Quando la paternità sceglie un altro percorso

La storia di Matteo, che diventa padre “senza virgolette”, protagonista una relazione che nasce scegliendosi, giorno dopo giorno e pezzo dopo pezzo

Ci sono storie di famiglia che non iniziano da un test di gravidanza, né da un’ecografia. Storie che non seguono il percorso previsto, ma quello reso possibile da due cuori che si incontrano o una famiglia che si costruisce come un puzzle dai pezzi di colore diverso. Storie che nascono da un incontro, e mettono radici grazie alla presenza costante, ai gesti quotidiani ripetuti tante volte che da soli costruiscono la ‘casa’.

Quella di Matteo e Ada è una di queste: una storia che parla di paternità inaspettata, di legami che si costruiscono senza condividere il DNA ma con la fiducia, e di quanto, però, sia importante che il mondo riconosca ciò che il cuore sa da tempo e che si riesca, prima o poi, a dare un nome alle relazioni.

La paternità, imprevista, che entra in punta di piedi

Quando Matteo inizia a frequentare Valentina e conosce sua figlia Ada, la bambina ha già cinque anni. È curiosa e vivace, non ha ricordi della separazione dei genitori perché era molto piccola e, nonostante l’affido condiviso, vede il padre biologico solo di rado. Matteo entra in casa di Valentina in punta di piedi, senza un ruolo definito, come si fa quando si entra in una stanza che non è la propria. “Non ero abituato ai bambini, ero un po’ titubante”, racconta. “Ma quando ho conosciuto Ada, invitato da Valentina per fare i biscotti, è scattata una simpatia immediata. Bastava essere naturali, e tra noi è nata da subito una relazione giocosa”.

La frequentazione tra la mamma e il nuovo amico procede bene, finché non arriva la pandemia. “In quel periodo mi stavo trasferendo in una nuova casa e ho colto l’occasione per stare qualche giorno con loro”. Quei pochi giorni diventano due mesi intensi e bellissimi, in cui la nuova famiglia accelera senza che nessuno lo avesse previsto. Quando il lockdown finisce, Matteo prova a tornare nella casa nuova, ma vivere separati non è più possibile.

“All’inizio non pensavo a me come a un padre”, dice. “Ma stavo diventando l’altro adulto di riferimento: quello che la accompagnava a scuola, che la ascoltava, che le leggeva le storie. Senza accorgermene, ero diventato la persona che cercava quando aveva paura e che sapeva cosa le piaceva e cosa no. E spesso, inconsapevolmente, parlava di noi come dei suoi due genitori”. Ci sono episodi che Matteo ricorda come piccole “investiture indirette di responsabilità”, ma non c’è un momento preciso in cui tutto cambia: è la quotidianità che trasforma la vita, lentamente.

La sua paternità nasce così: non in un atto biologico, ma in un gesto ripetuto, una presenza costante, un’abitudine condivisa, un affetto che cresce.

La magia e il buio: essere padre senza poterlo dire

La parte luminosa è facile da raccontare: l’amore, la complicità, la gioia di crescere insieme. Quella più difficile, Matteo l’ha tenuta per sé a lungo.

“Mi sentivo padre in tutto, tranne che nei documenti. E il mondo te lo ricorda continuamente”.

Le occasioni non mancano: ogni volta che si viaggia e serve l’autorizzazione del padre, quando bisogna firmare i permessi scolastici, o semplicemente quando ti chiamano “patrigno”.

“Puoi dirti che non conta, che l’importante è quello che vivete insieme. Eppure conta. Perché non siamo isole, e l’identità la costruiamo anche attraverso lo sguardo degli altri. C’era una dissonanza costante tra quello che sentivo e il fatto di non potermi definire quello che ero”.

È qui che la sua storia si intreccia con quella di tante famiglie non tradizionali: famiglie che esistono nei fatti, ma faticano a trovare riconoscimento nelle parole, nelle leggi, nei moduli, nel linguaggio di tutti i giorni.

“Prima di arrivare all’adozione avevamo valutato altre strade, come l’affido esclusivo, ma nessuna era davvero soddisfacente”.  C’era anche un pensiero che non potevano ignorare: cosa sarebbe accaduto ad Ada se a Valentina fosse successo qualcosa? Senza un riconoscimento legale, non avrebbe potuto restare con Matteo e sarebbe andata a vivere con un genitore all’estero, perdendo di colpo la persona che aveva vissuto come un padre.

