La disostruzione pediatrica. Salvare la vita con una manovra

La disostruzione pediatrica è una tecnica che si impara e che può salvare la vita. Persino non conoscerla può causare danni gravissimi

Partiamo da un dato di fatto: in Italia ogni anno più di 50 bambini perdono la vita soffocati per aver inghiottito un corpo estraneo. Significa che il 27% dei decessi accidentali, secondo i dati della Società Italiana di Pediatria, è causato da un problema risolvibile che arriva a una conclusione fatale non tanto a causa dell’ingestione, quanto piuttosto per l’incapacità di soccorrere il bambino nel modo corretto.

Non sapere genera errori. Prendere per i piedi un bambino che è ostruito, o peggio mettergli le dita in bocca, sono i primi soccorsi che vengono in mente a chi non è preparato. Ma un numero di decessi così alto è un dato inaccettabile e come genitori, nonni, zii, insegnanti, educatori o semplicemente come persone che hanno a che fare con i bambini, abbiamo l’obbligo di informarci, perché la nostra conoscenza potrebbe salvare una vita.

La disostruzione pediatrica

La serie di operazioni che permette di liberare le vie aeree di un bambino ostruite da un corpo estraneo si chiama manovra di disostruzione pediatrica.

L’ostruzione avviene quando un oggetto (un boccone di cibo, un pezzetto di giocattolo, una caramella) entra nella trachea anziché procedere normalmente per l’esofago. I bambini con la trachea ostruita, se non aiutati, rischiano l’anossia, cioè la sofferenza e la morte delle cellule per mancanza di ossigeno e possono subire conseguenze gravissime, tra cui il decesso.

Ne abbiamo parlato con Barbara Durand, dell’Associazione Salviamo, mamma di due bimbe che durante la seconda gravidanza e dopo aver letto tantissimi libri di puericultura, ha visto per caso una trasmissione con un medico che spiegava quanto fosse comune il soffocamento nei bambini.

“Le notizie dei bambini soffocati a scuola per un pezzo di mozzarella o da una polpetta hanno cominciato a saltarmi agli occhi e a destabilizzarmi – racconta Barbara -. Continuavo a chiedermi: non c’è nulla che possa fare? Ho contattato la Croce Rossa e ho organizzato una lezione interattiva alla ludoteca che frequentava mia figlia, invitando amiche, nonne, tate e zie. Quante più persone conoscevo. Mi piace pensare che quella lezione abbia contribuito a salvare la vita alla figlia di una carissima amica che poco dopo si è ostruita per caso con un boccone di cibo. Per fortuna la mamma sapeva cosa fare”.

Una manovra facile che riesce nel 98% dei casi

Barbara decide di passare all’azione. Frequenta il corso da istruttore e impara i protocolli di rianimazione cardiopolmonare, diventando istruttrice.

Al corso incontra i genitori del piccolo Giulio, morto soffocato da una polpetta nel ristorante di un centro commerciale, con trecento persone presenti e non uno che sapesse cosa fare. La mamma di Giulio, Nicoletta, al termine del corso ci ha detto: “Voi siete genitori che avete potuto viaggiare nel tempo, tornare indietro e reperire quelle conoscenze che a noi sono mancate. Noi non abbiamo potuto fare nulla per salvare nostro figlio: voi avete il compito, il dovere di diffondere questa conoscenza”.

Vorrei poter dire a tutti i genitori, le maestre e le baby sitter – dice Barbara Durand -che stiamo parlando di manovre facili. Si imparano in poco tempo e nel 98% dei casi fanno la differenza”.

Per imparare la manovra ci vuole un corso

Frequentare una lezione sulle manovre di disostruzione pediatrica è essenziale. L’Associazione di Barbara, Salviamo, costruita assieme a Mario Caldera, opera sul territorio di Torino e organizza lezioni di due ore gratuite e aperte a tutti. Li trovate su Facebook come “Disostruzione Pediatrica Torino” .

Il lavoro di Marco Squicciarini, medico fondatore di Manovre disostruzione Pediatriche, in questi anni ha prodotto risultati. Dal 2009 Squicciarini è il referente della Croce Rossa per la rianimazione cardiopolmonare pediatrica, per l’uso del defibrillatore e per le manovre di disostruzione. La sua azione di volontario non si è mai fermata e ora è formatore nazionale Salvamento Academy e del centro Two Life. Il suo sito ha superato il milione di visite e ci si trovano poster e video utilissimi per approcciarsi e ricordare le manovre. C’è un calendario con appuntamenti aperti a tutti e corsi di formazione per diventare istruttori. Chiunque può farlo: non bisogna essere medici o infermieri. La formazione avviene a Roma.

Anche la Croce Rossa Italiana si occupa della manovre salvavita pediatriche su tutto il territorio nazionale. Il calendario aggiornato è sul sito.

