L’intelligenza emotiva

Contiene saggezza e una visione al tempo stesso pragmatica e profonda dell’essere mamma e papà il libro Intelligenza emotiva per un figlio di John Gottman. Lo psicologo, che insegna all’Università di Washington, ha sviluppato il concetto dell’allenamento emotivo, un’idea semplice – la illustreremo – ma che può non venire naturale, è piuttosto un’arte dell’essere genitori, una modalità di cui diventare consapevoli e piano piano esperti.

Diversi stili genitoriali
Il genitore-allenatore che cosa fa? “Va oltre la semplice accettazione dell’emozione e pone dei limiti nei confronti dei comportamenti inaccettabili, insegnando ai propri figli come fare a regolare i sentimenti, trovando adeguate valvole di sfogo e risolvendo i problemi”. Il genitore-allenatore pensa che “va benissimo provare ogni emozione, perché ogni emozione ci dà un’informazione su di noi e sul nostro rapporto con il mondo, mentre non va benissimo mettere in atto ogni comportamento; e c’è sempre qualcosa di utile, accettabile e costruttivo che si può fare al riguardo”.

E da dove si può cominciare, per diventare un buon genitore allenatore emotivo? è presto detto: da se stessi. Dal cercare di comprendere che tipo di approccio abbiamo normalmente rispetto alle manifestazioni emotive dei nostri figli. Nel libro di Gottman ci sono alcuni test divertenti e intelligenti per provare a tracciare il proprio profilo di genitore e scoprire quale stile educativo è preponderante nel nostro modo di essere padri e madri: il genitore noncurante per lo più pensa “Gli passerà, è solo un’emozione”, quello censore ha un approccio del tipo “Se io reprimo queste manifestazioni emotive così forti, risolvo il problema” (il problema?), quello lassista segue la linea: “Esprimi tutto, sfogati, raggiungi pure estremi di rabbia” e il genitore allenatore, invece, ascolta con empatia, rimanda un’immagine, ascolta di nuovo, pone limiti legati a un principio di realtà, sostiene il bimbo nella ricerca di soluzioni creative e possibili.

Allenatore emotivo, quando, come e perché
Ma che cosa vuol dire mettere in pratica l’allenamento emotivo? Ogni volta in cui un bambino prova un’emozione, (beh, ogni volta forse è un po’ troppo, perché un bambino in età prescolare ha una richiesta o un bisogno – e l’emozione collegata! – circa tre volte al minuto… ma comunque tutte le volte in cui si può), che sia tristezza, rabbia, paura, il genitore allenatore ha un’occasione per allenare il proprio figlio alla relazione con le proprie emozioni e con gli altri.

Un’osservazione importante e mai abbastanza assimilata in proposito è questa: non ci sono emozioni sbagliate, tutti i sentimenti e le emozioni sono accettabili, ma non tutti i comportamenti lo sono: “Se diciamo a un ragazzo che ha ragione a provare quel che prova, ma ci sono modi migliori di esprimere questi sentimenti, gli lasciamo intatti il suo carattere e la sua stima di sé”. Gli effetti a lungo termine di un buon training emotivo possono essere quelli che ogni mamma e papà auspicano per i propri figli: una buona consapevolezza di sé, la capacità di ascoltarsi, di dare valore al proprio sentire, di comprendere che cosa ci succede e, perché no, di comunicarlo agli altri in un modo sincero e appropriato impiegando questa coscienza di sé nella realizzazione delle proprie capacità, aspirazioni, progetti, legami.

Un adulto con una buona intelligenza emotiva saprà per lo più chiedersi che cosa vuole, dirlo, cercare il contesto giusto per realizzare i propri sogni, essere concreto, non perdere il coraggio di perseguire i propri obiettivi, essere cooperativo, capire gli altri. Insomma, un mucchio di cose positive. Ma sono stati riscontrati anche effetti a breve termine: il tempo che si impiega nel fermarsi a considerare e a rispondere al maggior numero possibile di esperienze emotive di un bambino può portarli a calmarsi più in fretta, a riprendersi prima dalle delusioni, a ritrovare prima la concentrazione in attività creative, produttive.

