Dimmi dove parcheggi (davanti a scuola) e ti dirò chi sei

Fenomenologia del genitore motorizzato: ovvero, tutto ciò si incontra alla ricerca del parcheggio davanti a scuola nell’arco di un anno

Fenomenologia del genitore motorizzato: ovvero, tutto ciò che puoi incontrare di
fronte al cancello di scuola nell’arco di un anno. Sappiamo che tanti si riconosceranno in questi profili. Altrettanti purtroppo saranno rimasti fuori. A cercare parcheggio.

Il padre bidello

È definito così non tanto perché lavori a scuola (può succedere, ma è un caso raro). Di fatto se la gioca con i collaboratori scolastici per il ritrovarsi – metodico – così in anticipo rispetto al suono della campanella da poter essere lui ad avere le chiavi per aprire il cancello. Parcheggia sempre dove vuole perché al suo arrivo non c’è nessuno. E poi attende. Accanto a lui, il figlio (o la figlia). Comprensibilmente ostaggio del sonno.

Lo svizzero

Non si tratta di anticipo. È regolarità, come il ciclo delle stagioni. Il papà svizzero è prevedibile come il copione di una telenovela. Arriva alla stessa ora, cerca parcheggio nella stessa zona, scende dall’auto e si colloca nello stesso punto. Due cose lo mettono in crisi: un improvviso genitore che lascia l’auto all’interno della Sua zona, oppure il figlio che – nel naturale ciclo del risveglio – sgarra sul timer perfetto della mattinata. È consolatorio, per gli altri genitori, perché è attendibile come e più di un orologio atomico. Una specie di segnale orario su quattro ruote. Che nostalgia, il segnale orario.

Il padre Alcatraz

Appartengono a questa specie quei padri che, incuranti del codice stradale, cercano di piazzare l’automobile più o meno dove capita: strisce pedonali,  angoli delle strade, stalli per disabili o per il carico e scarico,aiuole, spartitraffico. Il suo antagonista, in natura, è l’agente di polizia municipale che ormai – l’evoluzione della specie lo impone – si trova sempre più spesso in prossimità della scuola, perché sa che lì troverà la sua preda. L’incrocio di sguardi tra i due è da duello di uno spaghetti western. La prima mossa è un diversivo (solo due minuti e me ne vado). Ma la legge della giungla non ammette eccezioni. Anzi, prevede scambi di opinioni piuttosto accesi, fino a multe, verbali, rimozioni forzate. La detenzione è ovviamente solo uno spauracchio, un po’ come la bocciatura per i ragazzi. Spesso, al padre Alcatraz si abbina (e si alterna) la madre “Thelma e Louise”, con dinamiche e conclusioni simili.

Il Grande Capo Quattro Frecce

È simile al padre Alcatraz, ma l’evoluzione delle specie lo ha portato a sviluppare un accorgimento per lasciare l’auto mentre accompagna (o recupera) la prole a scuola: il parcheggio in doppia fila, abbinato a un gioco di luci ipnotico delle quattro frecce. È ovviamente una palese messinscena: non andrà mai via a breve, perché è appostato accanto a te, ad aspettare lo stesso momento che stai aspettando tu. L’unica speranza è che suo figlio esca prima del genitore imbottigliato. Altrimenti scatta la classica danza del “carosello Mundial 82”, con colpi di clacson ritmati e ben assestati e risposte di braccia e mani che si agitano a placare l’ira del prigioniero.

Il padre Lis (e sottospecie)

Una delle più grandi risorse in una società che vuole essere inclusiva è senza dubbio il linguaggio dei segni – il Lis, appunto – utilizzato per dialogare con persone che hanno difficoltà uditive. Esiste una variante per il padre all’uscita di scuola. Il suo problema non è il parcheggio. Alla fine lo trova, ma esce con un cellulare attaccato all’orecchio, emettendo parole incomprensibili ai più, facendo ampio ricorso a gesti, smorfie e posture da commedia dell’arte per comunicare con gli altri genitori, con gli insegnanti, con i bambini che giocano vicino alla sua auto. L’espressione “Oh, attento! La portiera!” è uno degli esercizi più difficili da interpretare correttamente. Appartiene a una sottospecie del padre Lis il padre muto. Lui non ha cellulari. Scende dall’auto e non proferisce parola, con nessuno. Quindi si allontana, figlio-munito, accende il motore e parte.

Il padre motociclista

Immerso nell’ambiente popolato da padri automobilisti, il centauro dà il meglio di sé. Arriva, rapido e sereno, su due ruote. Non ha il problema del parcheggio: la molla un po’ dove vuole. Viaggia con un casco in più per prelevare il figlio (o la figlia) e riparte, sgasando. Roba di un paio di minuti. Beato lui. Controindicazioni: quando i figli diventano due, la moto resta un miraggio. Tra i sorrisi sarcastici degli altri padri.

Il padre fantasma

È la specie più rara, una sorta di leone albino. Non accompagna mai i figli a scuola e nelle poche occasioni in cui si manifesta davanti al cancello non viene minimamente riconosciuto. “E questo chi è?”, mormora il coro greco dei presenti abituali. Solo la somiglianza con la figlia o il figlio lascia trapelare qualche indizio. Ma la sua presenza è talmente rarefatta che è difficile tracciarne un profilo preciso. Non resta che appostarsi all’angolo della strada e sperare che compaia.
Ippogrifo.

Bonus track: il padre tassista

Lo abbiamo visto. Credeteci sulla parola. È il padre che accompagna il figlio a scuola con il mezzo di servizio: perché tassista lo è davvero, mica è un modo di dire. Arriva, porta il pargolo in zona entrata, riparte e se ne va. Oh, il figlio fa un figurone perché sembra un amministratore delegato. La speranza è che il tassametro venga staccato. L’effetto comico è sempre notevole, non ci si abitua mai.

 

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