Autosvezzamento: diamo fiducia al bambino

Lucio Piermarini  è il pediatra che ha rivoluzionato lo svezzamento in Italia. 
Tuttavia, a ben vedere, la sua non è stata una vera e propria rivoluzione quanto piuttosto una riscoperta, un  ritorno alle origini, un guardare avanti dopo anni di errori alla ricerca del buon senso e della semplicità.
Il suo libro “Io mi svezzo da solo! Dialoghi sullo svezzamento” è uno dei testi più amati da genitori. Alla base c’è la volontà di scuotere, nei medici come nella famiglia, la certezza che solo la scienza medica sia in grado di accompagnare i bebè nella delicata fase di passaggio dal latte materno agli alimenti diversi.
Lo abbiamo intervistato per voi ed ecco cosa ci racconta.

Cosa significa autosvezzamento?

“Attorno ai 6 mesi di vita, a volte prima, a volte più tardi, il bambino è pronto a introdurre nella sua dieta alimenti diversi dal solo latte. Il latte, però, rimane per lui l’alimento principale fin verso i 12 mesi. Il passaggio da una dieta di solo latte a una arricchita dai cibi solidi è un processo che deve essere rispettoso dei tempi di ciascun bambino. Si deve cogliere il momento in cui bambini mostrano un deciso interesse per il pasto dei genitori e accontentare la loro richiesta di imitazione. Solo dopo che l’assaggio ha avuto successo i bambini riconosceranno il cibo come tale e, ognuno al suo ritmo, continueranno su questa strada con piena soddisfazione di tutti.
Tecnicamente, più che di autosvezzamento, si deve perciò parlare di “svezzamento guidato dal bambino” o di “alimentazione complementare a richiesta”, per enfatizzare il passaggio ai cibi solidi rispettando la richiesta spontanea del bimbo e minimizzando l’offerta da parte degli adulti”.

In Italia lo svezzamento ha uno schema piuttosto rigido

“Brodino di verdure, zucchino, olio extra vergine di oliva, parmigiano… Tutto è introdotto con progressione certa e inesorabile.
Da noi pesa l’affidamento dell’alimentazione al pediatra e, bisogna dirlo, una forte sponsorizzazione delle ditte specializzate in alimenti per l’infanzia. Altrove c’è meno “pressione medica” e meno pervicacia nel prescrivere la scaletta di introduzione degli alimenti. Un esempio? In Italia, fino a qualche anno fa,  le formule sostitutive del latte umano erano prescritte dal pediatra, costavano il doppio che all’estero e si potevano acquistare solo in farmacia. Ora il mercato è liberalizzato, ma permane la medicalizzazione dell’alimentazione almeno per tutto il primo anno di vita. Il mercato dei cibi per l’infanzia è uguale qui come altrove, ma all’estero i genitori sono più liberi di scegliere se e cosa comprare”.

L’alimentazione del bambino è seguita dal pediatra nei primi anni di vita, poi i consigli scompaiono. C’è un motivo?

“E’ una grande colpa di noi pediatri, che offriamo una guida nutrizionale meticolosa nei primi mesi e poi abbandoniamo le famiglie.
L’alimentazione complementare a richiesta cambia radicalmente questo approccio: responsabilizza la famiglia e la guida verso una corretta alimentazione, proprio nel momento in cui i genitori sono più propensi a cambiare stile di vita.
Si insegna a seguire una dieta sana e varia e si lasciano liberi i bambini di condividerla, convinti che se i genitori mangiano bene non hanno motivo di preoccuparsi d’altro. Il pediatra dovrebbe prendersi cura della famiglia nella sua totalità e non del solo bambino, gettando le basi di comportamenti alimentari che dureranno tutta la vita, senza bisogno di una guida”.

Il suo libro ha avuto un enorme successo. Se lo aspettava?

“Sono rimasto sorpreso. Non avevo intenzione di scriverlo, perché circolavano già articoli scientifici e di divulgazione sull’argomento. Sono stato incitato a farlo e l’accoglienza è stata superiore alle aspettative. Il motivo è che il messaggio è talmente semplice e intuitivo  che se ne riconosce subito l’utilità pratica. Le mamme sono state le prime ad accorgersi che lo svezzamento a richiesta le liberava da paure e problemi. Inoltre, diffondendosi, ci siamo accorti che il risultati andavano oltre lo stesso svezzamento. L’investimento di fiducia nella famiglia ha avuto un effetto a cascata: nutrire correttamente i propri figli aiuta i genitori a essere migliori sotto molti altri aspetti”.

Nessuna critica?

“Qualche collega afferma che se l’alimentazione del bambino viene affidata a famiglie che mangiano male, rischia di diventare caotica e  incontrollata. Più che una critica mi sembra un’autocritica: se succede così è perché noi pediatri abbiamo insegnato ai figli e non alle famiglie come mangiare. Spieghiamo ai genitori che bisogna avere assoluta fiducia nel bambino sulla quantità di cibo da consumare e, fino al primo anno, anche sulla qualità. Quando subentrano fattori condizionanti ambientali e sociali e la capacità di autoregolazione entra in crisi, i genitori possono dare una mano al bimbo per scegliere la qualità giusta. Non c’è niente da inventare, basta cucinare bene, limitare i cibi precotti o confezionati e seguire, senza bisogno di usare la bilancia, le proporzioni dei vari alimenti suggerite dalla piramide alimentare. Significa non portare cibi spazzatura in casa e rendere disponibili quotidianamente gli alimenti giusti nella giusta varietà”.

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