Le Equilibriste 2026: peggiorano le condizioni lavorative delle madri in Italia Sottotitolo: Il nuovo rapporto di Save the Children mostra un peggioramento diffuso in tutti gli indicatori che misurano la condizione delle madri: lavoro, demografia, precarietà, dimissioni e disparità territoriali
L’undicesima edizione del rapporto Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026 restituisce un’immagine nitida e preoccupante: essere madre nel nostro Paese significa ancora oggi affrontare ostacoli strutturali che limitano l’accesso al lavoro, la stabilità economica e la possibilità stessa di avere figli. Nonostante l’attenzione politica e mediatica, tutti gli indicatori analizzati da Save the Children mostrano un peggioramento rispetto agli anni precedenti.
Nascite in calo e maternità sempre più tardiva
Il rapporto parte da un dato che da solo racconta molto: nel 2025 in Italia sono nati circa 355.000 bambini, quasi il 4% in meno rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità, fermo a 1,14 figli per donna, è tra i più bassi d’Europa e lontanissimo dalla soglia di sostituzione. La maternità diventa un progetto sempre più fragile, spesso rimandato o abbandonato. L’età media al parto sale a 32,7 anni, mentre le madri under 30 rappresentano una minoranza quasi simbolica. Una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per mettere al mondo un figlio: un dato che lega in modo diretto la denatalità alla precarietà occupazionale. La scelta di diventare madre, in Italia, continua a essere percepita come un rischio economico e professionale.
Child penalty: la maternità come penalizzazione economica
Uno degli indicatori più significativi analizzati da Save the Children è la child penalty, ovvero la penalizzazione che le donne subiscono nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio. In Italia questa penalizzazione raggiunge il 33%, un valore che sintetizza la distanza tra uomini e donne in termini di opportunità, salari e continuità lavorativa. Nel settore privato, le madri possono perdere fino al 30% del reddito dopo la nascita del primo figlio; nel pubblico la perdita è più contenuta, ma comunque presente. Ancora più allarmante è il dato sulle dimissioni: una madre under 35 su quattro abbandona il lavoro nell’anno della nascita del primo figlio. La maternità, invece di essere un diritto tutelato, si trasforma in una cesura nella carriera femminile, un punto di non ritorno che molte donne pagano per anni.
Occupazione: il divario tra madri e padri si allarga
Il rapporto mostra come, nonostante un generale aumento dell’occupazione nel Paese, le madri siano le ultime a beneficiare di questo trend. Tra i 25 e i 54 anni, lavora il 63,2% delle donne con almeno un figlio minore, contro il 92,8% degli uomini nella stessa condizione. Il dato è ancora più eloquente se si osserva la dinamica opposta tra uomini e donne: mentre la paternità aumenta la partecipazione maschile al mercato del lavoro, la maternità la riduce drasticamente. Le madri con figli in età prescolare raggiungono appena il 58,2% di occupazione, un valore che racconta la difficoltà di conciliare cura e lavoro in assenza di servizi adeguati. Le differenze territoriali amplificano il quadro: al Nord lavora oltre il 73% delle madri, mentre al Sud la percentuale scende al 45,7%. La maternità, in Italia, non è solo una questione di genere: è anche una questione geografica.
Mothers’ Index: peggiorano tutti gli indicatori del lavoro
Il Mothers’ Index regionale, elaborato da Save the Children insieme all’Istat, misura la condizione delle madri attraverso sette dimensioni: demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza. La dimensione “Lavoro” registra un peggioramento netto: l’Italia scende a 88,3 punti, perdendo oltre undici punti rispetto al 2022. A incidere sono l’aumento della precarietà, la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli e la difficoltà a mantenere un impiego stabile. Alcune regioni mostrano arretramenti particolarmente significativi: la Valle d’Aosta perde dieci posizioni in un solo anno, mentre il Piemonte scivola dal secondo al decimo posto. In cima alla classifica si collocano Marche, Toscana e Molise, ma i miglioramenti registrati in alcune aree non compensano il peggioramento generale. Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui, da Nord a Sud, la maternità continua a essere un fattore di vulnerabilità economica e professionale.
Un equilibrio molto precario
Le Equilibriste 2026 conferma che la maternità in Italia resta un equilibrio fragile, spesso impossibile da sostenere senza rinunce. Gli indicatori analizzati da Save the Children mostrano un peggioramento diffuso, che riguarda salari, occupazione, precarietà e possibilità di conciliare lavoro e cura. Se la maternità continua a essere uno dei principali fattori di disuguaglianza, la denatalità non potrà che proseguire. Il desiderio di avere figli non basta, e le donne lo sanno che il costo della genitorialità si riversa in maniera sproporzionata su di loro. Per invertire la rotta, servono politiche strutturali che non si limitino a sostenere la natalità, ma che rendano davvero possibile essere madri senza dover rinunciare al lavoro, alla stabilità e alle proprie aspirazioni.




























