Tanti auguri al parto a domicilio! A Torino compie vent’anni

Soffia 20 candeline il servizio di parto a domicilio del Sant’Anna di Torino, il solo pubblico in Italia insieme a quello offerto dalla città di Reggio Emilia. Nato dalla richiesta di qualche mamma che nel 1993 ha espresso alle ostetriche dell’ospedale la volontà di essere assistite a domicilio, il servizio nasce ufficialmente nel ’97 con uno studio adibito per le visite e i colloqui, con 4 ostetriche dedicate (da 7 anni sono rimaste solo in due), i cellulari per le reperibilità e una 126 FIAT per raggiungere le abitazioni delle famiglie.

Qualche numero

In questi venti anni sono tante le donne e le famiglie che si sono rivolte al domicilio del Sant’Anna: 1.109 i contatti preliminari, che in 903 casi sono diventate gravidanze seguite dalle ostetriche del servizio. Delle 545 donne che sono risultate idonee, 368 hanno effettivamente partorito a casa, di cui 112 (il 30% circa) al primo figlio. Ovviamente senza alcun costo a carico delle coppie. Tre sono stati i parti a domicilio nel 1997 e man mano i numeri sono cresciuti: “Abbiamo assistito mediamente una ventina di donne l’anno, con un picco nel 2010”, commentano le ostetriche Giovanna Dentis e Lorella Mantegazza che sono in servizio da 12 anni. “Il primo bimbo nato in casa ha 24 anni e di alcune mamme abbiamo visto nascere anche il secondo, terzo o quarto figlio”.

Il parto a domicilio è per tutte?

L’accesso è molto selezionato per garantirne la sicurezza. Nella sanità pubblica i protocolli sono rigidissimi e basati su criteri oggettivi: la donna deve essere sanissima a livello psicofisico, con meno di 41 anni e nessun intervento importante pregresso; deve avere una gravidanza fisiologica arrivata spontaneamente e non gemellare; non deve avere il diabete; l’emoglobina deve rientrare nei valori della norma, il tampone vaginale e l’urocoltura devono risultare negativi.

Il bambino può essere accolto a casa se rispetta una curva di crescita armonica e se non si presenta in posizione podalica. Le ostetriche, solo se le condizioni risultano ottimali fino alla fine, entrano in reperibilità dalla trentasettesima settimana fino allo scoccare della quarantaduesima e sono pronte in qualunque momento per assistere la nascita (nella speranza che non si verifichino accavallamenti).

In questi venti anni di vita del servizio sono state escluse 337 donne, principalmente per la positività allo streptococco. In caso di esclusione, l’ospedale di riferimento è il Sant’Anna o l’ospedale vicino alla residenza; alcune volte (se si esce dal percorso per motivi non gravi) le coppie decidono di rivolgersi alle libere professioniste, che hanno senz’altro una maggiore autonomia decisionale e possibilità di personalizzare il contratto assistenziale.

Chi sceglie di partorire a casa?

Le donne che scelgono di partorire a casa hanno in genere tra i 30 e i 40 anni, hanno una cultura medio-superiore e sono al secondo figlio o oltre, quasi sempre con una prima esperienza di parto piuttosto traumatica da riscattare. “La scelta di far nascere il primo figlio tra le mura di casa è una scelta di fiducia alla capacità innata della donna e del bambino: difficilmente dopo un primo parto a domicilio la famiglia decide di andare in struttura per quelli successivi”. Per le abitazioni non esistono criteri particolari, ma è fondamentale l’accessibilità e la possibilità di raggiungere l’ospedale più vicino in massimo trenta minuti.

Il ruolo del papà

Una delle grandi differenze tra il parto in ospedale e parto a domicilio è il ruolo del papà, che da spettatore ai bordi di un lettino diviene protagonista del fare, della cura, del sostegno e dell’accoglienza. Il partner è caldamente invitato a essere presente alle visite in gravidanza, perché possa arrivare preparato e informato al suo grande momento di magia e potenza. Toccherà a lui preparare e proteggere l’ambiente, essere punto di riferimento e di forza della donna e – in qualità di compagno affettivo e sessuale – non può che essere il più competente a sostenerla nell’abbandono al parto, valorizzando quella dimensione della nascita tanto legata alla sessualità. Pare ormai assodato, inoltre, che le coppie che condividono da protagonisti la gravidanza e il momento del parto più difficilmente cadono in crisi nel post.

