Casa e separazione

L’assegnazione della casa coniugale è il provvedimento adottato dal giudice per garantire al nucleo familiare residuo, in caso di separazione o divorzio, la conservazione dello stesso ambiente di vita domestico goduto in costanza di matrimonio: il coniuge con cui vivono i figli minorenni, in buona sostanza, ha il diritto di continuare a stare nella stessa casa in cui questi ultimi sono nati e cresciuti fino al momento della separazione dei genitori, in modo da evitare loro un secondo trauma, vale a dire l’allontanamento dalla casa in cui hanno vissuto fino ad allora. La casa qui è intesa non solo come bene immobile in cui si è svolta la vita coniugale e familiare ma anche e soprattutto come nucleo domestico, come centro di aggregazione della famiglia.

Quando i figli diventano maggiorenni ed economicamente autosufficienti, il diritto di godimento della casa facente capo al coniuge affidatario è revocato. L’istituto dunque decade quando vengono meno i presupposti per l’assegnazione: non automaticamente, ma sempre valutando prima l’interesse preminente dei figli.

E se non ci sono figli? A tal riguardo in giurisprudenza si registrano due contrapposti orientamenti: quello prevalente esclude ogni margine di tutela per il coniuge che non sia affidatario di prole né titolare di alcun diritto sull’immobile: il provvedimento di assegnazione della casa coniugale è insomma subordinato all’esistenza di figli minorenni e non economicamente autosufficienti. In difetto, bisogna ricorrere alle norme sulla comunione e sulla divisione; quello minoritario riconosce la possibilità di assegnare l’immobile al coniuge non affidatario ma economicamente più debole (cui, naturalmente, non sia addebitabile la separazione). In entrambi i casi, quando il coniuge assegnatario cessa di vivere stabilmente nella casa coniugale (magari perché si trasferisce altrove) oppure convola a nuove nozze, l’assegnazione è revocata, consentendo all’altro coniuge, legittimo proprietario estromesso, di riprendere possesso del proprio bene.

E se il coniuge che perde il diritto di abitare nella ex casa coniugale non se ne vuole andare spontaneamente? In questo caso occorre purtroppo mettere in atto una vera e propria azione esecutiva che preveda, prima, l’intimazione a lasciare l’alloggio libero entro un periodo determinato di dieci giorni e, poi, l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario che materialmente si rechi in loco e immetta il legittimo proprietario nel possesso del suo bene.

[Francesca Galdini]

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