Partorire nel mondo

Il circolo delle donne, l’epidurale di default, i massaggi delle levatrici, l’influenza dei quadri astrali, l’importanza del contatto skin to skin: sei donne raccontano l’esperienza di partorire nel mondo

 

Tanzania – Francesca, mamma di Sofia, 6 anni, e Amina, 14 mesi

Com’è partorire nel mondo? Sei mamme ci raccontano la loro esperienza. Ci dice Francesca: “Vivo in Tanzania da 8 anni con mi marito Maxmillian. Quando ho scoperto di essere incinta, ero indecisa se tornare in Italia per il parto, avremmo dovuto lasciare il lavoro per molto tempo, non era facile organizzarsi. È stato il mio ginecologo italiano a rassicurarmi: ‘Verifica se nell’ospedale c’è un incubatrice, se c’è la possibilità di fare un travaglio d’urgenza e una trasfusione di sangue. Se queste condizioni sono soddisfatte, resta lì’. E così ho fatto”.

Una gravidanza serena

“In Tanzania si vive la gravidanza come un evento del tutto naturale, ci sono tanti bambini, tante donne incinte, nessuno fa particolare caso quando vai in giro con il pancione. Sono stata contagiata da questa tranquillità e ho vissuto i 9 mesi con poche preoccupazioni. Anche il parto è andato benissimo. Sono arrivata in ospedale quando si sono rotte le acque, mi hanno subito portato in una stanza dove c’era un’altra donna che partoriva – eravamo separate solo da un telo. Gli uomini non entrano in sala parto, anche per rispettare la privacy delle altre donne, ma non ho sentito la mancanza di mio marito, ero più libera di concentrarmi su quello che stavo vivendo. Non ho avuto molta assistenza, ogni tanto passava un’ostetrica che ci controllava. Le mie contrazioni non erano molto dolorose, quindi non sapevo bene a che punto fossi, mi concentravo sull’orologio appeso alla parete chiedendomi quanto sarebbe durato ancora. A un certo punto ho visto l’ostetrica che si metteva gli stivaloni di gomma e la pettorina e ho capito che ci avvicinavamo all’ultima fase. E lì sono stata presa dal panico, non avevo seguito corsi preparto e temevo che non ce l’avrei fatta. Mi hanno rassicurato: ‘Ce la fanno tutte, andrà bene. Non gridare, non sprecare fiato, urla solo quando arriva la contrazione’. Così ho fatto, ho iniziato a respirare bene e la bimba è nata velocemente. Siamo usciti dall’ospedale dopo 24 ore e Sofia era già avvolta nel kanga, la stoffa tipica colorata che viene utilizzata un po’ per tutto, anche per portare i bambini”.

Il circolo delle donne

“In Tanzania i ruoli dei genitori sono più distinti, gravidanza e parto sono cose da donne, l’uomo ti sta vicino e si limita a organizzare la logistica. In particolare, c’è un’usanza ho molto apprezzato. Dopo la nascita, la neomamma e il bebè stanno per un periodo dalla madre del papà che si deve occupare di loro. Sono andata da mia suocera quando Sofia aveva un mese: dovevo solo allattare, mangiare e dormire, a tutto il resto pensavano le donne del villaggio. Per la prima volta ho imparato a delegare, non si può fare tutto da sole con un neonato!”.

Guatemala – Giulia, mamma di Mila, 6 anni, ed Eluvia, 4

“Vivo in Guatemala da 8 anni. Quando ho scoperto di aspettare Mila avevo un contratto di lavoro e non volevo interromperlo, così ho deciso che sarebbe nata qui. Mi sentivo tranquilla, ma ero indecisa su come farmi seguire. La sanità pubblica non funziona molto bene, quella privata è molto interventista, difficile scampare a un cesareo. Circa la metà delle donne in Guatemala partorisce in casa, con una levatrice e le donne della famiglia: la loro concezione della gravidanza e della nascita mi affascina ma la sentivo che del tutto mia.
Poi ho avuto la fortuna di incontrare un’ostetrica tedesca che vive qui da 20 anni e ha aperto un centro di maternità. È stata lei a seguirmi in entrambe le gravidanze, ma ho sperimentato anche qualche elemento delle tradizione Maya”.

Un evento intimo, fatto di dettagli e di cure

“Le donne indigene partoriscono in casa accompagnate da una levatrice, è un evento intimo, fatto di dettagli e cure. Quando ero incinta di Mila vivevo in un villaggio sull’altopiano nordoccidentale: ho conosciuto delle levatrici che mi facevano favolosi massaggi e mi accompagnavano nel temazcal, la sauna maya molto utilizzata durante la gravidanza e il postparto. Mila è nata nel centro di maternità mentre Eluvia è nata in casa. Per entrambe ho scelto il parto in acqua e il mio compagno era in vasca con me.
Dopo la nascita qui c’è l’usanza di avvolgere i fianchi e il ventre nel fajado, una guaina di tessuto che favorisce la chiusura del bacino, ma ha anche il significato simbolico della chiusura, è un rituale di passaggio. Un’altra tradizione che ho assaporato è il bagno di vapore con erbe medicinali, che aiuta l’utero a rientrare, a espellere tutti i coaguli e cicatrizzare”.

