Caterina e gli occhiali delle sfide

Una sfida. E la sensazione che sia troppo, troppo, TROPPO grande.

Anzi, meglio: più sfere della vita che, nello stesso momento, da mondi più o meno in equilibrio con se stessi e tra loro, diventano sfide enormi, tutte insieme: famiglia, lavoro, amici, amore, denaro.

Tutto chiama, tutto sembra urgente allo stesso modo, tutto è da districare all’istante. Se lasci un attimo la presa su una delle sfere-sfide, senti che precipiterà, rotolerà via nel caos, sarà il disastro, la fine.
Un senso di sopraffazione emotiva, l’onda del panico, del dolore, del timore, dell’ansia e la sensazione di non avere i muscoli e un surf di intelligenza per cavalcarla. Ci si resta sotto. Si beve salato, il panico aumenta, gli occhi bruciano, le fibre hanno finito l’energia, l’onda continua a muoversi.
E poi: la paura di non farcela.
La paura di sbagliare e poi di fallire.
La paura di fare una figuraccia.
I brividi.
Il senso di colpa.
La paura che nemmeno questa sia la volta buona.
La paura che i soldi non basteranno.
La paura di perdere ciò a cui teniamo di più, o qualcosa a cui teniamo molto, qualcosa che se riusciremo a realizzare, pensiamo, ci darà dei punti nella classifica mentale dove controlliamo di continuo in quale posizione ci troviamo.
La paura di non essere “abbastanza” per le persone alle quali siamo legate da amore e bene profondi o di lavoro.
Che l’uomo con cui stiamo non vorrà questa donna ingarbugliata di sfide a fianco.
Il dubbio che forse, un altro, al posto nostro, farebbe cento volte meglio.
La sensazione di non essere davvero cambiati, di essere quelli che, di nuovo, non ce la faranno.
Caterina vive questa atroce pressa emotiva almeno un paio di volte l’anno e spesso verso la fine dell’estate, il periodo in cui – hai voglia a risparmiare durante l’anno, con tutte le spese che ci sono negli otto mesi precedenti – da freelance si guadagna sempre meno.

Ci sono più tasse da pagare, si sta di più con i figli, con il compagno, con cui quindi emergono di più i problemi e con alcuni lavori creativi che durante l’anno hanno meno spazio, si è più stanchi e le vacanze sono state più brevi perché… vedi alla voce soldi e lavoro.
Il fatto è che tutto questo, intorno ai 45 anni, rischia di diventare per Caterina una pericolosa, feroce unità di misura del senso di efficacia e dell’autostima. Rischia.

Lei vede che cosa c’è in fondo a questo rischio e non le piace e questa sensazione del fondo nero e vischioso che potrebbe risucchiarla è una molla potente per farla reagire e dirsi: se non riparti dall’amore per te stessa, se non ti tranquillizzi, se non accetti di sbagliare, fallire, perdere come una delle possibilità e non la peggiore, sei spacciata per davvero e il fondo nero e vischioso non aspetta che tu cada, ti verrà incontro.
Si è guardata con tanti occhiali, Caterina, negli ultimi anni.

Con quelli di zucchero dei desideri, con quelli d’oro dei talenti da coltivare, con quelli, come cancelli, di ciò che è disposta ad accettare e di che cosa non è disposta a sopportare, con quelli elastici come trampolini dei viaggi che ha fatto e che vorrebbe fare, con quelli dei bicchieri festosi delle amiche e degli amici, con quelli dei colori per esprimersi e conoscersi del suo psicologo.
Adesso, anche se sono pesanti e sembrano più tagliole che occhiali, vuole guardarsi con quelli delle sfide. E, nel fabbricarli, si rende conto che le tagliole non sono gli occhiali migliori per vedere con chiarezza e muoversi in ciò che si trova ad attraversare.
Ci vuole un materiale morbido come l’amore, l’amore per sé e di sé, un piccolo ponte per abbassare il senso di vergogna e parlarne con le persone che le stanno vicino, superando la paura che l’abbandonino perché è in difficoltà, una nocca per bussare a una porta per chiedere un po’ di aiuto e, poi, accettarlo, una materia fatta di respiri, anzi molti respiri e altrettanti passi.
Ci vogliono i muscoli, del corpo, del cuore. Sentirli, allenarli nello sforzo. Affidarsi a loro.
Un foglio per scrivere in ordine le cose da fare, per priorità.
Un’amica a cui dire tutto. O più di una.
Ricordarsi che ha affrontato molte sfide in passato, anche tutte insieme.
Le serve ottimismo, bisogna ripescarlo da qualche parte, andare a cercarlo, si nasconde bene a volte, ma c’è e intanto, come canta Jovanotti in una delle ultime canzoni, Vado, andare avanti.
Tornare alla creatività, quel modo personale e unico che ha di fare le cose, non un generico si dovrebbe agire così o se io fossi un’altra mi comporterei così.
Fare almeno qualche cosa bella, ogni tanto, non aspettare di aver vinto la sfida per meritarla, perché non è vero che le cose belle sono premi, sono carburanti, tregue, si trovano idee, soluzioni nuove in una passeggiata nei boschi, in un bel film, in una cena in cui si ride.
Accettare di perdere qualcosa, di lasciar andare un po’ di materia, di dover rifare.
Accettare l’errore. L’inerzia del tempo, la lentezza delle cose che si fanno solo con un lavoro che dura giorni e settimane.

E chiederne di più di tempo, se si può, o almeno provarci, tentare.

sfide e paure

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