DSA – I disturbi specifici dell’apprendimento

Si parla sempre più frequentemente dei DSA. Un disagio moderno? No, questi disturbi esistono da sempre, se ne hanno cenni già a inizio Novecento, tuttavia in questi ultimi decenni hanno assunto rilevanza per la scolarizzazione di massa e per la maggiore sensibilità nei confronti degli studenti. In passato il disturbo era frainteso. Frasi come: “Chi non sa leggere la sua scrittura è un asino di natura” sono esemplari di un certo tipo di scuola, fatta di maestri severi e bacchettate, dove il disagio veniva confuso con una manifestazione di negligenza, uno scarso impegno o un rifiuto per la scuola. Oggi sappiamo che tra quanti “scrivono male”, ci sono anche i disgrafici. Squalificarli non porta alcun aiuto, ovviamente, ma aggiunge a una difficoltà esistente la vergogna, l’ansia e un calo d’autostima.

DSA: un mix di disturbi

I DSA riguardano le abilità inerenti alla lettura, alla scrittura e al calcolo. Sulla base dei deficit specifici vengono distinte diverse condizioni cliniche: la dislessia (disturbo della lettura, ovvero dell’abilità di decodifica del testo), la disortografia (disturbo della scrittura, ovvero nella codifica fonografica e ortografica), la disgrafia (disturbo della grafia, ovvero nell’abilità grafo-motoria) e la discalculia (disturbo delle abilità di numero e di calcolo). Spesso queste condizioni sono associate e coesistono, magari a intensità differenti.

La diagnosi

Nel nostro paese i DSA colpiscono circa il 3% della popolazione. Si può fare diagnosi di DSA solo dopo l’ingresso a scuola: per la lettura e la scrittura alla fine della seconda elementare e per il calcolo alla fine della terza. Individuare precocemente i bambini “a rischio”, fin dalla fine della prima elementare, aiuta a mettere in pratica le opportune strategie per ridurre l’effetto del disturbo. La corretta valutazione dei bambini a rischio è una fase delicata e va svolta da insegnanti esperti o da un professionista, perché l’importanza della tempestività non deve spingere a ipotizzare il disturbo dove non si presenterà.

Si può curare?

Nel campo della cura, ci sono buone e cattive notizie. La cattiva è che bisogna affermare, onestamente, che oggi non esistono interventi in grado di ridurre il rischio di sviluppo del disturbo. Ugualmente, quando il DSA è accertato, non esistono interventi in grado di modificare la prognosi a lungo termine. La buona notizia è che l’intervento migliora le prestazioni e che, come detto, la precocità è importante: il classico metodo di apprendimento, proposto a una bambino con difficoltà di attenzione, produce risultati mediocri e, per di più, con un grande dispendio di energia e di concentrazione.

L’importanza dell’insegnante

Il corretto percorso d’indagine e d’intervento sui DSA – dal sospetto alla presa in carico – passa prima di tutto attraverso il riconoscimento del rischio da parte dell’insegnante. L’insegnante informa i genitori e, se le difficoltà persistono, propone alla famiglia di rivolgersi ai servizi specialistici (la neuropsichiatria infantile del servizio ospedaliero), passando attraverso il pediatra. Il pediatra valuta se il bambino non abbia dei problemi diversi dai DSA, per esempio un difetto di vista o di udito e indirizza la famiglia ai centri ospedalieri specializzati, dove si procede a un’anamnesi clinica, un colloquio con i genitori, la somministrazione di alcuni test al bambino e si richiede l’opinione degli insegnanti. Alcuni fattori di rischio si rintracciano nella storia dello sviluppo del bambino, quindi i genitori devono essere preparati a sentirsi domandare di tutto, per esempio se il figlio ha avuto anestesie nei primi quattro anni di vita, se si sono presentati disturbi del linguaggio, se esistono storie genitoriali legate all’alcolismo o all’uso di sostanze (soprattutto all’uso di cocaina in gravidanza).

Non è un’etichetta negativa

Per crescere un bambino sereno c’è bisogno di un genitore sereno, capace di osservare lo sviluppo del figlio. Ai genitori non viene richiesto di riconoscere un DSA in loro figlio, sia perché non hanno le competenze, sia perché non hanno la giusta obiettività. È fondamentale affidarsi all’esperienza degli insegnanti: sono loro il primo motore di riconoscimento. E se il disturbo si presenta, tranquillizziamoci. Affrontare un DSA non significa etichettare negativamente il bambino. Significa riconoscere un suo disagio e dargli la possibilità di compensarlo.

[Omar Fassio – psicologo, psicoterapeuta – www.omarfassio.it]

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