Parliamo di pesticidi

Tra i ricordi dei nostri genitori ci sono probabilmente quelli legati al Ddt. Questo potente insetticida (il diclorodifenil-tricloroetano o, in nomenclatura standard, 4,4’-(2,2,2-tricloroetano-1,1-diil)bis(clorobenzene)…) nell’immediato dopoguerra ha risolto brutalmente molti problemi legati alla malaria endemica e al tifo portato dagli insetti parassiti dell’uomo. In agricoltura è stato utilizzato diffusamente e ha segnato l’inizio della produttività intensiva di massa. Il Ddt è stato uno dei pesticidi più utilizzati negli anni ’40 e ’50 ed è tuttora l’insetticida per antonomasia, anche se il suo uso è proibito da quasi quaranta anni. La sua pericolosità è stata sottovalutata: sparso a pioggia su intere regioni dell’Europa e del Nordamerica, forse ha aiutato a contenere le epidemie del periodo postbellico, ma ha causato danni incalcolabili alla salute di uomini, animali, piante e suolo, al punto da essere etichettato oggi dall’Unione Europea come “R40”,  sigla che indica che può provocare effetti irreversibili. La storia del Ddt ci permette di introdurre un discorso più ampio sui “pesticidi chimici di sintesi”, che cominciano a essere conosciuti oggi, quando per motivi commerciali numerosi produttori alimentari dichiarano di non farne uso o di avere addirittura un controllo su tutta la filiera di produzione. La dicitura “di sintesi” significa semplicemente che i pesticidi sono prodotti in una industria con un processo di sintesi chimica. Il termine “chimico” indica, banalmente, che questi pesticidi sono sostanze chimiche. Il che, si noti, non significa che tali sostanze siano a priori artificiali o pericolose: tutta la natura è fatta di sostanze chimiche. L’acqua è una sostanza chimica, i medicinali sono sostanze chimiche.
Ai giorni nostri si può rinunciare ai pesticidi chimici di sintesi utilizzando metodi di lotta integrata o di lotta biologica contro insetti e parassiti. Molti produttori adottano tali strategie, talvolta per motivi etici, talaltra per un calcolo economico: il valore aggiunto dei prodotti di agricoltura biologica è tale da giustificare prezzi più elevati della media. Alcune società produttrici di alimenti per bambini pubblicizzano che tutta la loro filiera produttiva non utilizza “pesticidi chimici di sintesi”. Una lettrice mi ha scritto chiedendo se questo significa che tali prodotti derivano da agricoltura biologica o da lotta integrata. La risposta è “apparentemente no”. Se così fosse, il produttore avrebbe tutto l’interesse a dichiararlo, per motivi di immagine e politiche di prezzi. L’unico dato certo che si può desumere da una simile dichiarazione, è che quegli omogeneizzati sono prodotti utilizzando metodi più moderni dei pesticidi chimici di sintesi, ma difficilmente si tratterà di qualcosa di omologabile agli standard dell’agricoltura biologica o della lotta integrata, a causa della scarsa produttività di questo tipo di agricolture.
Provate a fare questo esperimento: portatevi una calcolatrice la prossima volta che andate in un ipermercato. Calcolate “a spanne” i chili di omogeneizzati presenti sui banconi. Le produzioni alimentari di massa, allo stato attuale, possono fare a meno dell’uso di pesticidi? Probabilmente no, a meno di aumentare il costo a dismisura.

Lucciole sensibili

Uno studio di Greenpeace ha valutato che per ogni chilogrammo di pesticidi chimici di sintesi, solo 10 grammi sono assorbiti dagli insetti. Gli altri 990 grammi si disperdono nell’ambiente: basta ricordare l’atrazina, che nel 1986 era presente in un quarto dei pozzi dell’acquedotto di Milano, la cui acqua è stata resa potabile per decreto (il limite massimo di 0,1 milligrammi al litro è stato portato in una notte a 1 milligrammo, con buona pace della popolazione). Dalla metà degli anni ‘70 intere popolazioni di uccelli selvatici e di insetti utili o non dannosi sono sparite in conseguenza all’uso dei pesticidi e dell’agricoltura intensiva. Tra questi, le lucciole, il cui ecosistema viene disturbato dai trattamenti antiparassitari effettuati per combattere gli afidi nei campi di frumento.
Info: http://ogm.greenpeace.it

[Ugo Finardi – Chimico, ricercatore CNR]

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