Storie di ordinaria paternità

La voce ai papà, che qui raccontano che cosa è cambiato con la nascita dei loro figli

Impauriti, entusiasti, giocosi o nostalgici, i papà hanno voglia di esserci così come sanno esserci. E di raccontarsi. Abbiamo raccolto le loro storie.

Quei desideri che cambiano

“Non vivo come un sacrificio non fare più aperitivi la sera o giri in moto nel weekend. Ne ho fatti talmente, tanti negli anni passati, che adesso non ne sento il bisogno”

Simone, impiegato

“Da quando sono diventato papà sono cambiate le mie priorità – dice Simone, neopapà -. Non l’ho realizzato subito, anche se ovviamente ci avevo pensato anche prima che il mio bimbo nascesse. Dormire poco, aiutare la mamma dopo una giornata di lavoro… beh, non si ha più l’energia di uscire e vedersi con gli amici. Tuttavia, i mesi trascorrono e io mi accorgo che i miei desideri sono proprio cambiati. Ora preferisco passare il tempo libero con la mia famiglia, non vivo come un sacrificio non fare aperitivi la sera o non organizzare giri in moto nel weekend. Ne ho fatti talmente, tanti negli anni passati, che adesso non ne sento il bisogno. Sento invece forte il desiderio di passare più tempo possibile con il mio piccolo e godermi le risate e l’entusiasmo di quando mi corre incontro o mi mostra qualcosa che per lui è nuovo, tornando a essere una scoperta anche per me. Attraverso di lui mi sembra di riscoprire la passione per tutto quello che c’è nella vita. In quei momenti la stanchezza svanisce e così anche lo stress della giornata. Viviamo in un piccolo appartamento e per farci stare tutte le cose che servono abbiamo trasformato gli spazi innumerevoli volte. Siamo in continuo mutamento, come le emozioni che ci accompagnano. A volte siamo veramente allo stretto, ma, invece di pesarmi, tutto mi sembra più intimo, più familiare. Ho l’assoluta certezza che ciò che sto vivendo è quanto di più vicino possibile alla definizione di vita piena e ricca. Un legame emotivo che ci unisce, come le maglie di una catena, proprio come il braccialetto che Roby mi ha regalato quando sono diventato papà”.

Mannaggia a quel giorno

“E hanno pure preso il cane!”

Giovanni, impiegato

“Diceva un vecchio saggio: un giorno di gioia, nove mesi di trepidazione e una vita di stenti. Vi basta questa, come definizione della mia vita da papà?”. A parlare è Giovanni, che, alla voce ‘professione’ dice: lavoro come un matto per mantenere la famiglia. “Non immaginavo che potessere essere così grande il carico di responsabilità. Ho due figlie e una moglie: faccio davvero fatica a entrare nella mente di così tante femmine. Ero (e sono) un tipo sportivo, amavo e ancora amo le motociclette e le camminate, lo sport e la vita all’aria aperta. Invece mi ritrovo sempre in minoranza, in camerette tutto-glitter, con poster di sconosciuti cantanti alle pareti e un tappeto di vestitini per terra. Ordine e disciplina sono un ricordo lontano. E hanno pure preso il cane! Quello che piaceva a loro! Non un maremmano da 70 chili capace di camminare per ore in montagna, ma un chihuahua da un chilo e mezzo che viaggia nella loro borsetta e dorme nel mio letto! Mi guardo allo specchio e dico: io non ero così.

E allora mi chiedo: me ne vado o stringo i denti?”

Lontano 35 ceci

“Si può fare tutto, anche a distanza”

Giuseppe, impiegato offshore

“Ogni volta che ricevo il biglietto per una nuova destinazione all’estero, inizio a entrare in tensione per quello che mi attenderà: altri 35 giorni fuori casa. Guardo i miei figli con gli occhi di chi dovrà lasciare tutto e partire. Il nostro rapporto è basato sulla fiducia, mi sento sereno, so di lasciare mia moglie organizzatissima ma con un carico di lavoro notevole. Partire e stare lontani è comunque difficile. Quando mia figlia era più piccina, le lasciavo una bottiglietta con 35 ceci. Ogni mattina toglieva un cecio con l’aiuto della mamma. Col passare dei giorni i ceci diminuivano e la bambina poteva quantificare visivamente quanto mancava al mio rientro. Oggi Lucia ha nove anni ed è più consapevole. Pantaleo ha due anni ed è presto per iniziare con i ceci. Nonostante la distanza, riesco a essere un punto di riferimento per i bambini grazie ai mezzi di comunicazione di oggi. È difficile, certo, perché via cavo molti argomenti si amplificano. Non nascondo che ci sono momenti dove mi manca la routine di casa. Colmo questo vuoto leggendo o lavorando più ore di quanto dovrei. Nel mio ufficio ho affisso lavoretti, disegni e foto per sentirli sempre vicini. Quando rientro in famiglia, mi rendo conto che sono cresciuti, fisicamente e intellettualmente. Con pazienza e buona volontà abbiamo raggiunto questo nostro equilibrio speciale. Abbiamo un motto in famiglia, che urliamo stringendo in cerchio le mani di tutti: “Si – può – fa – re”. Tutto, anche a distanza”.

