Compiti delle vacanze: un quarto d’ora, non di più

Un quarto d’ora di impegno, senza distrarsi e senza lamentarsi. Coraggio!

Ha fatto il giro del Web la circolare di Andrea Bortolotti, dirigente dell’Istituto comprensivo di Settimo Milanese. “Riposatevi e divertitevi – scrive il preside -. Coltivate le amicizie. Eventualmente anche nuove. Se potete viaggiare, fatelo. Poiché comunque potete ascoltare, guardare, leggere, fatelo: in particolare ascoltate musica, guardate film, leggete libri e fumetti e parlatene con i vostri amici. Tenete un diario, scrivete agli amici, preferibilmente lettere o e-mail. Pulite un tratto di spiaggia, di prato o di bosco. Nei casi disperati cominciate pure dalla vostra camera”. E lo smartphone? “Dimenticate spesso il cellulare da qualche parte. Nei casi disperati dimenticatelo una sola volta. Nel secchiello del ghiaccio, con molto ghiaccio”.

Che ventata di aria fresca, rispetto all’aria viziata dei compiti estivi! Perché se è vero che un po’ di lavoro autonomo dovrebbe insegnare agli studenti la capacità di ragionare con la propria testa, è altrettanto vero che troppo impegno extrascolastico soffoca le famiglie scaricando sui genitori una immeritata responsabilità.

I compiti si fanno da soli!

Non sono molte le scuole che vantano un preside illuminato come quello di Settimo Milanese e la normalità è trovarsi alle prese con interminabili ore estive di matematica e francese, italiano e geometria. Come affrontarle? Vi diamo qualche consiglio. A partire dal primo, inderogabile, utilissimo: non aiutate. Aiutare a fare i compiti rende i figli insicuri. I compiti sono un affare dei bambini. I genitori che si tengono alla larga non lo fanno per pigrizia o disinteresse, piuttosto educano i figli a coltivare tre ottime qualità, che sono l’autonomia, l’indipendenza e la tenacia. Almeno, è quello che dice l’Università di Stoccolma, in un ormai famoso studio condotto su 365 bambini di scuola primaria.

L’ambiente giusto, il momento giusto

Combattere i compiti non serve: vincono loro. Facciamo buon viso e organizziamo l’ambiente per renderlo piacevole: un tavolo libero con la sedia di altezza corretta, ben illuminato, senza rumori di sottofondo, senza genitori che discutono o fratellini che giocano alla Play.

C’è anche un momento giusto, che non è mai l’ultimo buono e neppure quello immediatamente prima di pranzo o prima di uscire. È un momento tranquillo, magari dopo una passeggiata o dopo aver fatto quattro salti a ritmo di musica per sfogarsi un po’.

Poco tempo, ma fruttuoso

Serve infine un tocco di pragmatismo: fissare con aria sconsolata il problema di matematica o piangere perché l’analisi grammaticale è troppo noiosa sono infruttuose perdite di tempo. Cerchiamo di trasmettere la consapevolezza che un quarto d’ora di impegno, senza distrarsi o lamentarsi, è sufficiente. Domani faremo un altro quarto d’ora. E speriamo che sia davvero così!

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