Lego e graffiti in mostra a Milano

Sui muri di New York è nato il segno di Basquiat. Nei musei della città ha preso forma la sua passione per l’arte. Ribelle, geniale, anticonformista e indisciplinato, Jean-Michel Basquiat disegnava sui tovaglioli di carta dei ristoranti, guardava i cartoni animati in cerca di ispirazione, usciva dai contorni segnati interpretando il mondo in un linguaggio tutto suo. In anticipo sui tempi, come ogni artista maledetto, ha costruito una leggenda attorno alla sua figura e alla sua arte. Una mostra al MUDEC – Museo delle Culture, a Milano, fino al 26 febbraio 2017, curata da Jeffrey Deitch (amico dell’artista, critico, curatore ed ex direttore del MOCA di Los Angeles) e da Gianni Mercurio, curatore e saggista, ripercorre attraverso circa 140 lavori, realizzati tra il 1980 e il 1987, la sua breve vita e ineguagliabile arte. Si parte dalla strada e dai graffiti firmati “SAMO” che, silenziosamente, a poco a poco, hanno invaso le strade di SoHo e del Lower East Side. Più che graffiti, opere di autentica poesia dipinte sui muri, sui pavimenti degli appartamenti di amici, sulle porte, sui telai delle finestre e sui pezzi di legno abbandonati per la strada. Basquiat gioca con le lettere e usa le parole come se fossero pennellate. Disegna fin dall’età di tre o quattro anni e il suo segno semplice, fuori da qualunque regola compositiva, l’assenza di profondità prospettica e di sfumature nell’uso dei colori, lo avvicinano ai disegni dei bambini. Con il televisore sempre acceso e sintonizzato sui programmi di cartoni animati, nel suo studio di Crosby Street traeva ispirazione dal movimento delle figure per creare le sue opere. E proprio la griglia che i più piccoli tracciano con i gessetti sul marciapiede per giocare a “campana”, è stata fonte di suggestioni per la struttura di alcuni dei suoi primi dipinti di grandi dimensioni. Oltre alle caratteristiche stilistiche, Basquiat ha preso dai bambini l’originalità e la grande libertà espressiva. Nelle sue opere si trovano macchinine colorate, ambulanze che sfrecciano sulla superficie e aeroplani in volo. Si riconoscono gli strumenti musicali che rimandano alla musica jazz, teschi, maschere tribali e corone che conferiscono regalità agli eroi raffigurati. Si vedono personaggi e artisti di ogni epoca ritratti con ironia nella serie di piatti di ceramica. Basquiat, nella sua arte, raffigura oggetti di uso quotidiano, rappresenta parti anatomiche del corpo e descrive le sue paure e i suoi sogni.

Se Basquiat utilizza un tratto elementare, Nathan Sawaya, un giovane artista americano, usa il Lego, un classico dei giochi dei bambini da generazioni, per creare le sue opere d’arte con i mattoncini colorati. “The Art of The Brick”, negli spazi della Fabbrica del Vapore fino al 29 gennaio 2017, espone su una superficie di 1.600 metri quadrati oltre 100 creazioni costruite con oltre un milione di pezzi. Tra le opere in mostra, si trovano reinterpretazioni di capolavori dell’arte, come la Gioconda, la Venere di Milo, il Pensatore di Rodin, il David di Michelangelo, il ritratto di Warhol, l’Urlo di Munch, la Notte Stellata di Van Gogh, il Bacio di Klimt, ed enormi ricostruzioni, come lo scheletro di dinosauro lungo sei metri e costruito con più di 80 mila mattoncini.

[Simona Savoldi]

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