Tre storie (e tre libri) per raccontare come nasce un papà

Non tutti gli scrittori hanno dei figli e ancor meno numerosi sono i papà che scrivono per mestiere. Quando però le due componenti si combinano, la reazione può essere unica e poderosa. Un momento di “grazia” creativa, di magia che permette di infondere il talento dentro uno dei vissuti più intensi che una persona possa sperimentare. E’ capitato (e capiterà) a tanti. Tra questi papà scrittori abbiamo scelto tre storie: belle, affettuose, simili e al tempo stesso differenti. Da queste storie sono nati tre bellissimi  libri.

 

Ciak, si scrive

Quella di Stefano Di Polito, regista di professione e autore del recente e struggente “Mirafiori Lunapark” (2015), è la storia di chi, di solito, è abituato a trasformare le emozioni e i pensieri in immagini e a farle interpretare da un attore. Questa volta no: ha preso carta e penna e ha deciso che l’opera finale l’avrebbe modellata con le sue mani, senza intermediazioni. “La paternità era un momento che aspettavo da tempo e quando io e la mia compagna Marìa abbiamo scoperto della gravidanza avevo finito da poco di girare il mio film. Ero in una fase in cui mi trovavo svuotato, dovevo ricaricare le energie e cercavo una nuova ispirazione che alimentasse la creatività”. A dare questo impulso, forte e unico, è stata la piccola Lucìa,  con l’accento sulla “ì”, come la mamma. Perché la compagna di Stefano è andalusa e per il periodo della gravidanza è voluta tornare nel luogo in cui viveva prima di abitare a Torino, sull’isola di Tenerife.
Ce ne sarebbe già abbastanza per una sceneggiatura coi fiocchi: location, intrecci, luoghi del cuore. Ma questa volta la macchina da presa rimane nell’armadio. E’ la penna a tracciare sui fogli i rivoli di una storia che deve ancora realizzarsi, ma che è già viva. “Sapere che sarebbe stata una bambina ha scatenato in me un innamoramento folle, mai provato prima. Per me era una scoperta totale, quasi un completamento. E così, quando ci siamo trasferiti sull’isola, in un appartamento in affitto per non pesare troppo sui miei suoceri, ho cominciato a scrivere lettere a mia figlia. In tutto 27, senza una cadenza regolare, scritte quando l’impulso si faceva impellente. In queste lettere mi rivolgevo a lei come se fosse già nata. Le raccontavo tutto; le emozioni dell’attesa e il mio divenire padre”.

Il risultato, arrivato nelle librerie lo scorso 30 novembre, è un volume dal titolo “E poi sarà amore“, edito da Imprimatur e promosso e distribuito da Rizzoli. “E’ stata la prima volta in cui ho scritto con la finalità di scrivere, senza dover poi pensare a un film. Ritengo sia un regalo di Lucia, un dono pensato per lei, ma che si è rivelato soprattutto un dono per me. Mi ha dato la consapevolezza di dover diventare un esempio per lei e mi ha anche regalato una costanza nello scrivere che non avevo prima”.

La storia di Lucìa, nelle lettere scritte da papà Stefano, comincia dall’esame morfologico. “Fuori dall’ospedale trovo una scritta su un muro – Ciao bella – che è quasi premonizione che sarebbe stata una bambina. Ed è in quel momento che realizzo che i bambini nascono con una missione da compiere e con un talento da sviluppare. E se ci riusciranno questo sposterà un po’ gli equilibri del pianeta. Una consapevolezza che mi ha riportato a quella che doveva essere la mia missione e che in quel momento diventava un passaggio di testimone”.
Fare un libro e non un film, per chi di mestiere fa il regista, è però un atto di grande coraggio, in cui ci si espone senza filtri. “Ma è stata come un’esplosione interna, personale, in cui scrivevo i miei sentimenti e avevo la certezza di non sbagliare”.

