Non è un paese per mamme (e neanche per donne)

Viviamo in un paese che considera le donne solo come madri, ma che non fa nulla per aiutarle in questo lungo cammino. E’ il momento di dire basta

Anni di lotte, rivendicazioni e conquiste si stanno sgretolando sotto il peso di una politica che non ascolta, ma impone, detta legge e giudica. È più che mai importante urlare a gran voce che no, questo non è un paese per mamme. E non è un paese per donne. Un paese che, come si è visto sul volantino dell’otto marzo di un partito, ci vuole a casa a fare figli, a essere mogli, e a incolparci per la nostra esagerata esigenza di autodeterminazione. Come se voler decidere per se della propria vita fosse un fastidioso vizio da estirpare quanto subito.

Fare figli, una scelta nostra

Fare figli è una scelta di amore immenso, e come tale deve rimanere. Quando la politica si interessa alla genitorialità (e non si limita a farne slog da “imposizione di Stato”), si dovrebbero avere facilitazioni, aiuti, supporti. E invece non accade. La condizione lavorativa in Italia, se sei donna e mamma, è terribile. Mancano reti di supporto, se il bambino sta male la mamma – che è quella che guadagna di meno – semplicemente non lavora. Gli asili sono pochi e cari e la scelta di mandare i figli all’asilo è considerata un capriccio da pagare a caro prezzo.

Lo dice l’Istat

Nei primi tre anni di vita del bambino sono purtroppo tantissime le donne che scelgono volontariamente di lasciare il proprio posto di lavoro, perché spesso è l’unica soluzione. Nel 2016 ci sono state 37.738 dimissioni volontarie di persone con figli sotto i tre anni, di queste 24.618 erano donne. Più di due su tre. E no, non hanno lasciato il proprio posto per una posizione migliore, ma quasi tutte per stare a casa e curare da sole il proprio bambino, perché le alternative non esistono. In questi giorni è virale una vignetta, una gara di corsa in cui ai maschi è lasciata la corsia libera e alle donne vengono posizionati ostacoli fatti di lavatrici, culle, fornelli e stendini. Perché purtroppo è vero. A nessun uomo al momento del colloquio viene chiesto se è sposato, se ha figli o se ne desidera. Alle donne sì, anche se questo sarebbe illegale, perchè si sa che saranno loro a doversi occupare della casa.

Per aiutare le mamme, rispettiamo i papà

In uno stato moderno il gender gap non è più tollerabile. Non è tollerabile che i mesi di congedo per le mamme siano così pochi, che ai papà siano dati solo cinque giorni obbligatori e uno facoltativo, a patto però che la mamma rinunci a uno dei suoi. Ci sono nazioni vicine a noi, come per esempio la Spagna, in cui i papà possono restare fino a 16 settimane a casa col piccolo. Ricordiamocelo, quando un paese non è per mamme, di riflesso non lo è neanche per i papà. E soprattutto non lo è per i bambini che tanto desidera. Dobbiamo dunque prenderne atto e dire a gran voce che tutto questo non va bene. Che vogliamo parità di trattamento, non semplici palliativi, che gli asili devono essere tanti e a prezzi accessibili, che i mesi di congedo siano dati in giusta misura e che venga anche rispettata la figura paterna. Non abbiamo bisogno di aiuti qua e là, sicuri oggi e in dubbio domani. Non abbiamo bisogno del welfare delle mance. Ci servono certezze, perché diventare mamme è un immenso salto nel buio e noi abbiamo bisogno di appigli concreti a cui aggrapparci. Solo a quel punto, noi e nessun altro, potremo decidere con in totale libertà di avere dei figli e di stare a casa ad allevarli. 

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