Corea – Giulia, mamma di Noemi, 11 anni

“Ho vissuto con Gregor in Corea dal 2005 al 2008. Quando ho scoperto di essere incinta ho subito pensato che sarei rimasta lì a partorire: è un paese moderno con una Sanità che funziona bene. I primi 6 mesi sono stata seguita da una ginecologa e ho seguito un percorso simile all’Italia, ecografie, esami del sangue. Unica differenza: è vietato per legge dire il sesso del nascituro, perché alcuni scelgono di abortire se è femmina. Svelano il sesso solo agli stranieri, se lo chiedono: per dircelo ci hanno chiusi in una stanzetta appartata, che non si sapesse in giro!
In Corea è diffuso il cesareo programmato in base ai quadri astrali, si sceglie la data per far nascere il piccolo in un periodo favorevole. Il 2007 era l’anno del maiale d’oro, che avviene raramente e porta fortuna – il tasso di natalità è stato altissimo in quel periodo. C’erano pancioni dappertutto e ospedali in overbooking”.

Mobili Transformer

“Negli ultimi 3 mesi sei seguita dal ginecologo di riferimento dell’ospedale che scegli per partorire. Io desideravo un parto naturale e ho optato per un piccolo ospedale con un ginecologo poco interventista, insieme al quale ho compilato la lista dei desideri. In questa lista, che si fa sempre, descrivi come immagini il tuo parto ideale: posizioni preferite, analgesia, allattamento, segni tutto. Quando siamo arrivati in ospedale per il parto ci hanno accompagnato in una piccola sala rosa con tappezzeria a cuoricini e dei mobili tipo ‘transformer’ che si adattavano a seconda del momento. Ero serena, anche se il travaglio è stato lunghissimo e le ostetriche mi parlavano in coreano. Il ginecologo passava raramente, solo nell’ultima fase è rimasto e per fortuna lui parlava inglese! Non appena Noemi è nata ci hanno portato una zuppa gelatinosa a base di alghe, considerata portentosa per riprendere le forze. Non ce la potevo fare e così per educazione l’ha mangiata Gregor! Noemi è stata qualche ora nella nursery, ricordo ancora le file di bambini coreani con le facce tonde tonde e i capelli nerissimi e in mezzo lei così piccolina e bianca – mi spiace non aver fatto una foto, era un’immagine bellissima”.

Stati Uniti – Alessandra, mamma di Sofia, 4 anni, e Sebastian, 11 mesi

“Vivo negli Usa dal 2005 e da 7 anni a Chicago: i miei figli sono nati in due grandi ospedali della città. Se hai la fortuna di partorire in un buon centro e di avere una buona assicurazione, come nel mio caso, l’esperienza è davvero positiva. Durante la gravidanza ho seguito un corso preparto abbinato a un corso di pronto soccorso (così ci si porta avanti per quando c’è il bambino!) e una lezione sull’allattamento.
Un aspetto che mi ha molto colpito qui è l’attenzione per il dolore, quasi un’ossessione, l’epidurale è diffusissima e te la propongono in qualsiasi momento, anche se arrivi tardi in ospedale. Io ero indecisa se farla, ma alla fine l’ho chiesta ed è stata un’ottima idea! Dopo il parto, è considerato importantissimo favorire il primo contatto ‘skin to skin’ tra bebè e genitori. Mi hanno tolto il camice già nell’ultima fase del parto e non appena i bimbi sono nati me li hanno appoggiati sul petto. Non ricordo altro di quei primi momenti, solo io e i bambini, attaccati. Una meraviglia. Poi li hanno passati a Neale, mio marito, anche lui a torso nudo, con il bebè in grembo e una copertina a tenerli caldi”.

Congedo di maternità retribuito non garantito

“In ospedale avevamo una stanza tutta per noi: la privacy è molto rispettata e il personale non entra quasi mai in stanza, per lasciarti godere il momento in pace. Dopo tre giorni puoi tornare a casa, ma non ti lasciano uscire dall’ospedale se non hai già scelto un pediatra e fissato un primo appuntamento.
Negli Stati Uniti il congedo di maternità retribuito non è garantito, solo alcuni datori di lavoro illuminati lo concedono, solitamente per 3 mesi. In generale non c’è la cultura di stare a casa dopo il parto, così anche io ho ricominciato a lavorare dopo qualche settimana. Negli uffici sono molto diffusi i tiralatte, spesso c’è una stanzetta apposita e un frigorifero per conservare i biberon. Ho tirato il latte anche nella lounge dell’aeroporto mentre andavo a una conferenza a Parigi, ma ricordo ancora il magone della prima separazione”.

