Hannover – Torino

Hannover, Germania del Nord. Erano compagni di Università, Sarita e Jens e stavano già insieme quando sono partiti per l’Erasmus, lo scambio internazionale di studenti che entro il 2020 dovrebbe garantire un’esperienza di vita all’estero per almeno il 40% dei laureati europei. Destinazione Italia, anche se non nella stessa città: Jens a Milano e Sarita a Torino. “Studiavamo ad architettura e qui in Italia abbiamo fatto i pendolari tra le due metropoli. È stato un bel periodo durante il quale ci siamo innamorati del paese. Al ritorno abbiamo pensato che Torino era la città ideale per vivere. Ed eccoci qui”.

Per tre anni Sarita ha continuato a studiare al Politecnico come dottoranda, poi ha proseguito come assegnista, mentre Jens ha trovato lavoro in uno studio di architettura. “Poi è arrivata la legge Gelmini – racconta Sarita – che prevede che il contratto da assegnista sia rinnovabile al massimo per cinque anni. Al Politecnico non potevano rinnovarmi la borsa di studio, ma nemmeno mi hanno assunto. Per fortuna ho sempre insegnato tedesco e ho trovato lavoro al Goethe Institut, un istituto culturale, che è un ponte tra i nostri due paesi”. Jens nel frattempo si è specializzato in allestimento ed esposizione museale e ha coltivato numerose altre passioni, come il web e graphic design e la fotografia. “Il mio lavoro è molto tecnico, ma con questi interessi coltivo una parte creativa importante”.

Un matrimonio a Torino
Jens e Sarita hanno scelto Torino anche per sposarsi. “Più che una cerimonia è stato un evento culturale: sono arrivati amici tedeschi e italiani, un incontro bilingue duranto un intero weekend”.

Tre anni dopo è arrivato Jannik. “Ma non ci è venuto in mente di tornare in Germania, la nostra casa è qui”. Suscita un poco di incredulità il fatto che qualcuno possa dire no ai benefici di uno stato sociale così attento alle famiglie. “Ci domandano spesso perché rinunciamo ai servizi e agli stipendi tedeschi. È vero, in questo campo l’Italia offre meno. Ma si guadagna tantissimo per la qualità della vita quotidiana. Il clima è più bello, la cucina migliore, ma soprattutto c’è maggiore socialità, le persone sono più aperte. Noi siamo appassionati di Porta Palazzo, ci andiamo tutti i sabati anche se non abbiamo nulla da comprare. Jannik ci è stato la prima volta quando aveva appena sei giorni. Siamo due tedeschi che si godono la dolce vita. In Germania funziona tutto un po’ meglio, ma non tutto è regalato e comunque la situazione sta peggiorando, ci sono tagli che i nostri genitori non avrebbero mai immaginato. Però quel che si pensa dello stereotipo tedesco è vero: è tutto in ordine e puntuale. Le regole esistono e si seguono”.

Amici al posto dei nonni
Lavorate entrambi, avete un bimbo, un secondo è in arrivo e non avete nonni o zii vicini. Sicuri che non vi manchi un po’ di aiuto? “Torniamo ad Hannover due volte all’anno e spesso vengono a trovarci i nonni, ma per il resto del tempo ci organizziamo da soli, grazie anche a grandissimi amici e al lavoro di Sarita che permette la gestione familiare. Ci consideriamo fortunati. Gli amici sono una rete di solidarietà forte. Racconto un aneddoto: Jannik doveva entrare all’asilo nido, ma noi eravamo in viaggio, in Nuova Zelanda, il viaggio della nostra vita, quello per cui abbiamo risparmiato da sempre e che meriterebbe un racconto a parte. Non avendo nessuno da mandare, alla prima riunione di classe ha partecipato un nostro amico.

Qui i nonni sono importanti, ma in Germania non sono così integrati nella vita dei genitori, né prima né dopo la nascita, probabilmente a causa della maggiore mobilità, per cui difficilmente si vive nella stessa città in cui si è cresciuti. Comunque è vero, in Germania i genitori hanno maternità e congedi parentali più lunghi e più tutelati. È comunemente accettato, per esempio, che il papà rimanga a casa a badare ai figli. Se il padre prende il congedo parentale, alla madre viene allungato il periodo di maternità e si può stare a casa fino al primo anno di vita del bambino. Tutti i bambini inoltre hanno diritto a trovare posto alla scuola materna e da qualche tempo anche all’asilo nido. È una legge approvata da poco che non trova ancora piena applicazione, ma che indica una strada”.

Ora arriva il vostro secondo bimbo, nessun timore? “Assolutamente tranquilli! Per la nascita di Jannik ci siamo trovati benissimo. Sull’allattamento e lo svezzamento, tra Germania e Italia, tante cose sono uguali e tante diverse. In Italia l’insalata sembra quasi vietata in gravidanza, in Germania assolutamente no. Qui non si può andare in bici, ma io continuo a farlo. In Germania invece è vietatissimo l’alcool, mentre qui l’atteggiamento è più morbido. Volevamo due bambini, in piena coscienza. E li volevamo anche piuttosto vicini, perché abbiamo entrambi fratelli molto grandi e non abbiamo vissuto veramente insieme”.

Un pizzico di India e tante lingue
Sarita è solo per metà tedesca: suo papà arriva dall’India. “È arrivato in Germania da Lahore, oggi Pakistan, a metà degli anni ‘50, anche lui per uno scambio di studio. In India ho ancora tantissimi zii con cui mantengo i contatti. È il paese degli opposti estremi, si vive con poco, si accetta il proprio destino. Due anni fa sono andata con Jannik per partecipare a un matrimonio. Jannik ha portato a casa una curiosa usanza: il Mehndi, cioè il tatuaggio rituale temporaneo con l’hennè. Quando ha una biro in mano si pasticcia e si disegna sempre le manine. Per quanto riguarda me, trovo divertente pensare che in Germania mi sono sempre sentita molto indiana, mentre in Italia e in India mi sento molto tedesca. È vero che così sono straniera ovunque, ma è vero anche che così traggo benifici da tutte le mie cittadinanze: a seconda dell’occasione posso impersonare il fascino dell’India, la dolcezza dell’Italia o la capacità organizzativa della Germania”.

Tu dunque sei bilingue e anche Jannik lo è. Noti differenze? “Negli anni ‘70 il bilinguismo non era apprezzato, tant’è che io parlo tedesco come prima lingua e con l’indiano diciamo che me la cavo. Jannik è un bilingue anomalo, di quelli che oggi si definiscono ‘ambientali’, perché cresce in un contesto di lingua diverso da quello che si usa in famiglia. Vedo in lui una maggiore apertura mentale, è capace di assorbire suoni e parole senza bisogno di spiegazioni. Io insegno tedesco, perciò mi fa sorridere vedere questo bimbo così piccino già in grado di cogliere concetti che gli studenti pagano tanto per farsi spiegare. Comunque non è vero che tutti i bilingui cominciano a parlare tardi. Jannik ha iniziato prestissimo e non ha mai smesso, parla sempre!”.

Della Germania non vi manca niente? “Un po’ ci mancano le cose tradizionali. Il pane! È vero che anche qui si trova il pane integrale, ma non è il nostro pane nero, quello fatto lievitare con la pasta acida. Però in Germania esporteremmo volentieri il caffé, il vino, la pasta. E la capacità di improvvisare, che manca del tutto ai tedeschi. Mentre come regalo per gli italiani importeremmo un po’ della nostra capacità di organizzazione”.

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