Le paure dei bambini

Come accogliere e dare il giusto spazio alle paure dei bambini? Ce lo racconta Laura D’Alessandro, psicologa e psicoterapeuta

Ehi, non è successo niente. Figurati se adesso hai paura di uscire di casa. Di fare il bagno. Di alzare la mano a scuola. Di accarezzare il gatto. Di andare a scuola. Di scendere in cortile. Del buio. Che mamma e papà muoiano! Certo che torniamo. Pensa ad altro. Non bisogna aver paura. Bisogna essere coraggiosi. Sono sciocchezze. Non sono cose di cui aver paura. Non badarci. Se anche solo una volta hai pronunciato una di queste frasi come prima risposta a una delle paure dei bambini che hai intorno, sei nel posto giusto per fermarti a riflettere sul senso di questo botta-risposta tra grandi e piccini.

Già, perché le paure dei piccoli non sono paure piccole. Sono paure a loro dimensione, proporzionali alla loro età e percezione delle cose. Sono paure che nascono e crescono, che cambiano con l’età, sono specifiche di una certa fase dello sviluppo oppure possono nascere da esperienze che noi grandi potremmo avere la tentazione di sminuire, perché le misuriamo con il metro di un adulto. Eppure, se gli adulti non le accolgono e non danno loro il giusto spazio emotivo e peso di senso, queste paure possono diventare ostacoli giganti.
Ne abbiamo parlato con Laura D’Alessandro, psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo, che si occupa, tra le altre cose, di disturbi di ansia negli adulti e nei bambini.

Dottoressa D’Alessandro, i bambini come esprimono le loro paure?
Dipende dall’età e dal carattere. A volte con parole, ma difficilmente dicono la frase “Ho paura di…”, piuttosto si esprimono con frasi del tipo: “Non voglio uscire, non voglio fare questo…”, come se fossero bloccati nell’andare nel mondo. Stanno lontani da ciò che percepiscono come pericoloso. Oppure passano all’attacco, diventano aggressivi. Questo semplificando, perché se la paura è l’emozione, la reazione – non mediata dal pensiero – consiste nella fuga o nell’attacco. Inoltre, spesso, proprio perché la dimensione emotiva, corporea e mentale sono intrecciate, possono comparire sintomi fisici: mal di pancia, cefalee e vomito sono tra i più comuni. La paura è un’emozione adattiva, è un importantissimo segnale che comunica la percezione di un pericolo. Ma a volte può succedere che si sviluppino paure eccessive e invalidanti, perché il bambino non è stato aiutato e ascoltato nell’elaborazione del senso di pericolo. Spesso si pensa alla paura come qualcosa da evitare, quando in realtà affrontare i nostri timori è l’unico modo per gestirli. Inoltre, vi sono paure che fanno parte delle tappe della crescita: la paura della separazione, del buio, dell’abbandono, dei fantasmi o del dottore. Ma non per questo, per la loro natura passeggera, vanno sottovalutate.

Come reagiscono i genitori a queste manifestazioni del bambino?
Quando un genitore avverte che un figlio sta provando un’emozione dolorosa, difficile, o legata a un disagio, può avere la tentazione di non parlarne per un senso di protezione nei confronti del figlio. In realtà, la protezione veramente efficace è accogliere l’emozione, rispondere sul piano emotivo con la propria presenza fisica, affettiva, mentale e, solo in un secondo tempo, quando il bambino si sarà sentito ascoltato e rassicurato, si può aiutarlo a raccontarla, riconoscerla e affrontarla. Questo si chiama “ascolto attivo”.
Le emozioni degli esseri umani vengono elaborate dalla parte destra del cervello, mentre i significati vengono attribuiti dalla parte sinistra. Perciò, quando si presenta un’emozione in un bambino, l’adulto deve rivolgersi a lui con lo stesso emisfero cerebrale, in prima battuta. Come? Con un’accoglienza emotiva, tranquillizzante, fatta di poche parole, bastano un “sono qui”, un abbraccio, un “ci sono e accolgo la tua emozione”, con una carezza. Si tratta, in sostanza, di abbassare il livello di attivazione emotiva, riportarla a un livello di intensità più basso. E di prendersi, come adulto, il tempo di mettersi dal punto di vista del bambino e vedere la realtà con i suoi occhi. Partendo da lì si può aiutare il bambino a raccontare l’esperienza vissuta e generatrice di ansia o paura. L’importante è mettere il bambino nella condizione di esprimersi nel modo più autentico e spontaneo possibile, raccontandola oppure parlando o disegnando.

