La salsa funky nel progetto Funky Tomato

Pelati. Passata. Sugo. Conserva. Salsa. Per la pizza, la pastasciutta, il ragù, la parmigiana, le scaloppine, gli spaghetti allo scoglio. Ovunque ci voltiamo siamo circondati dal pomodoro trasformato. Come quando, giocando con i bambini, si contano le macchine rosse. Sembra che ci siano solo auto rosse! La stessa cosa con il pomodoro conservato. Ma non è solo un’impressione: le famiglie italiane consumano, in media, circa 2-3 chili di pomodoro in bottiglia a settimana, che fanno 100-150 chili all’anno.

Numeri che impressionano, numeri che pesano. E, in troppi casi, a impressionare ancora di più sono le storie indegne che stanno all’origine della filiera del pomodoro. Nei campi, infatti, lavorano decine di migliaia di raccoglitori di pomodori e lo fanno in condizioni disumane e illegali: persone, italiane e straniere soprattutto, che faticano senza un contratto, subiscono violenze di ogni tipo, costrette nel sistema, illecito, dei cosiddetti “caporali”. I caporali gestiscono il reclutamento, il trasporto e i ghetti senza acqua e luce in cui vivono i migranti e lucrano su ogni spostamento, su ogni minimo servizio (un cerotto, l’acqua, un panino), sottopagando i braccianti e le braccianti. Le bottiglie rosse, dunque, nascondono tante bruttissime storie.

 

L’alternativa rispettosa

Ma rosso è anche il colore della passione e del desiderio di imbastire storie diverse, che, insieme alla competenza, animano il progetto Funky Tomato.

A partire dal 2015, tra Basilicata e Puglia, un gruppo di persone, professionisti e agricoltori, braccianti e artisti, italiani e migranti, hanno creato un’alternativa concreta al caporalato, un altro modo di organizzare e dare forma alla filiera della raccolta, trasformazione e distribuzione del pomodoro, nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Il senegalese Mamadou, Yakouba e Walim, dal Burkina Faso e Anita, una giovane mamma italiana precaria, sono stati i primi quattro lavoratori regolari. Ne sono seguiti altri, il progetto è cresciuto e quest’anno ha prodotto 150 mila unità di vasetti e bottiglie da 500 grammi. Un bel contesto dunque, che prevede contratti agricoli regolari, garantisce a ciascun lavoratore 52 giornate di lavoro stagionale, lontano dai ghetti e dai caporali. Accanto al lavoro, ai barattoli e ai diritti, in Funky Tomato l’arte, la musica e la cultura hanno un ruolo fondamentale. Qui “funky” è anche l’idea culturale alla base del progetto, che vuole incrociare idee, intrecciare culture e garantire a tutti il diritto alla libertà espressiva, valorizzando le contaminazioni umane. E dando voce a tutto il bello che può nascere. Così, mettendo in tavola una pastasciutta funky, possiamo raccontare ai nostri figli anche questa bella storia, una storia vera, che ci trasforma da consumatori ad attori di nuovi scenari, più equi.

Le conserve funky possono essere acquistate presso i gruppi di acquisto in diverse città o direttamente da loro, scrivendo a tomatofunky@gmail.com. www.funkytomato.it

 

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