Un papà in maternità

“Ho preso la paternità a tempo pieno con lo stesso entusiasmo con cui sarei partito per l’Erasmus”

Marco, papà in congedo

“Ho appena stampato la ricevuta dell’INPS che mi concede due mesi di maternità – dice Marco, ingegnere che per il prossimo periodo sarà un papà a tempo pieno -. Il congedo di maternità, a me, essere umano di genere maschile, padre. Mi fa sorridere ogni volta che lo vedo scritto. Sono padre da poco più di cinque anni e padre per la seconda volta da tre. Per entrambi i figli ho fatto domanda di allattamento e congedi. Perché? Perché voglio essere padre, perché voglio esserci, perché ne ho bisogno io e ne ha bisogno la mia compagna che lavora. E soprattutto perché abbiamo scelto di essere una famiglia di quattro, alla pari. Questi due mesi di paternità a tempo pieno li ho presi con lo stesso entusiasmo con cui sarei partito per l’Erasmus, con un desiderio vero e profondo di fermarmi e di stare. I ragazzi crescono: voglio proprio dedicare questo tempo a loro e alla mia compagna. Insieme, a quattro, alla pari”.

Un vecchietto fastidioso

“Da persona un po’ maniaca del controllo ho dovuto piegarmi al fatto che un bambino è il caos mandato sulla terra”

Pietro, consulente comunicazione

Pietro, non giovanissimo genitore ma genitore da poco, ha avuto suo figlio Simone dopo una ricerca durata sette anni, che ha visto avvicendarsi un paio di tentativi di Fivet, la fecondazione in vitro, e parecchi periodi sconfortanti. “Quando Simone è arrivato, peraltro in modo naturale, mia moglie e io siamo rimasti ‘piacevolmente sconvolti’. Da allora, complice il fatto che siamo una famiglia nucleare che più nucleare non si può, dato che i nonni sono molto anziani e distanti, siamo in tre a fare squadra. Appena dopo il parto ho deciso di prendere un mese di congedo parentale. Abbiamo imparato entrambi come gestire il bambino e nel corso degli anni ci siamo assestati su una divisione dei compiti che prevede da parte mia un notevole impegno in cucina e nelle pulizie. Oggi ci dividiamo la logistica (io lo porto a scuola e mia moglie lo riprende) e le inevitabili giornate di malattia (con i risicati cinque giorni all’anno spettanti a ognuno dei genitori). Come papà cerco di stare il più possibile vicino a Simone, condividendo con lui le esperienze dettate dalle sue passioni: giochiamo, guardiamo i cartoni e disegniamo insieme, mentre discretamente gli propongo anche le mie (l’arte, il cinema, il rock). Cerco di comunicargli il rispetto per le diversità e l’empatia, due qualità che considero fondamentali. Stiamo lavorando, con qualche difficoltà, sulla concentrazione e la pazienza, altre due virtù mai troppo celebrate. Rinunce più o meno se ne fanno sempre, ma preferisco chiamarle compromessi. Da persona un po’ maniaca del controllo ho dovuto piegarmi al fatto che un bambino è il caos mandato sulla terra, ma è una sfida che mi piace affrontare ogni giorno. Mi piace parlare con mio figlio di grandi temi filosofici, di vita, di morte, di amore, di relazioni e di emozioni, sempre cercando di usare un linguaggio e degli esempi che possano andare bene per la sua età e scopro che questi dialoghi sono spesso molto più stimolanti di quelli che si possono fare con tanti adulti. Recentemente, in uno di questi confronti, gli ho detto che diventerà un uomo meraviglioso. Lui mi ha guardato e mi ha risposto: ‘E tu diventerai un vecchietto fastidioso’. Ovviamente, ha ragione lui”.

A cucinare il brodo

“Rimango ad osservare Martino e Viola e penso a quanto mi hanno spinto a diventare un uomo migliore”

Dario Benedetto, attore e autore

“Io sono il tipo di papà che aspetta la febbre dei figli per cucinare i brodi. Brodi seri, cotti ore e ore con gallina e capponi. Perché cucinare per loro è un atto d’amore puro, non ci sono ambiguità. Adoro di notte andare ad accarezzare i loro capelli, senza svegliarli. Rimango ad osservare Martino e Viola e penso a quanto mi hanno spinto a diventare un uomo migliore. Non ho ambizioni, sono il papà che vorrei essere, perché sono naturale come non lo sono mai stato. Nel bene e nel male”.