Quali sono gli errori più comuni degli adulti, davanti a un’espressione di spavento?
Sottovalutarla, trasmettendo al bambino il messaggio che quello che prova non ha senso, non è importante, è “piccolo”. Oppure, altro errore, proporre un “distrattore”, come: prendi una caramella, pensa ad altro, guarda un piccione! Ma anche giudicarla o insistere con raccomandazioni che a loro volta creano paure e timori.
Il rischio è che la paura diventi persistente, più frequente e intensa e che si espanda – ad esempio, la paura dei cani diventa la paura di più animali -, ostacolando l’apertura del bambino al mondo, la sua voglia di esplorazione. E andando così a disturbare il normale processo di crescita.
A volte, infine, possono essere gli adulti a instillare paure nei bambini perché loro stessi hanno sviluppato, negli anni, timori o preoccupazioni che tendono a tramandare ai piccoli.

La scuola che ruolo ha nel rispondere alle paure dei bambini?
La scuola ha un ruolo fondamentale e decisivo, sia in termini di tempo che di tipo di esperienza. La scuola anticipa ogni gruppo fuori dalla famiglia; tra i banchi i piccoli imparano come comportarsi in società, sul lavoro, in squadra. È il gruppo dei pari ed è il luogo dove c’è una gerarchia. Qui è l’adulto, il docente, che ha il ruolo cruciale di accogliere e aiutare i bambini a elaborare le loro paure. I bambini che a scuola possono esprimere le emozioni, possono fare delle esperienze molto positive: l’esperienza di non sentirsi gli unici a provare emozioni spiacevoli, di poter riconoscere le emozioni proprie e quelle altrui, di sviluppare l’empatia che è la base di relazioni sociali basate sul rispetto di sé e dell’altro.

Ci sono paure nuove, tipiche di questa epoca e società?
Sicuramente c’è la paura del giudizio degli altri, che tocca il tema, ampio, della fruizione di Internet da parte di bambini e ragazzini che si espongono in un luogo dove non hanno veri filtri o protezioni dagli attacchi degli altri, coetanei e non. La paura del giudizio altrui, legata all’ansia del perfezionismo, si esprime poi anche nella scuola, nelle attività sportive e ovunque un bambino percepisca la necessità di dare troppo di più di quello che ha e che è.

Può parlarci ancora della relazione tra la paura e la parola che può elaborarla?
Secondo l’approccio cognitivista che seguo, l’attribuzione di significato, il senso che si dà con le parole a un’emozione, è fondamentale per vivere. Perciò parlare delle cose che ci accadono, di quello che proviamo, permette di definirci rispetto al mondo, agli altri, a ciò di cui facciamo esperienza. E, in un bambino, la capacità di attribuire significati è ancora molto ridotta, perché il suo cervello sarà davvero adulto solo a 25 anni. Perciò gli adulti intorno a lui hanno la responsabilità di aiutarlo ad allenare questa capacità di dare senso, ma rispettando le tappe dello sviluppo cognitivo.

Paure, bambini e consigli di lettura

12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino, di Daniel J. Siegel e Tina Payne Bryson (Raffaello Cortina Editore), perché fornisce esempi e strategie utili per poter parlare di emozioni con i nostri bambini.

I colori delle emozioni, di Anna Llenas (Gribaudo Editore), un delicato libro pop-up adatto a bimbi di età prescolare e primi anni di elementare, utile per conoscere le emozioni.

Le sei storie scacciapaura, di Lodovica Cima e Chiara Fiorentino (Gribaudo Editore): un libro dedicato ai più piccini che affronta i vari tipi di paura.

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