Arte tra Mirò, Falso e street art

Mirò è l’artista che disegna cieli immensi e che quando passeggia per la strada guarda in basso, la terra, o in alto, il cielo, e non il paesaggio. Mirò è il pittore che lavora con le dita, perché per dipingere le sue opere vuole essere sporco dalla testa ai piedi. Mirò è il genio a cui basta un pezzo di filo per costruire un mondo. Dai fili, alle linee, ai segni, in “Joan Mirò. La forza della materia” in programma fino all’11 settembre al MUDEC, entrerete in un mondo fantastico, da guardare e interpretare in tutta libertà, guidati da un minuscolo pezzo di filo. Filù è il suo nome ed è l’amico segreto di Mirò, nell’audioguida di Antenna, che accompagna i bambini tra le opere in mostra, attrezzandoli di cuffie e fornendo loro gli strumenti per scoprire le opere e conoscere l’artista. In Mirò, l’ispirazione arriva dalle piccole cose: dal filo che esce dalla tela, da una macchia sul muro, da un minuscolo granello di polvere. Le sue forme sono semplici, i tratti elementari e le linee, curve, sinuose o dritte, danno vita a strani personaggi. Uccelli, donne e figure in bilico tra realtà e fantasia che sembrano danzare su sfondi dai colori accesi. Animali, come il gallo in bronzo, che nascono dall’assemblaggio di oggetti diversi. Mirò è uno sperimentatore: utilizza i supporti più insoliti, assi di legno, carta vetrata. Distrugge e crea allo stesso tempo. Si interessa alla scultura, all’arazzo e all’incisione e sfida tutti i vincoli della tecnica per superare gli ostacoli che contrastano la sua libertà d’espressione. L’arte di Mirò infrange le regole, ma è intimamente legata al surrealismo e all’influenza che artisti e poeti hanno esercitato su di lui negli anni Venti e Trenta.

D’altronde, il richiamo dell’arte a modelli preesistenti è evidente in tutte le epoche e gli artisti hanno sempre fatto riferimento a un’iconografia precedente per realizzare le proprie opere. “L’artista mediocre copia, il genio ruba” diceva Picasso. E una mostra collettiva curata da Thomas Demand alla Fondazione Prada esplora proprio il tema della contaminazione di idee e di ispirazioni nel pensiero creativo. Con “L’image volée”, fino al 28 agosto, si indagano i limiti tra originalità, invenzioni concettuali e diffusione di copie, affrontando il furto nella storia dell’arte in tutte le sue sfaccettature. L’oggetto rubato, o mancante, diventa innanzitutto un corpo del reato o la scena del crimine. Il mistero dell’assenza, in particolare, si trova in un dipinto perduto di Vincent Van Gogh “Ritratto del Dottor Gachet”, di cui resta solo la cornice, e nel verbale di furto autografato e incorniciato di Maurizio Cattelan, a seguito della scomparsa di una sua opera immateriale. L’idea di contraffazione e falsificazione è esemplificata dalle banconote riprodotte a mano dal falsario Günter Hopfinger e da “Duchamp Man Ray Portrait” di Sturtevant che mette in scena il ritratto fotografico di Marcel Duchamp realizzato da Man Ray, sostituendosi sia all’autore sia al soggetto della fotografia. La questione della produzione di immagini che rivelano aspetti nascosti sul piano privato e pubblico, infine, chiama in causa lo spionaggio creativo. I dispositivi usati dalla DDR e dall’Unione Sovietica per controllare i propri cittadini si trasformano qui in opere museali e le telecamere nascoste nell’installazione “Blue Line” di John Baldessari che rubano le immagini del pubblico in contemplazione proiettandole in uno spazio adiacente, mettono in discussione il ruolo dello stesso spettatore.

Non di furto o spionaggio si tratta, ma di una rielaborazione in chiave contemporanea delle icone più famose e riconoscibili della storia dell’arte occidentale quella proposta da Farhan Siki in “Trace”, fino al 30 settembre nella sede di Banca Generali Private Banking in piazza Sant’Alessandro 4. Farhan Siki è uno street artist indonesiano, tra i più apprezzati a livello internazionale e da qualcuno già definito il “Banksy asiatico”. Nelle opere in mostra, ha accostato le icone dell’arte ai marchi e ai loghi dei brand più famosi. Divertitevi a riconoscere “L’Ultima Cena” di Leonardo o il leonardesco “Uomo Vitruviano” rappresentato con scritte e forme geometriche. Nella sua serie più famosa “Mu(War)kami” su uno sfondo composto dai loghi che Murakami ha progettato per Louis Vuitton, Farhan Siki ha inserito scene di combattimenti tra uomini, di aerei di guerra, di fucili e mitragliatori quasi a ricordare che nel mondo esiste qualcosa di più profondo, impossibile da ignorare.

[Simona Savoldi]

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