il bilanciamento ormonale della partoriente è scompensato in presenza di uomini, anche se medici. La presenza maschile porta a produrre adrenalina e a ridurre la produzione di ossitocina, un ormone fondamentale senza il quale non ci sono contrazioni, e il travaglio diventa più lungo e doloroso”.

Anche il medico Frederick Leboyer, guru della nascita dolce, dopo anni di esperienza, ha affermato che è meglio se i padri devono stare lontani: “La gravidanza è per la madre come un viaggio mistico, un pellegrinaggio al quale l’uomo non può partecipare, ma solo dirsi pronto ad attenderne la fine”.

Ancora più netto e d’impatto è lo studio realizzato qualche anno fa dal Sidip, Società Italiana di Diagnosi Prenatale e Medicina Materno-fetale, che aveva dimostrato come la presenza del partner al parto poteva compromettere la relazione, fino a portarla al divorzio. Nel 1998 sono state intervistate 310 coppie italiane che hanno avuto il primo figlio con parto spontaneo. Di queste 172 avevano aperto le porte al padre, 138 no. A distanza di 10 anni, il 34% delle coppie si è separato, con una maggioranza tra quelle il cui marito ha assistito al parto. Risultati confermati dai dati Istat, secondo cui nelle regioni in cui i papà partecipano alla nascita, il numero delle separazioni è maggiore: nel Nord Ovest 80 padri su 100 accompagnano la mamma durante il travaglio e 1 coppia su 2,5 si separa; a Sud la presenza maschile è del 30% e le separazioni di 1 coppia su 8. Una comparazione di statistiche abbastanza opinabile se si pensa che questi dati non tengono conto dei parti cesarei a cui non si può assistere (e di cui purtroppo si abusa, in Italia, con punte particolarmente alte in Meridione) e della cultura ed educazione regionale.

La nota positiva? Michel Odent ha garantito che i divorzi affrontati dalle coppie che hanno vissuto insieme il parto sono molto più “civili” di altri e i genitori sono più capaci di rimanere in ottimi rapporti e crescere il bambino.

Porte aperte ai papà
Secondo l’8° Rapporto Cedap (Certificato di Assistenza al Parto) del Ministero della Salute (dati del 2009) è comunque nel 92,27% dei casi, esclusi i cesarei, che la donna ha accanto a sé il padre del neonato al momento del parto, nel 6,37% un familiare e nell’1,16% un’altra persona di fiducia, a seconda dell’area geografica. “Mi sembra innaturale pensare al parto senza uomo”, racconta Raffaele, che nel novembre 2012 ha visto nascere la sua bambina nella casa fuori città appena ristrutturata con Valeria. “La gravidanza è un canale della donna e inserirsi o capirla è molto difficile. Soltanto partecipando alle decisioni per il parto, a tutto il travaglio e alla nascita ho potuto davvero realizzare quello che stavamo costruendo. Sarebbe stato difficilissimo altrimenti”. Sicuramente nel loro caso ha contato l’approccio coinvolgente delle ostetriche del servizio a domicilio e un parto che sembra quello di un copione da film, luna piena inclusa. “Ho avuto l’impressione che il parto naturale possa restituire alla donna la sua esperienza di nascita, il suo momento. Ha fatto tutto lei, era il suo viaggio. Ma io, le ostetriche e un’amica, eravamo come un branco che le stava intorno a difenderla. Facevamo gruppo e la nostra energia e forza erano incredibili. Ci sono stati momenti – continua Raffaele – in cui ho sentito, anche senza che Valeria me lo chiedesse, che dovevo allontanarmi, che aveva bisogno di stare da sola; ma non li ho vissuti come un’esclusione, anzi, sono stati comunque attimi di unione e intimità”.

Quindi il feeling e l’accoglienza reciproca sono fondamentali, come peraltro sostiene Michel Odent. “Ho avuto bisogno di connettermi con il mio corpo, di ascoltarmi; ma anche quando Raffaele non era fisicamente con me – ammette Valeria – quando si allontanava rispettando le mie esigenze, il fatto che fosse lì mi dava sicurezza e forza; mi permetteva di concentrarmi sul travaglio in modo tranquillo. Ed è stato importante, anche a livello di coppia, che abbia capito quando esserci e quando no, senza offesa”. “Cantare insieme, da soli, con le ostetriche che aspettavano al piano di sotto, ha creato una grande sintonia: da quel momento siamo diventati una cosa sola, che fossimo vicini o meno”. Non ha ricordi negativi o scioccanti Raffaele, che, come sostengono i medici pro papà, ha vissuto queste ore per sentirsi partecipe a un evento di meravigliosa creazione, per dare sostegno alla compagna e per accogliere la piccola.