“E anche nell’ipotesi di una separazione, senza nessun diritto su di lei, ti senti completamente esposto”, conferma. “L’idea è maturata insieme alla nostra decisione di sposarci. Il matrimonio avrebbe semplificato la procedura, ed era una scelta fortemente voluta, e richiesta esplicitamente, anche da Ada.

Col tempo ci siamo resi conto che il riconoscimento non era importante solo per me, ma anche per lei. All’inizio delle elementari, davanti alle prime domande dei compagni, le avevamo detto di spiegare che aveva due papà, e questo la faceva sentire speciale. Ma crescendo, come tutti i bambini, aveva bisogno di mettere in ordine i pezzi della propria identità. Di non fare più le virgolette con le dita quando diceva ‘mio padre’. Di avere una situazione chiara, che la facesse sentire uguale agli altri”.

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Il percorso legale: una gestazione di nove mesi

Quando Matteo e Valentina decidono di avviare l’adozione, sanno che sarà un percorso lungo. Lo intraprendono dopo aver affrontato il passaggio più delicato: il consenso del padre biologico, che vive lontano e non è presente nella vita di Ada. Per fortuna, acconsente alla proposta nell’interesse della bambina.

“L’attesa è durata nove mesi. Una gestazione vera e propria”, spiega Matteo. In realtà sono trascorsi sei anni dall’inizio della relazione tra Matteo e Ada. E in fondo, nonostante i documenti e la burocrazia, nulla cambierà davvero: lui è suo padre da molto tempo. “È stato un passaggio sereno: senza rabbia, senza conflitti. Solo il desiderio di dare un nome a quello che già eravamo: una famiglia”.

Nel dicembre 2025 il Tribunale dei Minori di Torino accoglie la richiesta. Matteo e Ada sono ufficialmente padre e figlia: bisogna festeggiare. “È stato come riallineare ciò che sentivamo con ciò che potevamo finalmente dire. Un sollievo profondo”, ricorda con commozione. “Quel giorno Ada mi aveva preparato una caccia al tesoro e nell’ultimo biglietto era scritto: abbiamo il consenso, mi puoi adottare”.

La genitorialità non è un legame di sangue

Oggi Ada non deve più fare le virgolette con le dita quando dice “padre”; non deve spiegare, giustificare, precisare. Ha già chiesto ai suoi insegnanti di aggiungere il suo nuovo cognome.

Matteo non ha mai pensato alla paternità come a un destino biologico: per lui è stata una possibilità che la vita gli ha messo davanti, che ha saputo riconoscere e scegliere ogni giorno, molto prima che un giudice lo scrivesse su un foglio. “Non puoi sceglierti i genitori, non puoi sceglierti i figli, dicono. Non è vero. A volte puoi, e a noi è stata concessa questa fortuna”.

La sua storia ricorda che la genitorialità non è solo un fatto di sangue, ma presenza, cura, responsabilità. È un legame che nasce dalla chimica dei sentimenti: ossitocina, sorrisi, abbracci, tutto ciò che rende un genitore nel senso più profondo del termine. “Lei mi ha insegnato a essere padre. Non nel modo che immaginavo, o che gli altri immaginano, ma era quello giusto per me. E, a dire il vero, non mi è stato fatto pesare: famiglia e amici mi hanno quasi sempre trattato come il genitore di Ada a tutti gli effetti. Ma ci sono ancora considerazioni che mostrano quanto siamo legati all’idea biologica di genitorialità. Quando mi chiedono perché io e Valentina non vogliamo un figlio ‘nostro’, sottintendendo che Ada non lo sia davvero, perché non  ha il mio DNA, resto spiazzato. Non è un desiderio che sento: Ada è mia figlia, doveva e poteva arrivare solo così. Ora che i tasselli sono andati al loro posto, non ci manca nulla: è un incastro perfetto”. Il suo modo di vivere la relazione con Valentina e Ada può sembrare diverso dagli standard tradizionali: anche quando le persone si complimentano con lui, come se avesse compiuto un gesto nobile “aiutando” una madre single, si sente a disagio. “In realtà  sono io che mi sento come uno che ha vinto alla lotteria. Prima di incontrarle non avevo mai pensato di poter avere dei figli; poi ha capito che sì, sarei potuto diventare padre proprio in questo modo”. Forse è il momento di aggiornare non solo le leggi, ma anche le parole con cui descriviamo l’amore che cresce nelle case, per raccontare e dare spazio a un’idea più autentica e attuale di genitorialità.

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