La mediazione familiare e il valore positivo del conflitto

Può capitare che mamma e papà non vadano d’accordo, dalle questioni più banali a quelle molto serie. I disaccordi si potrebbero risolvere con una battuta (“alla fine decide mamma”) ma sappiamo bene che non è così. Esistono fior di dinamiche, situazioni e strategie per affrontare i conflitti. E quelle migliori non hanno vincitori né vinti.
“Tutti i genitori vorrebbero avere un vademecum su come gestire la conflittualità e la divergenza di idee, ma la formula perfetta non esiste: ogni famiglia ha la sua storia, su cui influiscono sia la componente affettiva, sia il vissuto di ciascuno”. A parlare è Ilaria Quercioli, mediatrice dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari, che di mestiere fa il “risolutore alternativo dei conflitti”.

Perché il conflitto, in sé, spaventa, ma si può imparare a gestirlo. “Non dobbiamo averne paura. Perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro. Ma quando lo fanno, danno origine a nuovi mondi”.

È una frase di Charlie Chaplin, vero? “Una frase a cui credo molto. Passando attraverso il conflitto, coppie di madri e padri hanno scoperto energie e potenzialità assolutamente inespresse. E le hanno messe in gioco a beneficio di tutto il nucleo familiare”.

Orecchie, mente e cuore

Ma come si risolve, professionalmente, un conflitto tra mamma e papà? “Un approccio che in Italia è arrivato relativamente tardi è la mediazione familiare. Spesso è vista come l’ultimo passaggio prima della separazione, ma non è così. La mediazione affronta le difficoltà della coppia in presenza di un ‘soggetto terzo’ che sa utilizzare gli strumenti per accompagnare su sentieri sconnessi (quelli del conflitto) agevolando il confronto. I temi riguardano i diversi mondi genitoriali: la relazione tra nonni e nipoti, tra i genitori e i loro genitori, le regole educative e così via. La chiave della mediazione è insegnare la considerazione del punto di vista dell’altro: un’azione tutt’altro che banale. Il vero ascolto non è fatto solo con le orecchie, ma anche con mente e cuore. E coinvolge tutta la nostra persona”.

L’alleanza genitoriale

“Evitiamo le frasi come: è lui che? È lei che non?. Il rapporto fra mamma e papà non è una questione di chi ha torto o ragione. L’altro genitore non è un avversario. Bisogna raggiungere quella che si definisce un’alleanza genitoriale”.

Cosa fa il mediatore? “Non decide nulla, ma accompagna seguendo un modello codificato e preciso che si chiama S.P.A.C.E. e si articola in cinque fasi (Self, Purpose, Audience, Code ed Experience). Insegna prima di tutto a capire chi è coinvolto nel conflitto, poi fa esprimere con chiarezza gli obiettivi reciproci, studia quali legami ci sono, analizza la forma di comunicazione – anche non verbale – messa in gioco dalle parti e infine considera la storia personale di ognuno per trovare le risorse necessarie alla gestione del conflitto”.

Due genitori che decidono insieme, che condividono un progetto educativo e lo portano avanti è il bene più prezioso che si può donare a un figlio. “Sì. Alleanza non significa non trovarsi mai in disaccordo, anzi. Significa fare tesoro dei disaccordi per costruire soluzioni creative e nuove occasioni educative. Per evolvere, proprio come ogni giorno vediamo crescere i nostri figli”.

Le divergenze più comuni

Su cosa si litiga oggi? “Negli ultimi anni il ruolo dei nonni (e i compiti da affidare loro) rappresentano una delle situazioni più difficoltose. Ma anche le diverse fasi del ciclo di vita dei figli; l’adolescenza, per esempio, introduce un confronto con i pari che sembra soppiantare quello con i genitori. È un periodo in cui è necessario trovare una forma di comunicazione nuova con i figli. La nascita del primo figlio è un momento in cui la coppia coniugale diventa coppia genitoriale; l’attenzione al nascituro porta talvolta alla percezione di perdersi di vista, magari il padre si sente trascurato e la madre non riconosciuta nel suo nuovo, difficile compito”.

La stessa attualità porta argomenti nuovi per nuovi conflitti. “Si litiga per le decisioni sanitarie, per esempio nel campo dei vaccini, oppure sull’approccio alla disabilità di un figlio. Molto attuale è il tema delle nuove tecnologie e dei social: quando dare il cellulare, quanto usarlo, come proteggere la privacy. Un tema che viene portato spesso sul tavolo della mediazione è la preoccupazione che i figli siano vittime di bullismo. Su tutti questi argomenti, l’incapacità di affrontare le divergenze mostra quanto siamo carenti nell’educazione alla gestione positiva e pacifica dei conflitti”.

Non alzare i muri

Anche se è il periodo storico più pacifico nella storia dell’umanità, i conflitti esistono sempre. Non più grandi guerre mondiali, ma piccole guerre di poveri contro poverissimi. Social media, televisione e giornali non aiutano, con un’attenzione sempre centrata su disastri e cronaca nera. “Come nel caso dei conflitti tra nazioni, il conflitto tra madre e padre non ha origine mai da una sola situazione, è una dinamica più ampia e complessa che non si innesca su un singolo episodio, ma vive latente alla base del rapporto di coppia. Ogni discussione non gestita diventa un mattone per edificare un muro sempre più alto, che divide poco alla volta un genitore dall’altro e non permette più di vedere la realtà nella sua completezza. Ogni conflitto che viene visto e riconosciuto, al contrario, è l’occasione di un confronto e di una rivisitazione dei progetti genitoriali. Paradossalmente, il conflitto in questo caso produce benessere, fa sentire i genitori più uniti. I figli imparano l’arte dell’ascolto, il problem solving, la capacità di mettersi in discussione e, indiscutibilmente, la delicata ma indispensabile arte della gestione dei conflitti interpersonali”.