Diverso da come immaginavo che fosse

“Alla fine essere genitori è la forma di amore più totalizzante che esista”

Un ragazzo diventato papà, blogger

“Essere papà è una di quelle che cose che ho sempre sognato. Poi un giorno mi ci sono ritrovato, e devo dire che è stato totalmente diverso da come immaginavo che fosse. Non tanto per le sensazioni che si vivono, quello no. Alla fine essere genitori è la forma di amore più totalizzante che esista. È stato diverso il modo di rispecchiarmi il quel ruolo, completamente diverso. Non pensavo potesse esistere un motivo tanto forte, permeante, dolce ma allo stesso avvolgente, per migliorarmi. E invece è così: esser diventato papà ha coinciso con un dovermi trasformare, evolvermi, diventare una persona forse più adulta, certamente migliore di come ero “prima”. Non so se sia frutto di servizio, di voglia di amare qualcuno, non so se sia il sapere che devi prenderti cura di qualcuno: sta di fatto che è così che è andata. Ho scelto di essere un padre che cerca di mettere a frutto questa trasformazione che non puoi controllare, di approfittarne, e diventare un essere umano migliore. Pensare che forse posso anche essere migliore come persona, e non solo come padre. Ed è stato questa, forse, la scoperta più bella di tutte”.

Migliore amico e cavaliere invincibile

“Cosa vuole dire essere papà? Non lo so, appena lo capisco ve lo dico”

Simone di Famiglia Nomade

“È un giorno di di inizio Gennaio dei miei 20 anni, fuori fa freddo e dalla finestra entra una luce soffusa. Nello studio una musica leggera, d’attesa. Nella mia mano quella della donna della mia vita, 19 anni, una maturità da dare e tanta, tanta paura.  Da lì a poco ci avrebbero detto che saremo diventati genitori. Cosa pensavamo? Forse nulla o forse tutto. Non ricordo bene. Ricordo solo che mi tremavano le gambe. Tocca a noi, entriamo. Agli occhi di quella dottoressa saremo sembrati dei bambini eppure, siamo usciti di lì come famiglia. Dal giorno alla notte siamo diventati grandi, mamma e papà. Da lì è iniziato un percorso bellissimo, fatto di risate, pianti, disperazione e felicità smisurata perché essere papà é tutto questo. A volte é guardare il vuoto pensando i propri piccoli grandi, fantasticare su chi saranno, altre è guardarli con gli occhi gonfi di lacrime perchè crescono troppo velocemente e li vorremmo sempre piccolini, a misura di papà. Cosa vuole dire essere papà? Non lo so, appena lo capisco ve lo dico. Credo per ora sia essere un’amico con più esperienza per Leo ma anche un cavaliere invincibile per la Cami. Per oggi, nelle nostre gite di trekking, a parlare di natura, universo, sentimenti e progetti futuri lì respiro intensamente, forte”.

Basta pensare, è ora di agire

“Poi ho smesso di pormi troppe domande e son passato all’azione”

Silvio Petta, Superpapà

“C’è da fare una piccola premessa: mi sono sempre piaciuti i bambini. Con mia moglie abbiamo desiderato da subito mettere su una famiglia, era il nostro sogno. E sono diventato padre di due bambini. A 27 anni mi sentivo un papà felice, a volte inadeguato, mi addentravo in questo percorso con tanto entusiasmo contrapposto al forte senso di responsabilità che tuonava nella mia coscienza: “Sarò un bravo padre? Darò l’esempio giusto?”; me lo domandavo ogni giorno. Poi ho smesso di pormi troppe domande e son passato all’azione. Il fatto che mia moglie dovesse lavorare fino a tardi è stato determinante: mi dovevo dar da fare. Ed è iniziata così una fantastica e complicata avventura di pianti e pappine da riscaldare, corse dal pediatra e gelati al parco. Ho riscoperto la felicità di giocare con le macchinine e le costruzioni, proprio come quelli che usavo io. Ci siamo divertiti a tracciare i sentimenti e gli umori su un foglio con pennarelli e matite colorate. Ho trascorso pomeriggi al parco e serate a guardare i cartoni; abbiamo fatto insieme i primi compiti e i primi litigi. Ho letto fiabe e inventato storie prima di vedere i miei cuccioli addormentarsi prima di chiedermi il bacino della buona notte. Per i miei piccoli ero un superpapà, un papà speciale che si prendeva cura di loro. Ero solo un semplice papà che si sentiva scoppiare il cuore dalla gioia”.

Il fallimento raccontato ai figli

Era fallita l’azienda di papà, ma non papà, felice di rialzarsi e ripartire insieme a loro”

Andrea Visconti, autore e formatore

Quando la mia azienda è fallita non ho voluto trovare scuse per i miei figli: ho raccontato loro cos’era successo, nel linguaggio che ritenevo più giusto per loro; la video fiaba. Mi premeva che sapessero che era fallita l’azienda di papà, ma non papà, felice di rialzarsi e ripartire insieme a loro”. Quella fiaba è diventata virale e oggi Andrea con l’associazione FailGood usa le video fiabe per raccontare altre storie positive di fallimento e di educazione digitale. “Dopo la fiaba sul fallimento ho capito che davvero non ho nulla da insegnare ai miei figli: posso solo raccontare loro ciò per cui vivo io ed essere un padre presente”.

 

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