Piccoli Mozart, ovvero i bambini e la musica

Forse i nostri figli non avranno il genio precoce del piccolo Mozart, che a tre anni suonava il clavicembalo e a cinque componeva concerti, ma avviarli alla musica, fin dalla tenera età, è sicuramente una buona idea. Perché? Gli specialisti concordano sui benefici che apporta allo sviluppo: la musica ha un effetto calmante, sviluppa l’intelligenza, stimola entrambi gli emisferi cerebrali, aiuta a strutturare le aree dedicate alla logica e alla matematica, collabora all’apprendimento del linguaggio. E poi insegna a conoscere i propri stati d’animo e a esprimerli correttamente.

I bambini e la musica, sin dalla tenera età

In passato la musica non entrava in contatto con i bambini prima della scuola elementare, ma i tempi sono cambiati. Oggi sarebbe sbagliato affermare che l’educazione musicale in Italia sia peggiore di quella proposta in altri paesi europei, anche grazie ai risultati positivi di numerose sperimentazioni.
I primissimi approcci avvengono al tempo dell’asilo nido. “Nei bambini piccoli si predilige l’esperienza diretta, che viene fatta con l’uso della voce, del gioco e di percussioni semplici – spiega Maria Camilla Ormezzano, maestra di violino e insegnante di scuola secondaria (ovviamente a indirizzo musicale) -. Durante la scuola materna si costruisce una propedeutica musicale, la cui didattica si muove tra la ritmica e le filastrocche. L’età per affrontare il primo spartito rimane fissata all’inizio della scuola primaria, quando si impara a leggere”.

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Imparare a suonare prestissimo

Molte scuole propongono approcci precocissimi alla musica. Fa bene al bambino? “Esistono scuole diverse che privilegiano metodi e momenti evolutivi diversi. Per esempio, chi segue il metodo Gordon inizia prima dei tre anni, con un intenso lavoro di voce che punta sulla capacità di ascoltare (e non solo di sentire) il suono. E rigorosamente senza strumento”.

Lo strumento entra invece precocemente, già in età prescolare, nel sistema Yamaha, uno dei più famosi metodi di apprendimento musicale. Qui la musica si impara per imitazione e accumulazione, attraverso lo stesso percorso che compie il bambino quando impara a parlare.

Simile approccio, per gli strumenti a corda, è quello del metodo Suzuki, che a fianco delle filastrocche e della ritmica propone l’uso di un violino-gioco già in tenerissima età.

Ultimo arrivato in Italia è il metodo americano Music Together, che si rivolge ai bambini da zero a cinque anni. Qui le lezioni si svolgono accompagnati da un genitore, per fare musica tutti insieme, senza distinzioni di età, in un contesto di comunità e di divertimento.

Orecchio e strumento

Come si sceglie uno strumento musicale? “Questa è una domanda che si pongono tanti genitori, forse tutti. Ed è sicuramente legata, oltre che all’inclinazione dei figli, anche all’investimento che si deve fare per l’acquisto di una chitarra piuttosto che di un pianoforte o di una batteria, nonché allo spazio di cui si dispone in casa. In realtà capire lo strumento giusto al primo colpo è molto difficile.

Serve tempo. Certo, avere dita lunghe aiuta a suonare il pianoforte, mentre una certa conformazione della bocca può essere ideale per gli strumenti a fiato, ma chi è portato per la musica, lo è per tutti gli strumenti musicali. È difficile che qualcuno sia molto bravo con uno strumento e negato per l’altro. Col tempo sarà il bambino stesso a capire cosa lo appassiona di più. Quel che possiamo dire è che chi ha un buon senso del ritmo può orientarsi verso le percussioni. Chi ha un orecchio spiccato, può invece pensare agli strumenti ad arco. Ma non sono principi assoluti”.

Che ne facciamo degli stonati?

Tutti i bimbi sono fatti per la musica? “Sì – risponde Maria Camilla Ormezzano -. Non esistono bambini stonati. Esistono solo bambini più o meno abituati a coesistere con la musica. Magari ci sono quelli che cantano in macchina con mamma e papà o al contrario quelli che in casa non ascoltano musica e non cantano. Orecchio e voce, invece, sono strumenti che vanno allenati. Quello che differenzia un bambino dall’altro è la sensibilità musicale. Ci sono bimbi che restano più colpiti e affascinati dal suono e dalla musica, altri meno. È un aspetto molto soggettivo”.

Per la maggioranza dei bambini “musica” vuol dire un’ora di lezione col flauto dolce a scuola. Esiste un’alternativa? “Il flauto dolce è uno strumento facile, versatile, ma soprattutto è adatto a classi dove venti e più bambini non riuscirebbero a utilizzare strumenti più impegnativi e ingombranti. Il flauto si compra in cartoleria, ha un costo contenuto e si trasporta con comodità. Forse bisognerebbe differenziare le lezioni di musica alternando momenti di ascolto guidato, canto e altro, come la ‘body percussion’, in modo da creare una complementarietà tra i diversi elementi”.

Comunque, fa bene all’umore

Come reagiscono i bambini alla musica? “In tanti modi diversi. Ricordo un bimbo che ascoltando a occhi chiusi un brano per flauto traverso, a un certo punto ha aperto gli occhi, alzato la mano e detto: ‘Maestra, questa musica è proprio bella… mi fa venire voglia di baciare Emma!’. Oppure una bimba di tre anni che alla domanda: “Cosa vuole il direttore d’orchestra quando chiude le mani?” ha risposto: “Il ciuccio!”. Un bimbo di quattro anni, dopo l’ascolto di Toreador dalla Carmen di Bizet, alla domanda su chi fossero i toreri, ha detto: ‘sono quegli uomini che entrano nell’arena con un mantello rosso e poi, da alcuni cancelli, entrano le renne”. E ci sono tutti i nomi storpiati degli strumenti musicali: il fagottino, la cornamusa, il flauto duro, il chitarrone (al posto del contrabbasso), il tanguro, il violetto. Infine quella volta che i bambini ci chiesero: ‘Ma adesso che arriva l’estate e ci sono le vacanze non facciamo più musica?’ E noi maestre: ‘Per adesso no, ma ricominceremo dopo le vacanze’. E i bimbi: ‘Cioè tra quante nanne?’”.

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