CONFLITTO 1
Scuola pubblica o privata?

Lorenza voleva che il piccolo Armando andasse in una scuola privata. Il motivo? “Mi avevano dato referenze controverse sulla scuola pubblica di zona. Tante classi, centinaia di bambini e anche una forte presenza di famiglie straniere, verso cui non ho nulla in contrario, sia chiaro, ma che temevo potessero rallentare il processo di apprendimento”. Francesco la pensava in maniera opposta: meglio una scuola pubblica, dove entrare subito in contatto con la società multietnica. Insieme, Lorenza e Francesco condividevano una perplessità sui numeri: “Tantissime sezioni, almeno dieci, con classi traboccanti di bambini, moltiplicate per cinque anni di percorso elementare. Il risultato complessivo era preoccupante. Si può prestare la giusta attenzione a tutti i bimbi in una scuola così grande?”. La soluzione è arrivata attraverso il consiglio di un’amica e ha valorizzato il punto d’incontro piuttosto che quello di conflitto: “Abbiamo scoperto l’esistenza di un’altra scuola pubblica a pochi chilometri di distanza. Una scuola dove non si cresce nella bambagia ma si vive con tanti bimbi di ogni nazionalità. Il numero di allievi era più gestibile e il contesto più felice anche per gli insegnanti e i genitori”.

CONFLITTO 2
Un matematico pressing dei nonni

Risorsa preziosa e irrinunciabile, vero e proprio sistema di welfare in grado di mettere una toppa anche all’ultimo momento, i nonni sono un’istituzione per le famiglie di oggi. E se chi non ha nonni si cruccia di doversi affidare a doposcuola e babysitter, chi li ha soffre spesso per un atteggiamento iperpresenzialista, che offre totale flessibilità ma chiede tanto. E spesso i nonni entrano in competizione con i colleghi consuoceri.
Proprio il caso di Elma e Pierpaolo. Di fronte al fuoco incrociato, la mamma avrebbe preferito la terza via: “Piuttosto che ritrovarmi con i miei genitori o con i miei suoceri a farci il muso e a tenere il conto delle ore trascorse con i nipoti, ho pensato che sarebbe stato meglio iscrivere nostro figlio Edoardo alle attività di accompagnamento allo studio (quello che una volta era il doposcuola). Così potevo prenderlo dopo l’ufficio. Ai nonni avremmo fatto ricorso in caso di festività, ponti o malanni”. Pierpaolo invece ha preferito un approccio salomonico e matematico: i giorni lavorativi sono cinque e il conto è presto fatto: due giorni con i nonni materni, due con i nonni paterni – possibilmente fissi. Il quinto giorno salvato dall’attività sportiva: Edoardo va con la mamma di un compagno di classe dritto dritto all’allenamento di calcio”. Due a due, nipote al centro e tutti contenti.

CONFLITTO 3
Un premio, troppi premi, nessun premio

Con l’inizio della scuola primaria uno dei problemi latenti nella famiglia di Elide e Daniele è venuto fuori: premiare o no la buona riuscita scolastica della piccola Elena? Fintanto che andava alla materna l’arrivo di regali non era legato ai risultati. Sì, c’era una certa “disparità di trattamento” tra un papà di manica larga e la mamma, ma sostanzialmente tutto filava liscio. Con l’inizio della scuola la situazione è precipitata. “Visto che non si può parlare di voti veri e propri all’inizio delle elementari – racconta Daniele – le insegnanti ogni settimana assegnano un giudizio sul comportamento. Una specie di semaforo, dal rosso al verde, applicato sul diario ogni venerdì. Io avrei voluto ricompensare il verde ogni sabato, Elide no. Temeva che troppi premi avrebbero, alla lunga, perso di efficacia”. La soluzione? “Abbiamo deciso di premiare non la singola settimana, ma una sequenza di buoni risultati. Abbiamo disegnato un cartellone con tutti i mesi dell’anno e lo abbiamo appeso nella cameretta di Elena: ogni mese, quattro quadretti. Se tutti e quattro diventano verdi, scatta il premio”.

CONFLITTO 4
L’ora di religione? Un accordo già scritto

Angela è cattolica praticante, Marco è ateo. Quando si sono sposati hanno celebrato un rito misto, ma si sono accordati esplicitamente con una postilla: i figli, se fossero arrivati, avrebbero avuto un’educazione religiosa. “Al momento in cui è nato Andrea – dice Angela – Marco non era d’accordo sul battesimo, ma in virtù dell’accordo che avevamo preso, non c’è stato bisogno di discutere. Andrea è stato battezzato e a scuola frequenta l’ora di religione. Il tutto, naturalmente, senza sminuire né svalorizzare le convinzioni del papà”.

CONFLITTO 5
Si mangia tutto, per il momento

Mamma vegana e papà onnivoro: Caterina cosa trova in tavola? È stato un dibattito lungo, quello tra le mura della cucina di Davide e Tania, ma alla fine ha prevalso il pragmatismo. “Caterina non è mai stata una mangiona ed è una bimba molto magra – racconta Davide – quindi fa fatica e mangia tra proteste, musi lunghi e capricci. Mamma vorrebbe un’alimentazione più vegana possibile, ma dal mio punto di vista porre limiti ai suoi gusti rende tutto ancora più complicato”. Dunque, per il momento, supportati dal pediatra di cui hanno entrambi fiducia, Caterina mangia di tutto, compresi carne e pesce. “Per il futuro si vedrà. Potrà decidere di essere vegana e vegetariana, ma sarà una scelta sua, quando potrà decidere da sola. Considero comunque importante l’esempio che do io a tavola”, conclude Tania.

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