Caterina e questi ragazzini che crescono

Non sono più bambini. Quando succede? Come succede? Una volta, tanto tempo fa, Caterina ha letto questa frase di Anna Pavignano, scrittrice e sceneggiatrice: “A un certo punto, guardandoli, sai che non li prenderai più in braccio per portarli dal divano, dove si sono addormentati, al lettino”. Già. Perché pesano troppo, forse già più di te, almeno uno dei due. Perché ti addormenti prima tu, mamma, che alle nove sei già in pigiama, con tisana, libro e lenzuola pronti ad accoglierti. Perché spesso non stanno più sul divano, ma accanto alla presa per ricaricare lo smartphone. Sì. Il divano è un segnale.

Ma Caterina è colpita, altrettanto, dal nuovo silenzio che avvolge la casa. Il silenzio dell’introspezione. Il silenzio dei fatti loro. Il silenzio, appunto, dell’immersione in video, videogiochi, videoclip e social.
Il silenzio in cui s’interessano a modo loro al mondo, alla musica, alle strategie, alle ricompense, alle formazioni di calciatori. Ma anche il silenzio che si crea, in casa, quando loro vanno alle prime festicciole del sabato sera, alle gite di due giorni o s’immergono in bagni e docce che durano ore, o quando dormono, sabato e domenica, fino a mezzogiorno.

È un silenzio che all’inizio la riempiva di dubbi: ma sarà che stanno troppo tempo connessi? Ma sarà che io sono troppo stanca e non mi vedono aperta al dialogo? Sarà che dovrei mettere dei limiti più netti? Sarà che io sono femmina e loro maschi? Sarà la tv accesa a cena? Sarà.

In ogni caso il risvolto di questo nuovo silenzio è che Caterina può leggere un libro senza interruzioni. Può stare al telefono senza che spunti una testolina da dietro la porta a reclamare una merenda, un giocattolo, l’attenzione, un arbitro per un litigio. Che può alzarsi presto la domenica (essendo andata a dormire alle nove, la sera prima) e disporre del soggiorno, dell’intero divano, bere un caffè, poi un altro, ascoltando le sue cantanti preferite senza sentirli urlare: mamma spegni ‘sta lagna. C’è un modo diverso di stare insieme, vicini, in stanze attigue, ognuno con i propri auricolari, che guai se non si trovano o se vengono sottratti dall’altro.
È tutto giusto? È questo crescere? Stanno cercando la propria voce
nel mondo, ascoltandone milioni di altre, decine di minuti al giorno? O è un modo per non crescere, per stare dentro a limbi virtuali di cui sono passivi fruitori?

Non siamo affatto passivi, è una delle frasi che i figli le dicono più spesso. Siamo attivi e sviluppiamo una visione ampia e articolata, dobbiamo stare attenti a mille dettagli contemporaneamente per vincere in un gioco. Ci preferisci passivi davanti alla tv? No, in effetti no. In effetti non lo sa. Andate bene così come siete, pensa Caterina.
E quando succede che il figlio dodicenne, dal suo letto di preadolescente, le chieda un massaggio mattutino, bofonchiando: Mamma, però non parlarmi, perché sono ancora addormentato…. Beh, quello è un bellissimo silenzio e se lo gode tutto, perché, Caterina lo sa, durerà ancora poco.

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