Lasciamoli rischiare (almeno un po’)

“Attento che cadi. Non correre. Occhio alla pozzanghera. Guarda che prendi la scossa. Ti fai male!”. Sono frasi che i genitori ripetono spesso. Per fortuna il classico (e un po’ assurdo) “non sudare!” pare caduto in disuso. Ma le intimazioni ansiose e ansiogene tipiche della mamma italiana no; forse hanno contagiato anche i papà! Il mito della sicurezza assoluta e l’ansia di proteggere i figli da qualsiasi rischio, vero o presunto, sono tipici dello stile educativo prevalente. Fa parte della cultura familiare mediterranea (lo stile dei genitori del Nord Europa è molto più sobrio e rilassato) ma è anche legato al fatto che la nostra società è ormai formata da tanti adulti e pochi, preziosissimi bambini, che dunque vanno protetti a ogni costo.

Ma il costo c’è, ed è elevato: è quello della perdita dell’apprendimento dell’autonomia, della libertà e della corrispondente responsabilità, ma anche del piacere dell’esplorazione e della scoperta, il gusto di mettersi alla prova e di conquistare piccoli-grandi obiettivi anche a prezzo di qualche rischio. In passato queste esperienze erano compiute in modo spontaneo dalla maggioranza dei bambini, meno sorvegliati e più liberi di giocare in spazi aperti con altri bambini. L’ansia dei genitori è così dilagante che molti figli, anche piccoli, hanno completamente dimenticato l’istinto di esplorare il territorio e sono paralizzati dalle paure indotte dagli adulti. Questo ovviamente non significa lasciare i figli allo stato brado. È consentire loro di affrontare piccoli rischi e imparare dall’esperienza. Anche perché altrimenti, da adolescenti, si trovano di colpo con una libertà che, senza un apprendimento progressivo, non sanno come gestire.

Cosa significa nei comportamenti quotidiani? Intanto, che i genitori devono imparare a osservare più che a intervenire. Non è facile, perché intervenire significa “esserci”, anzi, essere indispensabili e quindi avere una conferma del proprio ruolo di protezione e accudimento. Ma educare significa dare gli strumenti per crescere e rendersi progressivamente indipendenti. Mi è successo di vedere i genitori aiutare i figli a superare una recinzione senza nemmeno chiedere se c’era bisogno di aiuto: al ritorno i bambini erano tutti con me e hanno scavalcato l’ostacolo senza il minimo bisogno di assistenza. Se i ragazzi vogliono arrampicarsi su un albero, meglio lasciarli fare da soli (anche in discesa!): solo così possono misurare le loro capacità. Se non ce la fanno, vuol dire che non sono ancora pronti per quell’esperienza. Inoltre, è il caso di lasciar perdere le raccomandazioni, a meno che non siano davvero indispensabili, e insegnare invece come affrontare eventuali difficoltà. Il bambino teme le ortiche? Insegnategli a riconoscerle, a raccoglierle (usando i guanti o semplicemente prendendo la foglia nel mezzo) e a usarle per una frittata o un risotto. Se ha paura degli insetti, costruite con lui un piccolo “hotel degli insetti utili” da mettere nell’orto o in giardino. Dai 4, 5 anni i bambini possono imparare a usare i coltelli in cucina e gli attrezzi della falegnameria, seguendo alcune regole di sicurezza, che in genere osservano abbastanza scrupolosamente. Se poi succede il piccolo incidente, sdrammatizzate e intervenite in modo sobrio. Sbucciature, taglietti e scottature sono piccoli prezzi da pagare verso la conquista dell’autonomia. Un elemento importante è insegnare a valutare le proprie capacità e i propri limiti, sia da parte dei genitori (per quanto riguarda i figli), sia, di conseguenza, da parte dei bambini stessi. Molti genitori desiderano che i figli facciano più esperienze possibili, ma il concetto di esperienza è un po’ quella di un giro in giostra al luna park: divertirsi in assoluta sicurezza e senza alcuna responsabilità. E quindi pretendono, per esempio, che il figlio di 3 o 4 anni vada a cavallo, pensando che l’“esperienza” sia essere messo su una sella e portato a spasso. In realtà un bambino di quell’età non sta sperimentando nulla, se non la sensazione dell’essere portato in giro dall’animale, perché non ha alcun controllo della situazione.

Sperimentare significa compiere un percorso, affrontare dei rischi e delle fatiche, impegnarsi, conquistare via via sempre più autonomia e, in parallelo, responsabilità. L’esperienza va commisurata all’età e alle capacità fisiche e psicologiche. Altrimenti è solo un “provare” senza significato.

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