Il pane e la bambina

La città è inquinata, stressante, caotica, tanti vorrebbero andarsene ma non sanno come. Alla ricerca di un luogo a misura d’uomo, tra prati e boschi, con una chiesetta, un ruscello di acqua cristallina e il profumo di erba e fiori. Ritmi scanditi dalla natura. È in un paesino così che sono atterrati Veronica e Rocco nel 2000, lasciando la città, un posto di lavoro fisso e un appartamento confortevole. “È stato un salto nel buio, le difficoltà sono state, e sono ancora, tante, ma non torneremmo mai indietro – racconta Rocco -. Passavo al lavoro quasi dodici ore al giorno, mi restava troppo poco tempo da dedicare alla mia vita. Poi, è scattato qualcosa: mi sono ritrovato a riflettere e chiedermi ‘Ma chi me lo fa fare? Possibile che non ci sia un’alternativa?’. E così, al rientro da una vacanza in Sardegna, ho dato le dimissioni dal lavoro”. “Ci piaceva l’idea della campagna – prosegue Veronica – e siamo partiti alla ricerca di una casa in cui vivere, che non costasse troppo ma con un bel terreno, per poter avviare un’attività agricola biologica. E alla fine abbiamo trovato un rudere abbandonato da settant’anni, tutto da ristrutturare, con un grande terreno da sistemare. A Chiesanuova, nel Canavese”. Così Veronica e Rocco preparano le valigie. Si sposano anche, subito prima di lasciare la città. “Ci siamo sposati da disoccupati – dice Rocco -. Il giorno dopo le nozze ci siamo trasferiti nel nostro ‘nido d’amore’, che era un minialloggio in paese, pieno degli scatoloni del trasloco. Ci abbiamo vissuto per due anni, il tempo necessario a rendere abitabile in parte la nostra casa (in cui i lavori di ristrutturazione sono tuttora in corso). Il mio progetto iniziale era di fare l’agricoltore biologico, ma non è un’attività che si possa avviare dall’oggi al domani. Abbiamo richiesto dei finanziamenti europei, ma i tempi di attesa sono lunghi, le trafile burocratiche estenuanti e soprattutto bisogna sempre anticipare il denaro per ottenere il contributo”. Nel frattempo, però, in paese, si comincia a parlare dei due di Torino, soprannominati “l mat”, il matto, e la pitris, la pittrice. Dopo le iniziali diffidenze, il paese li accoglie, tanto che l mat diventa assessore in Comune. Rocco e Veronica proseguono con la ristrutturazione della casa, ripuliscono i terreni degradati e invasi da rovi, sistemano e terrazzano una parte dell’appezzamento: il progetto è coltivare ortaggi bio e creare un frutteto con alberi da frutta antichi, varietà di mele e pere del Settecento e dell’Ottocento. Mentre lo realizzano, si mantengono grazie al lavoro di restauratrice di Veronica.

Disastri e progetti
Nel giro di qualche anno orto e frutteto iniziano a dare i loro frutti, l’attività decolla, ma nel 2003 la serra viene completamente distrutta da venti impetuosi; non si danno per vinti e continuano a coltivare, ma una rovinosa grandinata distrugge tutto. “Era il 2008, la nostra attività stava diventando produttiva e abbiamo perso tutto. Non avevamo e non abbiamo ancora ripagato i nostri debiti e già eravamo costretti ad accollarcene altri per ripartire – racconta Veronica -. Ma siamo ripartiti in modo del tutto diverso. Con il pane. Era da un po’ di tempo che ci pensavamo. Io sono figlia di panificatori, sono cresciuta tra le farine e i forni. Proprio in quel periodo mi ero messa a fare il pane in casa, per curiosità, per vedere come mi veniva. Lo facevo con la pasta madre e sperimentavo la formula perfetta. Me lo portavo per pranzo nei vari cantieri e un giorno l’ho fatto assaggiare a Mario, un architetto per cui stavo lavorando. ‘Con questo pane sfonderete’ ci ha assicurato dopo averlo assaggiato. Così l’idea ha iniziato a frullarci in testa. Siamo andati in Lombardia, abbiamo conosciuto panificatori, cercato di capire i segreti del mestiere”. Anche questo progetto ha bisogno di parecchi mesi per partire. “L’iter burocratico è stato ancor più lungo. Nel settore alimentare ci sono di mezzo le Asl e una miriade di controlli – prosegue Rocco -. L’edificio lo abbiamo costrui
to appositamente e si trova vicino a casa nostra. Mario, l’architetto, ha disegnato il progetto del forno senza farsi pagare ‘lo pagherete un giorno a mio figlio’, ci ha detto. Gianni, un ingegnere amico di famiglia, ci ha permesso di acquistare il furgone con cui facciamo le consegne. È grazie a persone come loro e tanti altri che hanno creduto in noi se siamo riusciti a ripartire dopo quella brutta batosta. La rete spontanea di solidarietà che si crea in un momento difficile è favolosa, riesce a infondere entusiasmo e forza”.