Dubai – Valentina, mamma di Reda, 19 mesi

“Sono arrivata a Dubai nel 2017 con mio marito Ahmed. Ero al terzo mese di gravidanza e non conoscevo nessuno, ma ho presto incontrato un gruppo di mamme italiane. Sono state loro a raccomandarmi la ginecologa italiana che mi ha seguito fino al parto.
Qui la sanità è ottima ma costosissima. Una cosa che mi ha colpito è che a Dubai una donna non può essere incinta se non sposata legalmente. Pena la prigione.
La ginecologa mi ha raccontato che in generale sono molto richiesti i cesarei programmati o epidurali potentissime, per paura del dolore. Io temevo invece di più di non sentire le contrazioni qui avevo chiesto di procedere senza analgesia, anche se alla fine abbiamo dovuto ricorrervi, ma più leggera. A Dubai lavorano persone che arrivano da ogni parte del mondo e questo mix di culture era ben rappresentato durante il parto: oltre alla ginecologa italiana mi seguivano un’ostetrica siriana, una indiana e un’infermiera giordana – per cultura le donne qui non si fanno visitare dagli uomini, il reparto maternità è dunque tutto al femminile. Dopo il parto, che è stato lunghissimo, mi hanno portato in una grande stanza arredata solo con un lettone tutto per noi, è stato meraviglioso dormire abbracciati la prima notte. Un privilegio durato poco: se non ci sono problemi si resta una sola notte e poi si torna a casa. Era agosto: fuori c’erano 50 gradi con umidità all’80%”.

Un paese amico delle famiglie

“A Dubai è davvero facile vivere con un bebè perché tutto è pensato a misura di bambino. È un paese molto sicuro, esci di casa senza chiudere la porta, ogni condominio ha un playground e spesso la piscina. Per il momento ci troviamo bene, ma non vorrei che Reda crescesse qui dopo i primi anni, perché si vive in una sorta di bolla. Chi è ricco ha una vita confortevole con ogni servizio a portata di mano, la povertà esiste, ma non si deve vedere. Un aspetto che invece mi piace è la multiculturalità; nel nido di Reda i bambini sono tutti figli di expat, ha l’amichetto camerunense, il siriano, il canadese. Parlano lingue diverse ma si capiscono benissimo e le foto di classe sono una meraviglia!”.

Cile – Pippy, mamma di Amalia, 3 anni, ed Edoardo, 6 mesi

“Con mio marito Rodolfo viviamo sospesi tra due continenti: la nostra prima figlia è nata in Cile, il secondo in Italia. Tra le due esperienze è stata decisamente meglio la prima: in Cile si vive la gravidanza in modo molto più rilassato e meno medicalizzato. Il ginecologo mi tranquillizzava, dandomi le giuste informazioni, senza trasmettermi paure o impormi divieti. In Cile è la donna a scegliere dove e come partorire, il ginecologo e l’ostetrica che ti seguono in gravidanza sono sempre presenti durante il parto. In ospedale c’erano due sale di ‘Attenzione integrale al parto’, dove si fa tutto, travaglio, parto, controllo neonatale. La mamma non si sposta, è la stanza a trasformarsi a seconda del momento. Nella prima fase c’è un letto o la vasca per il travaglio, la palla da Pilates, anche un divano per chi assiste, un ipad con l’eventuale playlist. I papà sono molto presenti e coinvolti, possono anche assistere ai cesarei, e tradizionalmente sono loro a tagliare il cordone”.

Il pacchetto nascita

“Un’usanza particolare è di radere i capelli ai bambini appena nati e fare i buchi nelle orecchie alla bambine. Si tratta di un servizio compreso nel pacchetto nascita, cui mi sono opposta: lasciate i capelli a mia figlia! Se tutto va bene, resti in ospedale 3 giorni durante i quali ricevi le visite di personale specializzato pronto a rispondere a ogni tuo dubbio o problema. Nell’ospedale c’era anche una Clinica di allattamento sempre aperta: ci siamo tornati anche dopo un mese perché non ero sicura che Amalia mangiasse abbastanza. Una volta tornati a casa, mi sono sentita un po’ sola, mi pesava la lontananza da mia mamma, dalla famiglia. Però in giro ci sono famiglie dappertutto: in Cile fanno tantissimi bambini, da giovani, i parchi sono pieni di carrozzine e passeggini, così non senti tanto l’isolamento”.

 

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