Memorare. Ovvero, l’arte di recuperare ricordi nuovi di zecca

Su queste pagine, un anno fa, mi sono chiesto: “dei primi anni di vita, cosa rimarrà nella coscienza di mio figlio?”. Cosa si ricorderà? Come funziona l’arte di recuperare i ricordi?

“Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevano gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: ‘M’addormento’. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava”

Comincia così un capolavoro del ‘900, un tomo di duemilatrecento pagine. È il romanzo autobiografico di Marcel Proust “Alla ricerca del tempo perduto”. Uno dei tanti libri che ho imparato a odiare ai tempi delle scuole superiori. 

Con l’età adulta, oltre all’affermazione professionale e alla procreazione, arrivano le crisi esistenziali. Quando si fanno acute qualche forza misteriosa ci spinge ad aprire i tomi della gioventù.  Conosco chi ricorre ai Salmi, chi ha trovato consolazione nei dialoghi platonici e chi, come un amico, in una sofferta separazione, ha letto tre volte lo Zibaldone di Leopardi. Io invece, per motivi che ignoro, ho trovato rifugio nelle pagine proustiane e nelle migliaia di dettagliati ricordi dell’infanzia e della gioventù. Mi sono procurato una versione audio del libro e nel buio dell’inverno, sotto le coperte, prima di dormire,  mi infilavo nei ricordi del piccolo Marcel.

La ricostruzione minuziosa degli ambienti e delle stanze in cui ha vissuto Proust non ha fatto altro che spingermi a rivisitare i miei. Mi rivedo, in camera mia, con i muri colorati verde e blu chiaro e un piccolo armadio con i disegni di “Alice e Humpty Dumpty”, insieme a papà che mi abbraccia e mi fa sedere sulle gambe, abbassa la luce e con voce calda e serena mi racconta la storia dell’Aquila e il gufo, che seguo con attenzione. Da seduto scivolo appoggiando la mia testa sulle sue cosce. Lui è già passato a uno dei miei brani preferiti: “quando il topo salva un grosso leone dalle reti dei cacciat…” e mi addormento, ma penetrano il mio cuore l’abbraccio e il bacio mentre mi sposta sul letto. 

La voce narrante di Marcel è passata dalla stanza dell’infanzia a Combray a quella della gioventù a Balbec. Qui mi accorgo di una stranezza. Non ho mai avuto una stanza tutta per me, nessun Humpty Dumpty sull’armadietto e papà non mi ha mai raccontato le favole di Esopo. Nessun ricordo di lui che mi addormenta così dolcemente. Ma in un periodo di crisi esistenziale questi dettagli risultano di minore importanza. Seguo Marcel.

Proust è tornato nella mia vita forse perchè avevo bisogno della mia infanzia, soffocata nella camicia da adulto. Queste ore notturne mi hanno permesso di ritornare dove da piccolo ho giocato, litigato e imparato a fare e disfare amicizie. Con l’unico particolare che questi non sono gli stessi luoghi della mia infanzia.

Il profumo di una Madeleine riporta Marcel al ricordo del thè che prendeva da sua zia da piccolo, a me invece riporta alla mensa scolastica. Mi vedo, un bambino seduto a consumare la sua merenda. A scuola non avevo una mensa.  Il bambino si alza. Corre nel corridoio. Svolta a sinistra e prende una scala per il secondo piano. Lo inseguo. Non lo vedo più. No, eccolo là, appena entrato nella terza porta. Corro e lo raggiungo. Senza fiato, di fronte a un piccolo lavandino che guarda lo specchio. Solo adesso comincio a vedere la faccia del bambino che interpreta il mio ruolo nei miei ricordi. Fa un sorriso inclinato verso sinistra. Non è la mia faccia. Non è il mio sorriso, ma è un sorriso che conosco molto bene. Finalmente i miei occhi incrociano i suoi, riflessi nello specchio. “Non mi conosci ancora?” dice con una voce tra il timido e il birichino. “Sono io, papà”. È l’inconfondibile sorriso di mio figlio. Cosa fai qui nei miei ricordi?

Su queste pagine, un anno fa, mi sono chiesto: “dei primi anni di vita, cosa rimarrà nella coscienza di mio figlio?”. Cosa si ricorderà? I pannolini, i giri in marsupio, l’Aquila e il gufo, Humpty Dumpty, i baci e le parole sussurrate mentre dorme? Cosa di me rimarrà nel suo inconscio? Non sapevo che sarebbe stato lui a invadere il mio, di inconscio, con la delicatezza e la vivacità sue, per rimettere a posto i miei movimentati ricordi d’infanzia, per aggiungere una carezza quando mancava o i colori quando il mio mondo ne era privo.

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