Diamo meno, abbiamo troppo

Contro la terribile legge consumistica “desidera, compra, consuma e desidera di nuovo”, facciamo una riflessione sull’importanza del desiderio

“Dategli meno. Hanno troppo, non c’è dubbio. Il consumismo fa scomparire il desiderio e apre le porte alla noia”. Questa frase di Giovanni Bollea, neuropsichiatra infantile, contiene sicuramente molta verità.

Dal momento della nascita, i nostri bambini sono circondati da oggetti: basta vedere quanto è carica, di solito, l’auto di una famiglia che viaggia con un neonato.

Non parliamo poi della quantità di giocattoli, vestiti, dolci e bibite di cui li sommergiamo nella prima infanzia. A cui si aggiungono, più avanti, i vari giochi elettronici, gli iPhone, gli iPad, i computer e così via.

Benessere non significa “più cose”

Nella nostra cultura, il benessere è essenzialmente quello materiale. E’ una triste constatazione pensare che, più che cittadini, siamo consumatori, continuamente blanditi e incentivati ad acquistare, buttare via e acquistare di nuovo.

Il consumismo è affascinante, non si può negare. Non a caso è dilagato come modello desiderabile anche in culture molto diverse da quella occidentale, perché fa leva – basta analizzare anche superficialmente lo stile dei messaggi pubblicitari – su alcuni aspetti infantili della personalità.

Voglio tutto e subito. Senza limiti. Voglio qui e ora. Quindi l’onnipotenza, l’egocentrismo, l’individualismo, il conformismo, il non sopportare la frustrazione che segna la distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione. 

Sono tutti aspetti che devono essere superati per diventare grandi.

Bambini sempre felici

Il problema è che molti adulti, nati e cresciuti alla fine del ventesimo secolo, non sono mai diventati veramente “grandi” e quindi applicano ai figli le stesse regole che applicano a loro stessi.

Consumisti loro, consumisti i figli. Oppure fanno delle rinunce per se stessi, ma ai bambini vogliono “dare tutto”, tutto quello che loro non hanno avuto o non hanno.

Vorrebbero semplicemente essere eccellenti genitori, ma il modello di “buon genitore” che hanno in testa è quello di qualcuno che ai figli non nega nulla, perché questi devono essere costantemente felici.

Desiderare, prima di tutto

Molti genitori si lamentano dei figli perché non tengono con cura le loro cose. Spesso sono i primi loro stessi a non averne cura,  perché sono troppe. Perché non sono state oggetto di desiderio.

Quante volte si regalano ai bambini cose che non hanno chiesto? Oppure le cose sono oggetto di un desiderio molto effimero, scomparso nel momento stesso dell’entrata in possesso dell’oggetto. Esiste la terribile legge consumistica del “desidera-compra-consuma-desidera di nuovo”.

Conquistare i desideri

A volte i figli non hanno cura delle proprie cose perché non hanno fatto niente per conquistarsele. Ben diverso è l’atteggiamento verso ciò che il bambino si è costruito da solo. Con quanta cura portano a casa i lavoretti di scuola? (qui vi diamo qualche consiglio intelligente per conservarli col dovuto amore).

Un oggetto costruito in ore e ore di lavoro manuale o un giocattolo acquistato risparmiando per mesi e mesi sulla paghetta, ha tutto un altro valore. E la paghetta, a proposito, sarebbe meglio che fosse data in cambio di lavori veri e svolti bene, in casa o fuori.

Educare alla cura

Il mito del “bambino sempre felice” (normalmente considerato una controprova della bontà del genitore) è oggi uno dei più potenti fattori antieducativi.

Perché educare è, appunto, far crescere, mettendoci fatica e tempo. È saper porre dei limiti e tenere le posizioni. È insegnare che il desiderio è una cosa bellissima ma va verificato con il tempo e l’impegno. Se un desiderio è vero, la sua soddisfazione andrà conquistata, non piove dal cielo.

Educare è incoraggiare la voglia di mettersi alla prova e di superare le piccole (e poi man mano meno piccole) frustrazioni e sconfitte. È far apprendere per gradi la responsabilità, compagna indissolubile della libertà, che esiste anche nel possedere. Se vuoi davvero qualcosa devi sceglierla, e sceglierla inevitabilmente comporta dei prezzi che devi essere pronto a pagare.

Se ti chiedono “un cucciolo”, pensaci bene

Quanti sono i genitori che si trovano a dover accudire un cane o un gatto che il figlio voleva a tutti i costi? Quello stesso figlio che, dopo pochi giorni, ha cominciato a disinteressarsi all’animale e alla sua cura?

Da un punto di vista educativo, questo è un grosso fallimento. Il figlio andava preparato per gradi, abituandolo a prendersi cura, magari, di una piantina o di un pesce rosso, per poi aumentare pian piano l’impegno. 

Solo quando il figlio è davvero pronto al compito gravoso (e alla soddisfazione) della cura quotidiana si può far entrare in casa un cucciolo.

Scopriamo i veri desideri

A poco o nulla serve lamentarsi davanti a figli perennemente scontenti, annoiati e disordinati, che perdono o rovinano tutto quello che possiedono.

Meglio cominciare da subito a “praticare bene” (quanto siamo consumisti noi, per cominciare? Quanto verifichiamo l’effettiva solidità dei nostri desideri?)

Magari spieghiamo ai figli che la nostra fame bulimica di beni materiali sta saccheggiando il pianeta e gli altri popoli.

Educhiamoli alla sobrietà. Che vuol dire, alla fine, educarli ed educarci a essere persone più forti, sagge e felici. Ma felici davvero.

L’autrice, Sandra Cangemi, è educatrice nella Cooperativa sociale Praticare il futuro

Iscriviti alla newsletter

X