Esserci o non esserci?
È evidente che non esistano regole che determinano cosa sia meglio fare. Su Internet ci sono diversi test che valutano quanto un uomo sia “pronto” al parto e sempre di più il tema viene affrontato durante i percorsi di accompagnamento alla nascita; ma quanto emerge da tutti i fronti è l’importanza della consapevolezza, del rispetto senza giudizio e dell’ascolto.

“Sono entrato in sala parto quando le ostetriche mi hanno chiamato: ho infilato camice e cuffietta e mi sono fiondato in quell’universo di luci, urla, traffici – racconta Guido, papà di Leonardo -. L’ho fatto perché sembrava scritto in una sorta di manuale per diventare buoni padri e compagni. Ma non l’ho deciso io con coscienza”. A volte si pensa che il padre che non partecipa al parto sia snaturato e incapace di prendersi responsabilità. In realtà l’ammissione sincera è un gesto di grande rispetto nei confronti della partoriente, soprattutto se si considera che un uomo che assiste senza volerlo può influenzare molto sia l’andamento del travaglio che poi lo sviluppo della relazione con la compagna e con il neonato. Ci sono alcuni papà, per esempio, che tendono ad assumere comportamenti rassicuranti e sorridenti, forzandoli, quando in realtà sono tutt’altro che tranquilli e involontariamente producono adrenalina, che è contagiosa e rallenta la nascita. “Mi sono sentito completamente inutile, esterno a quanto succedeva, paralizzato e incapace di aiutare. La vedevo star male, ma non sapevo come alleviare il suo dolore. Mi sono emozionato tanto, ovvio, ma non mi sono sentito partecipe”. In questi casi è molto meglio essere onesti e aspettare fuori, attendere e preparare il benvenuto a modo proprio, senza remore, perché l’essere padre va ben oltre l’essere presenti alla nascita. E chi decide di stare vicino alla futura mamma? C’è una sottile raccomandazione su cui riflettere: la distinzione tra il fare e l’essere. Una delle prime domande dell’uomo, anche un po’ impacciato, durante la preparazione al parto è “Che cosa posso fare?”. In realtà la nascita di un bambino (lo spiega bene il libro di Verena Schmid “Venire al mondo e dare alla luce”) ha poco a che vedere con il fare. La nascita è abbandono, lasciare andare, lasciarsi aprire; quindi il comportamento adeguato per accompagnare una nascita è proprio il non fare, l’essere, la passività. Oggi il concetto di passività ha una connotazione negativa, dell’essere assenti, in realtà significa essere ricettivi, accogliere, sapere aspettare.

L’accoglienza
Il bonding è il processo di attaccamento che si sviluppa tra i genitori e il bambino subito dopo il parto, si consolida per tutto il primo anno di vita e condiziona la relazione fra i tre e la relazione del bambino con il resto del mondo. “La sicurezza, la fiducia e la felicità che riesce a crearsi nelle prime ore dopo la nascita – scrive Alessandro Volta, autore del libro ‘Mi è nato un papà’ – diventano la base per il rapporto tra i genitori e il bambino; quella manciata di minuti contiene un grande valore e gli errori che possiamo fare in quei minuti potrebbero richiedere anni per essere corretti”. Per questo si consiglia che il padre sia presente e che possa guardare negli occhi il figlio durante le primissime ore di vita. Ma ancora una volta le opinioni si contraddicono. Michel Odent scrive che alla nascita il bambino non può che essere contaminato dai germi materni, che già conosce: “Il momento della nascita è una storia a due, non bisogna interferire”. La cosa migliore da fare? Per il momento sembra sia seguire l’istinto e lasciare spazio all’improvvisazione. 

Per approfondire
Jack Heinowitz, “Il papà incinto. Diventare genitori insieme”, Bonomi Editore, 2000
Alessandro Volta, “Mi è nato un papà”, Urra, 2010
Rance Jon, “Non sono degno di tre”, Longanesi, 2014

[Alfonsa Sabatino]

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