Un anno di novità
L’Agriforneria parte nel maggio del 2010 e Beatrice nasce il 30 maggio dello stesso anno all’ospedale di Cuorgnè. “Eravamo sposati da anni, tutti pensavano che non potessimo aver figli, oramai. E invece lei è arrivata al momento giusto, quando la desideravamo ed eravamo pronti ad accoglierla – racconta Veronica -. Beatrice è una potenza, un vulcano, un fermento continuo. Ci piace crescerla qui, sull’erba del prato, nella natura. Abbiamo anche uno stagno, con dei girini, che lei adora. Quando le chiedono di che segno è risponde ‘sono dei girini!’. È una bimba molto socievole, le piacciono gli altri bimbi, per cui stiamo considerando l’idea di iscriverla a un nido: ce n’è uno molto bello in un paese vicino, dove si mangiano prodotti bio e a Km 0, un piccolo paradiso formato famiglia”.
Nel frattempo l’attività dell’Agriforneria cresce e si consolida: la squadra è formata da Rocco e Veronica con Massimo e Raffaele. “Raffaele è il fratello di Veronica: lui si occupa della cottura, io dell’impasto – prosegue Rocco -. Massimo, nostro cugino, va in giro a fare le consegne ma anche a far conoscere il nostro pane. Veronica si occupa della contabilità. Il nostro pane è fatto esclusivamente  a partire dalla pasta madre che io curo maniacalmente, come una seconda figlia. Ci ho messo tanto a ottenere il pane che volevo. Tanti esperimenti, tanti tentativi. Ho dovuto capire come funziona la pasta madre che, al contrario del lievito di birra, cambia con i giorni, a seconda della temperatura, dell’umidità dell’aria. E anche i pani cambiano. All’inizio questa cosa mi sconcertava, poi un amico fornaio lombardo mi ha detto ‘ma tu pensi di essere lo stesso tutti i giorni della tua vita? Anche per il pane è così’. Abbiamo fatto lunghe riunioni di famiglia, su composizione, consistenza, cottura giuste: volevamo capire fino in fondo come funziona il pane. E grandi ricerche per trovare il fornitore giusto e affidabile: ora ne abbiamo solo due, un mulino del cuneese e un mulino emiliano; producono farine biologiche di qualità. Il nostro pane è molto apprezzato e questo ci fa piacere anche se, come ci dicono ‘con le soddisfazioni non ci paghi il mutuo’. Però l’apprezzamento conta, e gli ordini, considerando anche il momento di crisi, fioccano, per fortuna”.

Il mondo, la città, la campagna
E la vita di città non vi manca? “A dire il vero viviamo Torino meglio adesso di prima – risponde Rocco -. Quando stavamo in città lavoravamo tanto, tornavamo a casa distrutti e non uscivamo mai. Ora teniamo i contatti con gli amici, seguiamo quel che succede leggendo i giornali e su Internet, così quando c’è qualcosa che ci interessa ci andiamo senza pensarci due volte. La viviamo un po’ da turisti e ho l’impressione di conoscerla meglio ora”. “Fare il pane ci piace, ma abbiamo tanti altri progetti, nel campo dell’alimentazione naturale, del cibo biologico e sano come il nostro pane – prosegue Veronica -. Siamo vulcanici: se solo avessimo tanti soldi quante idee, faremmo tante di quelle cose! E poi ci piacerebbe anche realizzare un qualcosa che dia un senso più profondo alla nostra esistenza, dedicarci a un progetto di solidarietà. Ma è ancora presto per la filantropia. Nell’immediato ci piacerebbe riprendere a viaggiare, come facevamo da fidanzatini: andare alla scoperta di posti lontani, sentirci cittadini del mondo. E alla fine tornare qui. Io poi voglio rimettermi a disegnare. Per anni ho disegnato, avevo anche una mostra in progetto a Torino, ma tutto si è interrotto con la gravidanza. Ora vorrei riprendere seriamente”. “Tutti i nostri progetti contiamo di realizzarli restando qui. Non siamo tentati dall’idea di tornare in città – concludono -. A Chiesanuova si vive bene. Non c’è lo smog, c’è la natura, la bambina può crescere libera di sporcarsi a piacimento e di fare tutto quel che vuole, correre, urlare, saltare senza limitazioni . Non è meraviglioso?”.

L’Agriforneria
Sono il lievito madre, le farine biologiche, l’acqua, l’aria di montagna e la cottura in forno a legna a render così buono il pane dell’Agriforneria. Lo si può trovare in selezionati negozi di alimentazione bio o ordinare tramite Gas o Gac. Per informazioni: info@agriforneria.it, www.agriforneria.it

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