Di febbre, immortalità, cura ed empatia

“Perché a cercare l’immortalità sono prevalentemente gli uomini?”. La domanda mi piomba in mente senza preavviso non appena mi accorgo che mio figlio ha la febbre. Il che per me significa sospendere la vita, rimandare tutti gli impegni per i giorni seguenti e rimanere a casa.

La suddetta domanda l’avevo incontrata, circa un anno fa, in un articolo di un giornale americano. La proponeva la scrittrice Dara Horn, conosciuta per il romanzo di una donna che non può morire.

Dara, nel suo articolo, indagava la corsa dei miliardari della Silicon Vally (assieme ad altri miliardari, tutti maschi, alcuni accusati di violenze sessuali) negli investimenti faraonici sulla ricerca del segreto dell’immortalità e dei trattamenti anti-invecchiamento.

Perché questa domanda mi torna in mente adesso? Non lo so. Come avrete sperimentato spesso in compagnia dei vostri bambini, i giorni di malattia li ho passati tra vomito, termometri, lavaggi del naso, pasti non consumati, suadenti promesse per far prendere la medicina, altre suadenti promesse per non abbondare con le dosi della (oggigiorno) dolcissima medicina. Pianti, debolezza, coccole, preoccupazione, sonno e altri pianti e lunghi silenzi.

In quei silenzi mi visitava la domanda di Dara. L’immortalità è una relazione tra il corpo e il tempo, dove uno, il corpo, rimane costante nel mutare dell’altro.

Paradossalmente un po’ di febbre è una delle esperienze che più ci avvicina a concepire l’immortalità. Da un lato ci ricorda la deperibilità del corpo, il suo veloce mutare. Dall’altro stropiccia il tempo, rendendolo irrilevante.

Trasforma pure lo spazio. Per un numero – appunto – irrilevante di ore, il tuo mondo si racchiude dentro una stanza. Il centro dell’universo è quel cucciolo leggermente più caldo del solito che dorme accanto a te, i suoi angoli più remoti sono la bottiglietta di Tachipirina da un lato e un libro sul comodino dall’altro. Un universo silenzioso e immobile.

L’unica cosa che muta, in questa scena cosmica, è la temperatura segnata dal termometro. La febbre avvicina all’immortalità quando espande il corpo. Includendone un altro. Le domande: “Cosa sta provando? Chissà cosa sta pensando? Gradirebbe una carezza o lo irriterebbe? Questa sua rabbia è vera o è solo frustrazione per la sua condizione fisica?” occupano il tuo centro.

La febbre ridimensiona anche le cose. Tutti gli impegni che il giorno prima sembravano importanti, urgenti e necessari in questo spazio-tempo sono svaniti senza nemmeno lasciare traccia.

Cerco e ritrovo l’articolo. Voglio sapere come mai il mio inconscio me l’ha scelto. Dara, nel tentativo di spiegare il motivo per cui tanti uomini potenti, dopo aver posseduto i corpi di altri, vogliono pure l’immortalità per il loro corpo dice: “Per un nanosecondo, nella storia dell’umanità, gli uomini hanno condiviso un fardello da sempre femminile: il lavoro quotidiano di prendere cura del corpo di un’altra persona. Il ciclo costante di cucinare, dar da mangiare, cambiare lenzuola, pulire feci e vomiti per il piccolo, il malato o il vecchio. Questa devozione quotidiana ti cambia, è una scuola d’empatia”. Enigma risolto.

Due giorni dopo, nonostante il termometro continui a segnare trentotto gradi, mio figlio torna a scuola. Perché questa volta la febbre è mia.

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