Diamo meno, abbiamo troppo

“Dategli meno. Hanno troppo, non c’è dubbio. Il consumismo fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia”. Questa frase di Giovanni Bollea, neuropsichiatra infantile, contiene sicuramente molta verità. Dal momento della nascita, i nostri bambini sono circondati da oggetti: basta vedere quanto è carica, di solito, l’auto di una famiglia che viaggia con un neonato. Non parliamo poi della quantità di giocattoli, vestiti, dolci e bibite di cui li sommergiamo nella prima infanzia. A cui si aggiungono, più avanti, i vari giochi elettronici, gli iPhone, gli iPad, i computer e così via.

Nella nostra cultura, il benessere è essenzialmente quello materiale: più che cittadini siamo consumatori, continuamente blanditi e incentivati ad acquistare, buttare via e acquistare di nuovo. Il consumismo è affascinante, non si può negare. Non a caso è dilagato come modello desiderabile anche in culture molto diverse da quella occidentale, perché fa leva – basta analizzare anche superficialmente lo stile dei messaggi pubblicitari – su alcuni aspetti infantili della personalità: il “voglio tutto e subito”, il “senza limiti”, la tendenza ad accaparrare, il voler essere uguali agli altri. Quindi l’onnipotenza, l’egocentrismo, l’individualismo, il conformismo, il non sopportare la frustrazione che segna la distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione. Tutti aspetti che devono essere superati, per diventare grandi.

Bambini sempre felici
Il problema è che molti adulti, nati e cresciuti negli anni Ottanta, da questo punto di vista non sono mai diventati veramente “grandi” e quindi applicano ai figli le stesse regole che applicano a se stessi: consumisti loro, consumisti i figli. Oppure, fanno magari delle rinunce per quanto riguarda se stessi ma ai bambini o ragazzi vogliono, appunto, “dare tutto”, tutto quello che loro non hanno avuto o non hanno. In generale, vorrebbero semplicemente essere eccellenti genitori, ma il modello di “buon genitore” che hanno in testa è quello di qualcuno che ai figli non nega nulla, perché questi devono essere costantemente felici.

Molti genitori si lamentano dei figli perché non tengono con cura le loro cose. Spesso non ne hanno cura proprio perché sono troppe, perché non sono state oggetto di alcun desiderio (quante volte si regalano ai bambini cose che non hanno chiesto?) oppure di un desiderio molto effimero, scomparso nel momento stesso dell’entrata in possesso dell’oggetto, in base alla terribile legge consumistica del desidera-compra-consuma-desidera di nuovo; ma anche perché non hanno fatto niente per conquistarsele. Ben diverso è l’atteggiamento verso ciò che il bambino si è costruito da solo (non solo i “lavoretti” di scuola, ma per esempio un oggetto costruito in ore e ore di duro lavoro manuale in falegnameria) oppure ha acquistato risparmiando per mesi e mesi sulla paghetta. Paghetta che, a proposito, sarebbe meglio dare in cambio di lavori veri e svolti bene in casa o fuori.

Educare alla cura
Il mito del “bambino sempre felice” (normalmente considerato una controprova della “bontà” del genitore) è oggi uno dei più potenti fattori antieducativi.

Perché educare è, appunto, far crescere, mettendoci fatica e tempo. È saper porre dei limiti e tenere le posizioni. È insegnare che il desiderio è una cosa bellissima ma va verificato con il tempo e l’impegno: se è vero desiderio la sua soddisfazione andrà conquistata, non piove dal cielo. È incoraggiare il mettersi alla prova e a superare le piccole (e poi man mano meno piccole) frustrazioni e sconfitte che il mettersi alla prova inevitabilmente comporta. È far apprendere per gradi la responsabilità, compagna indissolubile della libertà, che esiste anche nel possedere: se vuoi davvero qualcosa devi sceglierla, e sceglierla inevitabilmente comporta dei prezzi che devi essere pronto a pagare.

Quanti sono, per esempio, i genitori che si trovano a dover accudire un cane o un gatto che il figlio voleva a tutti i costi, disinteressandosi poi della sua cura? Da un punto di vista educativo, questo è un grosso fallimento: il figlio andava preparato per gradi, abituandolo a curarsi per esempio di una piantina o di un pesce rosso, per poi aumentare pian piano l’impegno e far entrare in famiglia un cucciolo solo quando il figlio è davvero pronto al compito gravoso (e alla soddisfazione) della cura quotidiana.

Scopriamo i veri desideri
A poco o nulla serve lamentarsi davanti a figli perennemente scontenti, annoiati e disordinati, che perdono o rovinano tutto quello che possiedono. Meglio cominciare da subito a “praticare bene” (quanto siamo consumisti noi, per cominciare? Quanto verifichiamo l’effettiva solidità dei nostri desideri?) magari spiegando ai figli che la nostra fame bulimica di beni materiali sta saccheggiando il pianeta e gli altri popoli. Educare alla sobrietà. Che vuol dire, alla fine, educarli ed educarci a essere persone più forti, sagge e felici. Ma felici davvero.

[Sandra Cangemi – Educatrice, Cooperativa sociale Praticare il futuro]

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