Un bel progetto è Susy Safe, un registro di controllo per le lesioni causate da ingestione, aspirazione, inalazione o inserimento di corpi estranei (corrispondenti ai codici di malattia ICD9 che vanno dal numero 930 al 939). Susy Safe raccoglie i dati provenienti da tutti i Paesi, al fine di fornire un profilo di analisi del rischio per i prodotti causanti il soffocamento. Nel sito vengono valutate anche le differenze socio-economiche tra i cittadini dell’Unione Europea, che purtroppo influiscono sulla probabilità di rimanere vittime di soffocamento.

giulio manovra disostruzione pediatrica

La testimonianza della mamma di Giulio

Nicoletta è la mamma di Giulio, un bimbo che è morto soffocato nel ristorante di un centro commerciale a Bari il 20 agosto 2013. Nicoletta ha un blog che si chiama Io c’ero, dedicato alla cura del ricordo del figlio.
“Io c’ero il 20 agosto presso il ristorante dell’Ikea di Bari. Anzi a dirla tutta, noi c’eravamo dal 19. Alle 18 del 19 agosto sono andata all’ufficio informazioni per chiedere se era possibile pagare con un assegno. Avevamo urgenza di fare acquisti e nonostante la stanchezza da fine vacanza avevamo preferito approfittare del camper per il trasporto della merce. La risposta è stata un “sì” e alle 21, dopo la stanchezza nostra e dei bimbi, ci hanno detto che all’assegno andava affiancato il numero del conto corrente. Oggi per privacy non si stampa più sugli assegni, non ricordavamo il numero e non potevamo informarci presso la banca ormai chiusa. La tentazione è stata di lasciare la spesa lì, mandare tutto e tutti a quel paese e riprendere la nostra strada. Ma avevamo un progetto da portare avanti e gli acquisti si sarebbero dovuti concludere nel giro di pochi giorni (rimandando avremmo dovuto riprendere il camper, rifare 400 chilometri e trovare una soluzione per non esporre nuovamente i bimbi alla tortura del centro commerciale). Giulio era stato paziente e data l’ora, nel decidere il da farsi, si era meritato uno strappo alla regola: un gelato alla vaniglia prima di cena. Tra rabbia e stanchezza abbiamo assecondato la disponibilità del responsabile dell’Ikea che ci ha proposto di lasciare la spesa in magazzino e saldare il giorno dopo. Eravamo in camper. Il tutto ci sarebbe dovuto “costare” solo una notte in più.

Abbiamo sostato nel parcheggio dell’Ikea e Giulio quella sera ci ha fatto ridere come sempre, ma con delle espressioni nuove, con delle parole di cui sento ancora i brividi sulla pelle. L’indomani abbiamo aspettato l’apertura delle 10 e dopo aver ribattuto la merce, saldato il conto e caricato il tutto abbiamo pensato di cercare il letto a soppalco e i lampadari per “la casa nuova”. Giulio ha trascorso un’ora presso la Småland (l’area giochi) e dopo essere andati a riprenderlo, data l’ora e la stanchezza della mattinata, abbiamo deciso di mangiare qualcosa prima del ritorno. Abbiamo scelto il tavolo e il pranzo: insalata per me, polpette per papà, pasta per Giulio e come premio patatine fritte. Fila interminabile di Giulio e del papà per ritirare i pasti; seduti a tavola Giulio vuole essere imboccato come i bimbi piccoli; poco dopo il piatto di patatine pieno prende il posto del piatto di pasta vuoto. Nello stesso piatto però ci sono le polpette di papà. Un richiamo genitoriale ci ha distolti per pochi secondi dalla tavola e da lì la tragedia. Il papà è il primo a comprendere cosa sta succedendo: Giulio ha qualcosa in gola.

Istintivamente lo capovolgo e inizio a dargli delle pacche dietro le scapole ma una signora mi urla: “Così lo ammazza”. Mi sento gelare il sangue e lo ripongo a terra terrorizzata. Chiediamo aiuto e l’intervento di un medico. Paralisi. Come in un esperimento tutti guardano e nessuno agisce. Chiamo il 118: linea occupata. Mando al diavolo il telefono e urlo di chiamare un’autoambulanza. Nel frattempo arrivano due clienti, probabilmente una coppia, probabilmente due medici (nessuno lo sa e neanche la procura se lo chiede). Il personale di Ikea è inerte. Chiediamo una borsa medica ma i presenti non sanno dov’è. Dopo qualche minuto esce fuori, ma non contiene neanche una pinza usa e getta. Niente defibrillatore. I minuti passano e Giulio non reagisce, l’autoambulanza non arriva. Non so neanche se l’hanno chiamata. Prendo l’acqua come richiesto da chi tenta di aiutare Giulio, prendo un cucchiaio.

A un certo punto urlo “Ma questa autoambulanza arriva o no?” e una voce mi risponde: “Signora stia calma l’ho chiamata io” (per la serie: faccia la fila e arriverà il suo turno). Non dimenticherò mai quel volto, il volto di chi si arroga una responsabilità ma non agisce, quel volto di chi è pagata per averla e di chi son convinta non si è passata nemmeno per sbaglio la mano sulla coscienza. dopo molti minuti arriva il 118 ma non la macchina del medico. Mi chiedo come seguirò mio figlio in ospedale: ho la piccola, la carrozzina, il passeggino e il cuore a pezzi, non posso guidare il camper. Scendo le scale e chiedo al vigilante se è possibile predisporre una macchina aziendale per seguire l’autoambulanza. Risalgo e il medico è appena arrivato: sta discutendo con chi è stato al fianco di Giulio fino a questo momento ma non guarda mio figlio, non lo tocca, mentre lui ha ancora il boccone in gola. Il mio compagno urla di pensare a Giulio, di andare in ospedale. Io intanto porto i passeggini giù, aspetto ma ancora non scendono, risalgo e riscendo. Cinquanta secondi per arrivare al Pronto Soccorso, poco più di un chilometro di strada: questo era lo spazio e il tempo che separavano la vita dalla morte. Io non lo sapevo, nessuno ce l’ha detto. Io quel giorno c’ero, c’ero come mamma, c’ero come Phd in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, c’ero come docente di psicologia sociale. C’ero. E proprio perché non dimentico ciò che ho visto, avrei voluto non esserci”.

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