Pensando al futuro, al passaggio da infanzia ad adolescenza, Gottman ha riscontrato che i bambini “allenati” hanno uno strumento in più per affrontare le sfide interiori ed emotive che si fanno più complesse con la crescita. Ma non solo: l’allenamento emotivo può contribuire a migliorare l’intimità familiare, la capacità di creare modalità di comunicazione profonde, sincere e piene di rispetto e un clima di fiducia e di apertura reciproche, in cui le emozioni di ciascuno hanno un valore. I figli le imparano più in fretta di quanto si pensi e l’empatia e il sostegno diventano in meno tempo del previsto a doppio senso.

E in pratica come si fa? I cinque passaggi
Gottman sostiene che sono cinque gli step da seguire ogni volta in cui siamo vicini ai nostri figli per elaborare un’emozione e che alla base di tutto c’è l’empatia. L’empatia, vale la pena ricordarlo, è la capacità di immedesimarsi nei sentimenti e nelle emozioni altrui, nel modo in cui ciascuno vive una certa situazione. Esempio. Tornate a casa stanchi, con un paio di bollette da pagare e una scadenza al lavoro e c’è un bambino disperato perché non trova le sue carte Pokemon. Ditemi che non pensate per un attimo: sì, vabbe’, non sarà mica una tragedia. E allora gli dite un vago e distratto: dai, le ritroverai. E lui piange ancora di più. Si impunta e diventa ancora più insistente. Perché? Non è perché lui è capriccioso, ma perché voi avete saltato dei passaggi.

Vediamo quali: diventare consapevole dell’emozione del bambino; ascoltare con empatia, e convalidare i sentimenti del bambino, mettendosi nei suoi panni; riconoscere in quell’emozione un’opportunità di intimità e di insegnamento; aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che sta provando; porre dei limiti, mentre si esplorano le strategie per risolvere il problema in questione. Interessante è proprio il processo che fa spazio all’emozione del bambino, che può essere accolto per quello che prova, che può imparare così a dare valore al proprio sentire, a non esserne sopraffatto e a essere riconosciuto sempre nella propria specificità, unicità e differenza e anche rispettato nel suo essere un bambino, un essere umano con un’esperienza limitata e una maggiore vulnerabilità. Ma anche, se gliene viene dato il tempo e il modo, un piccolo esploratore di soluzioni.

Come sostiene Gottman: “Per molti genitori, riconoscere nelle emozioni negative/spiacevoli dei figli un’occasione per stabilire un legame, per insegnare qualcosa, è un vero sollievo, una liberazione, una gioia. Possiamo considerare la collera dei nostri figli come qualcosa di diverso da una semplice sfida alla nostra autorità. Le paure dei bambini non sono più la prova della nostra incompetenza come genitori. E la loro tristezza non è più una delle tante, dannatissime cose che devo mettere a posto oggi”. Gottman illustra molte situazioni e dialoghi veri, in cui i bambini vengono accompagnati verso soluzioni che l’adulto non conosce a priori, ma che scopre insieme al bambino, visto come un essere “dominato da una forza positiva (…) con un cervello modellato per ricercare sicurezza, amore, conoscenza e comprensione”. Una motivazione in più per vedere come, oltre ai sani conflitti tra genitori e figli, si coopera per un obiettivo comune: basta trovare il modo per sintonizzarsi e non perdere la capacità di vedere il mondo con gli occhi e il cuore di un piccolo che sta crescendo, senza perdere il proprio ruolo di allenatore, amorevole e intelligente. Gottman, insomma, suggerisce un approccio e spunti di riflessioni ma alla fine si rivolge ai genitori invitandoli a pensarsi liberi, responsabili e capaci di cogliere l’unicità dei propri figli e del rapporto con loro: occhi e cuore aperti, un ascolto sincero e una buona dose di dubbio ci accompagnino sempre!

[Marina Gellona]

 

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