Stai fermo, stai attento!

Si sente dire: “Se i genitori avessero più fermezza, non ci sarebbero così tanti problemi d’iperattività e di scarsa attenzione a scuola”. Sarà vero? Sicuramente le regole, i “paletti” di riferimento, aiutano il bambino a controllare il suo comportamento, ma non sempre sono sufficienti. La questione è più complessa. Se è vero che i margini nel foglio aiutano a scrivere in modo ordinato, è altrettanto vero che non bastano per chi vuole rispettarli ma non ci riesce. L’incapacità di stare fermi, l’irrequietezza, la difficoltà nel porre attenzione a scuola o durante i compiti a casa, possono essere la reazione a un’ansia a cui il bambino non è ancora riuscito a dare un nome. Possono essere la conseguenza di altre difficoltà emotive o cognitive. Possono essere sintomi riconducibili a un disturbo d’iperattività e delle capacità attentive. In tutti questi casi, per individuare il tipo d’aiuto di cui necessita il bambino, è opportuno accogliere e comprendere i segnali, ma per i genitori non è facile orientarsi. Da un lato si sentono suggerimenti allarmistici, che riconducono l’iperattività a una “malattia” con tanto di sigla (ADHD, cioè Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività). Dal lato opposto le nonne, con il loro spontaneo buonsenso, minimizzano le difficoltà del bambino (“Vedrai che con la crescita passa”).

Allenatori d’attenzione
È bene sapere che con il tempo “non passa”. Anzi, si aggrava. Il comportamento iperattivo e le difficoltà di attenzione possono compromettere la capacità di apprendimento del bambino e mettono fortemente a rischio la sua relazione con i coetanei e con gli adulti. Soprattutto, generano in lui grandi frustrazioni e lo demotivano nei confronti della scuola. I genitori sono i primi a sentirsi a disagio, sia perché è complesso gestire tali difficoltà, sia perché c’è un pesante giudizio di fondo sulle loro capacità educative. Eppure questi genitori vanno supportati nel comprendere gli ostacoli che incontra il bambino; solo in questo modo possono diventare “allenatori dell’attenzione” e costruire insieme a lui le basi per imparare ad autoregolarsi e ad apprendere. Serve però un quadro di riferimento, senza il quale si finisce per adottare comportamenti poco equilibrati, che vanno dal “lasciarlo sfogare” alle punizioni severe, dai rimproveri alla resa incondizionata di fronte alle azioni educative fallimentari. L’impotenza, la rabbia e il senso di inadeguatezza creano e alimentano una distanza emotiva tra l’adulto e il bambino. E tutto fa soffrire tutti. Spesso i genitori hanno paura a chiedere aiuto per timore che una diagnosi si trasformi in un’etichetta che comprometta l’autostima del bambino. È prezioso, invece, costruire assieme a uno specialista una “mappa” degli aspetti più fragili e dei punti di forza del bambino.

Non vuole o non può?
Non basta dire “stai fermo” o “stai attento”. È come dire “dormi” a qualcuno che soffre di insonnia. Un bambino che non riesce a fermarsi allo stop dell’adulto, anche se conosce le regole e desidera obbedire, è un bambino che non ha sufficienti risorse per farlo. Bisogna essere consapevoli che non c’è mancanza di volontà né un atteggiamento oppositivo o di sfida. La fatica che fa il bimbo è legata alla sua carenza nelle abilità necessarie per programmare, mettere in atto e portare a termine con successo un comportamento finalizzato a uno scopo. Tali funzioni sono chiamate “esecutive” e sono fortemente influenzate dalle risorse di attenzione. I bambini con difficoltà d’attenzione hanno anche altre caratteristiche comuni: inciampano a scuola negli errori chiamati “di distrazione”, faticano a iniziare un compito e a lavorarci per un tempo adeguato, faticano a gestire i rumori che provengono dalla finestra, faticano a fare la cartella e a organizzare il materiale scolastico. L’attenzione però si può allenare. Esistono specifici training svolti da psicologi specializzati che insegnano al bimbo a gestire le interferenze e ad aumentare gradualmente l’attenzione su un compito. Anche i genitori, con la guida di un esperto, possono diventare buoni allenatori.

I videogiochi
Una domanda che si pongono spesso i genitori è: mio figlio è distratto a scuola, ma è attentissimo quando gioca ai videogiochi. Può sembrare strano che un bimbo “iperattivo” riesca a stare fermo e immobile per ore con una console in mano. Il punto è che il videogioco stimola una funzione attentiva specifica, quella guidata da uno stimolo esterno e interessante. Non stimola però l’attenzione richiesta a scuola, quella “sostenuta”, necessaria per ascoltare una spiegazione non eccitante o per eseguire i compiti a casa.

[Sabrina Marzo]

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