L’ostetrica come facilitatrice

La sicurezza, oggettiva e soggettiva, del parto a domicilio aumenta in caso di una relazione di fiducia e, soprattutto di continuità assistenziale. Le ostetriche del servizio del parto a domicilio seguono le coppie per tutti i mesi di gravidanza, effettuano le visite a casa per tutto il periodo di reperibilità e di puerperio, fino a quaranta giorni dopo la nascita. Questo percorso vissuto insieme instaura un rapporto di fiducia, confidenza e conoscenza che permette un’assistenza individualizzata e strumenti di valutazione più ampi. È ancora la letteratura scientifica a supportare la continuità assistenziale (a domicilio e ovunque) secondo cui il sostegno di una persona di fiducia in travaglio, con un rapporto “one to one”, porta alla diminuzione di interventi medici, di uso di ossitocina e tagli cesarei, di traumi perineali ed episiotomie. Diminuiscono anche i neonati che necessitino di cure intensive, i casi di depressione post partum e gli allattamenti inferiori a sei settimane.

A domicilio, la conduzione del parto non è attiva o direttiva, ma l’ostetrica assume un ruolo più passivo, di osservazione e accurata vigilanza e fondamentalmente di facilitatrice. Attiva è la donna; mentre l’ostetrica semplicemente protegge tutto il processo del parto e dell’accoglimento, essendo però pronta e competente per agire nei rari casi di necessità con interventi di emergenza di primo livello, oppure a procedere con il trasferimento in struttura quando necessario.

Ma partorire a casa è sicuro?

Il processo della nascita fisiologica è garantito se la donna si sente sicura, a livello fisico, emotivo e psicologico, qualsiasi sia il luogo che sceglie per dare alla luce il bimbo. “Gli studi scientifici più recenti affermano che nelle donne sane l’ospedalizzazione è inutile, anzi a volte dannosa, poiché l’ospedale tende a omologare l’assistenza non assecondando i tempi della nascita ogni volta diversi, non lasciando spazio alle pause naturali e alla libertà di movimento e espressione della coppia, della donna e del bambino. Le interferenze ambientali dell’ospedale, il trasferimento da una sala all’altra, la poca intimità di un luogo non conosciuto inibiscono la donna che smette di produrre gli ormoni utili all’avanzamento del parto e aumenta la produzione di quelli adrenalinici che bloccano il processo naturale”.

Poi c’è la motivazione, altro elemento di sicurezza determinante: il parto a domicilio oggi, come scelta consapevole e condivisa, proprio perché poco sostenuto dall’esterno, richiede una forte motivazione, informazione e consapevolezza. La motivazione rende protagonisti i genitori, sveglia le risorse endogene e attiva le risorse ambientali. Per parlare di rischi, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha dimostrato che la mortalità perineale a domicilio (in Occidente) è inferiore a quella in ospedale, mentre la morbilità dei bambini nati in casa è nettamente inferiore a quella in ospedale, quindi conclude che il parto a domicilio è sicuro quanto, se non di più, di quello in ospedale.

In riferimento ai dati torinesi, emerge una percentuale bassissima di trasferimenti in ospedale. Dei 445 travagli iniziati a domicilio, 77 hanno previsto il trasferimento e in 61 casi il parto è stato comunque spontaneo, mentre 13 sono stati i tagli cesarei e 3 i parti operativi-ventose. Nel post parto i trasferimenti in ospedale sono stati 19, di cui 5 per mancato secondamento della placenta, 9 per metrorragie, 1 per emorragia e altri per singoli controlli. Su 368 partorienti solo in 3 casi è stato necessario ricorrere all’episiotomia, un numero davvero basso rispetto alle percentuali nazionali (dati recentissimi parlano di episiotomia praticata a una donna su due).

L’allattamento nei puerperi a domicilio avvengono nel 99% dei casi con successo oltre l’anno di vita ed è praticamente nulla la percentuale di casi di depressione post parto. È invece un luogo comune da sfatare quello dell’ambulanza sotto casa per tutta la durata del travaglio: “Per protocollo quando arriviamo al domicilio della donna a travaglio avviato avvisiamo il 118 e lo richiamiamo a conclusione della nascita”.

L’esperienza delle coppie

Bisogna ancora aggiungere che il parto a domicilio  è un parto che va tendenzialmente molto bene. Le donne che partoriscono nel loro ambiente sono più soddisfatte dell’esperienza e dell’assistenza poiché riescono a vivere il processo creativo della nascita con il massimo rispetto della fisiologia, della coppia e del bambino. Le coppie che vivono la nascita in casa ricordano dettagli di grande romanticismo, dagli odori alle luci, dal sorriso scambiato al calore di quel primo contatto; si sono sentite libere di esprimere quella forza e disperazione della nascita senza che fosse letta come emergenza. Persino il dolore riesce ad assumere un significato più poetico nel proprio letto, che accompagna il distacco di quei corpi, doloroso come tutti gli addii, fino al primo sguardo e all’accoglienza di quella nuova vita.

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