Angry mama? Una guida su come gestire la rabbia

Capricci, ripicche, a volte veri e propri “duelli” tra le mura di casa. Essere una mamma o un papà riserva anche momenti di difficile gestione: per esempio quelli in cui i piccoli fanno qualcosa di sbagliato e si arriva al punto di dover “amministrare” la giustizia domestica.

Un rimbrotto, un rimprovero, un castigo e così via. Ma non è sempre facile, soprattutto in un periodo in cui il modello familiare è evoluto e i rapporti tra componenti della famiglia sono diventati più articolati.

Abbiamo chiesto aiuto a Juri Nervo, progettista di esperienze educative che si occupa di queste tematiche tramite la onlus Essere Umani come “decodificare” certi momenti di rabbia e difficoltà.

Come gestire la rabbia che nasce dalla storia di famiglia

È normale che un genitore si arrabbi con i figli? Ma fino a che punto?

Assodato che la famosa frase ‘Genitori si diventa, non si nasce!’ aiuta a capire il percorso, credo che capire quanto e fino a che punto ci si possa arrabbiare, sia una domanda che richiede due considerazioni.

La prima riguarda il bene e la crescita del figlio: i genitori arrabbiati sono utili? E se sì, a cosa?

E poi ancora: ogni genitore deve fare i conti con la propria storia, va da sé che ogni soggetto è stato (e molti lo sono ancora) figli. Bisogna capire quale immagine di genitorialità è stata raccontata a ciascuno di noi: questa è la chiave di lettura del come noi siamo genitori.

Se ci si arrabbia e si lascia che la rabbia prenda qualsiasi forma, forse è perché ci hanno insegnato così.

Spiegare aiuta a gestire le emozioni

Ci sono trucchi (o chiamiamoli esercizi o lavoro su se stessi) per gestire la rabbia? 

Credo che un adulto risolto sia un adulto in grado di gestire la propria rabbia, un’emozione che è giusto che ci sia, ma a piccole dosi.

Troppa rabbia ammala i rapporti. I trucchi per gestire questo sentimento sono la capacità di ascoltarsi e capire da dove nasce.

Avere vicino un altro genitore capace di aiutare è già un passo avanti, ma se ci si rende conto che la rabbia inquina i rapporti e l’armonia della famiglia, è bene essere sinceri con se stessi e chiedere aiuto a un terapeuta.

Ancora: un trucco è quello di imparare a parlare con l’altro e informarlo di cosa si prova. È quello che definisce il passaggio “dal tu all’io”: quando qualcuno litiga si tende ad addossare all’altro le colpe e le responsabilità, dicendo “tu hai fatto”, “tu hai detto” e così via.

Se invece si riesce a trasmettere lo stesso messaggio spiegando il perché quel comportamento ci fa arrabbiare o ci ferisce (per esempio, perché io sto in pena e mi preoccupo) si getta un ponte emotivo in più tra le persone coinvolte. E questo aiuta a gestire il conflitto.

Distinguere la rabbia dalla violenza

Tanti genitori prima si arrabbiano e poi provano sensi di colpa. È giusto?

Non credo che il senso di colpa sia una buona benzina per alimentare qualsiasi rapporto. Posso rendermi conto che mi sono arrabbiato, ma credo serva spiegare una differenza fondamentale.

Urlare, sbattere i pugni sul tavolo, alzare le mani non è rabbia: è violenza.

Affermare invece qualcosa con un tono arrabbiato o infastidito è una condivisione, che fa capire anche quanto si possa essere delusi per la situazione e quanto si tenga al rapporto. Allora sì, questo è corretto.

Più in generale, se un genitore sa che nel momento in cui sgrida un figlio lo sta facendo per un buon motivo, allora non si deve sentire in colpa.

Ma al tempo stesso non deve mai smettere di essere credibile.

Se si accorge che una sgridata è stata in realtà uno sfogo legato ad altre tensioni o preoccupazioni, come per esempio il lavoro o la stanchezza, allora è giusto che torni indietro e chieda scusa.

Anche così si contribuisce ad accrescere la propria credibilità.

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