Genitori a bordo campo: elenco semiserio del genitore-tifoso

Domeniche infinite alla ricerca di un rettangolo di prato e gesso perso nella periferia più estrema della provincia. Sabati torridi all’interno di una palestra o di una piscina con microclima tropicale e nebbia sulle vetrate che manco la Scozia a gennaio.

Quanti ricordi, per chi da ragazzo ha praticato uno sport. Quante foto di squadra e quante (rare) istantanee di noi sul podio con la medaglia al collo! In tutte queste foto si nota sullo sfondo un dettaglio sfocato. Quasi impercettibile, invisibile fino a oggi, quando il passare degli anni e l’avvio all’età adulta definiscono i contorni di quelle ombre grigie. E allora comprendiamo. Quei volti sugli spalti, quelle mani che applaudono instancabili, siamo noi genitori. Angeli custodi di ogni impresa sportiva dei pargoli. Sacerdoti dell’antica religione del “papà mi accompagni?”. Guardie svizzere, presenti e silenziose, di weekend immolati al torneo interprovinciale under 12. Instancabili e rassegnati. Anche se la gloria sportiva dei nostri bambini mette allo scoperto un nervo dell’inconscio genitoriale. A bordo campo, mamma e papà si trasformano. E tu, a che gruppo appartieni?

Il genitore ultrà

Facile, talmente facile da riconoscere che quasi non vale la pena descriverlo. È quel papà (o mamma, qui non esistono differenze) che assiste alla gara dei figli con la stessa partecipazione di un capo-curva al derby di Champions. Fuori dal campo non dà l’impressione. È persona dolce e cara. La metamorfosi avviene al momento della gara. Scioglie i muscoli, focalizza il pensiero, ripassa le tattiche. Quindi inizia lo show. Possiamo dirlo? Francamente è insopportabile. Anche perché tifa incessantemente per tutto il tempo: fa i cori (sì, i cori. Anche se è da solo). Urla. Si lamenta. E ovviamente contesta l’arbitro o se la prende con l’allenatore. A volte arriva persino a provocare gli avversari, anche i piccoli in campo. Il figlio è facilmente riconoscibile. È quello, piccino, che prova nostalgia per il silenzio della sua cameretta.
Talvolta il genitore Ultrà viene rabbonito da un coinvolgimento speciale. Stufi delle sue urla, i dirigenti provano a coinvolgerlo affidandogli ruoli istituzionali che ne smussano gli spigoli e lo responsabilizzano. Porta le borracce, fornisce gli asciugamani, controlla i documenti d’identità e il corretto svolgimento di ogni rito preparatorio. A volte funziona. E diventa persino utile.

L’ex genitore

Oh, sia chiaro. Madre o padre lo è ancora adesso. Ex, in questo caso, è la condizione di atleta della disciplina sportiva scelta dalla prole. La stessa praticata in gioventù. Riconoscerlo è facile, basta osservare i primi istanti di gara. È un ex se al primo fischio arbitrale, alla prima decisione dell’allenatore, alla prima scelta fatta dal proprio erede, inarca il sopracciglio, trattiene una risata sarcastica, scuote la testa. Da quel momento in poi cerca conforto nei vicini, prima con lo sguardo, poi tocca loro il braccio e offre un profluvio di consigli tecnici, tattici e comportamentali. Fino a prorompere, irresistibile, in un monologo da commentatore tv. Solo che la tv si può spegnere.

Il genitore talpa

Lo riconosci con difficoltà. Sembra normale, ma appena inizia la competizione lo vedi strizzare gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco ciò che accade in campo. Invano. Da lì in poi alterna esultanze, commenti e soprattutto richiami al bambino sbagliato. Nel senso che non è il suo, quello che ha appena fatto canestro. Non è la sua, quella che ha appena completato l’esercizio alla trave. E tantomeno, a gara conclusa, avrà azzeccato un nome che sia uno dei compagni di squadra. Con un sorriso triste da parte degli altri genitori che non trovano il coraggio di correggerlo.

Il genitore Sherpa

Lo si riconosce dalla punta dei piedi. Anche perché è l’unica parte visibile. Mentre gli altri ragazzi trascinano i loro borsoni, lui porta quello del figlio, seguendolo zelante di qualche passo. Sulle spalle ha anche la sacca per le scarpe di ricambio, lo zaino dei compiti (chissà perché), il sacchetto con gli oggetti per la doccia, la macchina fotografica e la videocamera. Fa quasi tenerezza, ma non va toccato. Non va aiutato. Sarebbe il classico aiuto-che-non-aiuta. Gli impedireste di rendersi conto di quanto orgoglio prova suo figlio a portarsi da solo il borsone.

Il genitore trasparente

Arriva, consegna il figlio all’allenatore, si siede. Quando finisce si alza, ritira il figlio, lo carica in auto e se ne va. Non guarda cosa succede in campo. Sta concentrato su Whatsapp anche mentre il figlio fa goal. Risponde a email di lavoro mentre la figlia prende il punteggio massimo. Si allontana per chiamare Sydney mentre il pargolo rantola a terra dopo un robusto intervento dell’avversario. E quando, dopo la doccia, si trova di fronte alla classica domanda: “allora, come sono andato?”, risponde sempre: “benissimo, campione. Meglio del Nasdaq!”. Tra gli sguardi di silenzioso rimprovero degli altri genitori.

L’entusiasta

Questo è il genitore che preferiamo. Comunque vadano le cose, lui è felice. Un po’ perché ha capito che il vero spirito dello sport è lasciare che i bambini si divertano. Un po’ perché (è il nostro sospetto) dopo tanti anni non ha ancora la minima idea delle regole dello sport. Che sia goal, meta, marcatura, ippon o punto, non importa. Mentre gli spiegheranno per l’ennesima volta cos’è il fuorigioco, la suddivisione in tempi della partita o il valore dei punteggi espressi dai giudici, lui sarà sempre pronto a rispondere con un sorriso, il pollice alzato e una strizzata d’occhio verso i piccoli atleti che si muovono in campo.

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