Il wireless è il prossimo amianto? La ricerca contro il cancro ha i suoi timori

Tumore al cervello e telefoni cellulari. “Come se un pesce d’acqua dolce finisse immerso nell’acqua del mare”. Così Fiorella Belpoggi, direttrice dell’area Ricerca dell’istituto di ricerca contro il cancro Ramazzini di Bologna, spiega come le radiofrequenze dei telefoni cellulari abbiano modificato il nostro ambiente, rendendoci esposti a tali emissioni in modo continuato.

Un’esposizione globale, correlata all’insorgenza di tumori

La ricerca dell’lstituto Ramazzini, realizzata attraverso il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni”, studia da anni l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza (Rfr) prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile.

Si tratta del più grande studio mai realizzato su tali radiazioni, partito nel 2005, il cui esito è nel paper disponibile online dal 22 marzo 2018 sulla rivista internazionale peer-reviewed Environmental Research.

Nella ricerca pubblicata, l’Istituto Ramazzini ha studiato l’effetto di esposizioni alle radiofrequenze mille volte inferiori a quelle utilizzate nello studio sui telefoni cellulari dal National toxicologic Program (Ntp) americano, eppure ha riscontrato gli stessi tipi di tumore.

nei ratti maschi del gruppo esposto all’intensità di campo più alta ci sono aumenti significativi nell’incidenza degli schwannomi maligni (una forma di tumore al cervello, nei nervi cranici e spinali) e tumori rari delle cellule nervose del cuore.

“Da studi condotti da laboratori diversi risultano aumenti di rare forme tumorali al cuore delle cavie”, spiega Belpoggi.

Anche dalla ricerca condotta al Ramazzini, un campione di 2.448 ratti è stato lasciato esposto a radiazioni GSM da 1.8 GHz (quelle delle antenne della telefonia mobile) per 19 ore al giorno, dalla vita prenatale (cioè durante la gravidanza delle loro madri) fino alla morte spontanea.

Dallo studio condotto emerge un incremento importante di tumori, rilevato dalle autopsie effettuate.

Il dato sconcerta soprattutto perché la ricerca comprende dosi ambientali, cioè simili a quelle che ritroviamo nel nostro ambiente di vita e di lavoro, livelli studiati appunto per mimare l’esposizione umana su tutto il corpo, generata da ripetitori. E sono molto più basse rispetto a quelle usate nello studio del National toxicologic Program americano.

La riduzione delle radiofrequenze è indispensabile, secondo lo studio

“L’intensità delle emissioni utilizzate per lo studio è dell’ordine di grandezza di quella delle esposizioni ambientali più comuni in Italia”, dichiara la d.ssa Belpoggi.

A regolare i limiti di esposizione provvede nel nostro Paese un decreto del 2003, che fissa soglie diverse richiamando più parametri (telefonia mobile; luoghi all’aperto e frequentati; ore di permanenza).

I valori riscontrati vengono però misurati come media nell’arco di 24 ore, come media fra i rilievi diurni e quelli notturni. E’ inevitabile quindi una sottostima delle esposizioni reali durante il giorno.

L’essere passati in pochi decenni dal semplice magnetismo terrestre all’essere costantemente immersi in campi di radiofrequenze rappresenta un cambiamento ambientale avvenuto senza il tempo necessario per l’adattamento della popolazione, avverte Belpoggi.

E questo comporta dei rischi, soprattutto per gli organismi in formazione, quelli di bambini e adolescenti.

“Aver riscontrato gli stessi tipi di tumori ci ha chiamati a una responsabilità sociale – ammette – perchè siamo di fronte a un pericolo, messo in evidenza da studi diversi, per cui alcune misure devono essere intraprese per ridurre l’esposizione della popolazione umana, in particolare quella più suscettibile, come i bambini”.

Dal Ramazzini invocano quindi “più attenzione” da parte delle istituzioni che si occupano di politiche per la salute, che vanno chiamate in causa, per non ripetere i tragici errori di sottovalutazione compiuti in passato, per esempio, con il benzene, allorchè se ne capì la cancerogenicità.

Ricordando il caso del manager cui è stata riconosciuto come malattia professionale un tumore dei nervi facciali, in quanto il suo lavoro comportava tante ore al giorno al telefono, la ricercatrice del Ramazzini elenca delle contromisure già possibili.

Servoni rigorosi controlli dei livelli di esposizione, precauzioni di base e semplici misure sugli apparecchi, come un auricolare a molla incorporato nel telefono, oppure segnalazioni di pericolo sia nelle istruzioni che nella confezione di acquisto affinché l’apparecchio venga tenuto lontano dal corpo.

Che il wireless non diventi il prossimo amianto

Le dosi della ricerca del National toxicologic Program sono state stabilite per mimare l’esposizione localizzata sui tessuti corporei di un cellulare posto vicino al corpo e sono quindi decisamente più elevate di quelle dell’Istituto Ramazzini.

Nonostante queste differenze, entrambi gli studi hanno rilevato aumenti statisticamente significativi nello sviluppo dello stesso tipo di tumori maligni molto rari del cuore nei ratti maschi trattati e tumori al cervello nelle femmine.

“Il nostro studio conferma e rafforza i risultati del National toxicologic Program – afferma il team Ramazzini – Non può infatti essere dovuta al caso l’osservazione di un aumento dello stesso tipo di tumori, peraltro rari, a migliaia di chilometri di distanza, in ratti dello stesso ceppo trattati con le stesse radiofrequenze.

Sulla base dei risultati comuni, riteniamo che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) debba rivedere la classificazione delle radiofrequenze, finora ritenute possibili cancerogeni, per definirle probabili cancerogeni”.

“E’ molto importante sottolineare il fatto che studi epidemiologici (cioè studi sulla popolazione) hanno trovato lo stesso tipo di tumori delle cellule di Schwann (cellule di rivestimento dei nervi) nei forti utilizzatori di telefoni cellulari” afferma ancora la dottoressa Belpoggi.

“Sebbene l’evidenza sia quella di un agente cancerogeno di bassa potenza – prosegue – il numero di esposti è di miliardi di persone, e quindi si tratta di un enorme problema di salute pubblica, dato che molte migliaia potrebbero essere le persone suscettibili a danni biologici da radiofrequenze”.

La salute pubblica necessita di un’azione tempestiva per ridurre l’esposizione, le compagnie devono concepire tecnologie migliori, investire in formazione e ricerca, puntare su un approccio di sicurezza piuttosto che di potenza, qualità ed efficienza del segnale radio.

“Siamo responsabili verso le nuove generazioni – ammonisce Belpoggi – e dobbiamo fare in modo che i telefoni cellulari e la tecnologia wireless non diventino il prossimo tabacco o il prossimo amianto, cioè rischi conosciuti e ignorati per decenni”.

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