Lucìa è nata il 20 dicembre del 2014, ma il libro vede la luce solo a fine 2017 perché l’urgenza era personale e non commerciale. “Volevo creare qualcosa che lei potesse leggere, ricercando il senso profondo della paternità. Per tre anni l’ho lasciato in un cassetto. Poi, per caso, al Salone del Libro, ho incontrato un editore molto attento ai temi dell’infanzia e, tra le chiacchiere, è venuto fuori che avevano pubblicato il diario di una futura mamma. La mia opera era l’ideale completamento”.
Restava però un dubbio. Un non detto che pesava. Ma Lucìa avrebbe voluto che un diario di questo genere fosse pubblicato e condiviso con una platea ampia ed estranea?  “Un giorno, su una panchina di Puerto de La Cruz trovo un libro abbandonato. E’ un’enciclopedia sulla genitorialità, aperta proprio sul ruolo del padre. Lo prendo come un segno quasi soprannaturale. Lucìa mi confermava il suo consenso ad andare avanti”.

 

 

Così come capita nel film, anche il libro dedicato a Lucìa contiene un messaggio sociale che va oltre il rapporto padre-figlia. “Tra le righe ribadisco l’importanza del ruolo del padre nel combattere la piaga della violenza in famiglia. L’uomo è chiamato a compiere gesti d’amore che la società spesso inibisce. Noi uomini siamo spesso prigionieri di stereotipi che ci impediscono di parlare del nostro essere padri. Sono le donne che ne parlano tra loro; noi riusciamo a farlo solo in maniera autoironica o cinica e così arriviamo alla paternità completamente impreparati. Anche perché la gravidanza modifica in modo evidente il corpo della donna, mentre quello dell’uomo sembra rimanere immutato. Nessuno si accorge di un uomo che sta diventando padre. Ma in realtà qualcosa si modifica anche nel suo corpo. Si allunga il collo ad esempio. In senso figurato. Ci viene chiesto di essere più attenti, di osservare meglio, di controllare cosa succede nella nostra famiglia e intorno a essa. E in un certo senso, se la gravidanza per una donna ha una fine evidente, il processo di paternità non termina mai e ci si continua a formare costantemente”.
Stefano cerca di scardinare alcune convenzioni. “Il giorno del parto mi sono comprato un paio di pantaloni nuovi. Compriamo vestiti per ogni occasione e mai per quelle davvero importanti”. 

 

Il gioco doppio di Luca

Chi scrive un libro dal titolo “Un genitore fantastico!” rischia di essere frainteso.  Quello firmato da Luca Dondoni, infatti, non è un testo autocelebrativo, perché nella vita – oltre a essere un papà di una truppa di tre maschietti di 7, 9 e 12 anni – Luca, che vive a Udine, è uno psicologo e psicoterapeuta e la sua specializzazione lo porta anche a fare supporto alla genitorialità. Insomma, un doppio gioco per lui. O meglio, un gioco doppio, in cui riesce a immedesimarsi sia nel ruolo del professionista che in quello del paziente. “Nel mio libro ho cercato di trasmettere alle persone tutto quello che la psicologia può dire e consigliarci per essere dei buoni genitori. Ho cercato di radunare quei principi teorici che possono tramutarsi, se applicati nella realtà, in consigli. E addirittura in esercizi”
Ma se lo psicologo lascia il campo al papà-scrittore, l’effetto qual è?
“Scrivere questo libro mi ha aiutato molto. In alcuni casi, mentre lavoravo ad alcune pagine mi soffermavo a pensare e a riflettere sul mio ruolo di padre. E ho iniziato a mettermi in discussione”.
Un esempio sono le pagine dedicate alla punizione. “Una pratica che, per quanto spesso possa sembrare l’unica soluzione possibile, io sconsiglio vivamente. La punizione non modifica i comportamenti dei nostri figli. Nella migliore delle ipotesi – se dismettono un atteggiamento sbagliato – lo fanno solo per compiacere noi adulti, per tenerci buoni e non perché hanno capito l’errore.
Nel periodo in cui ho scritto di questo argomento, per settimane in casa mia non c’è stato un rimprovero. E’ come se mettessi in atto ciò di cui stavo parlando in un percorso bidirezionale che vedeva protagonisti me e i miei figli. Spero e credo mi sia servito per diventare un padre migliore. Il mio essere papà e psicologo sono cresciuti di pari passo, anche perché – oltre a essermi sempre occupato dell’età evolutiva – scrivevo le mie pagine appoggiato al tavolo della cucina, in mezzo ai ragazzi. “Un genitore fantastico” è un diario scritto sul campo al 90%”.

L’incognita, ora, è la reazione che avranno i figli quando saranno in grado di leggere e valutare il testo scritto da papà Luca. “Spero di essere stato all’altezza. Il concetto più importante che volevo far passare è che, da genitori ed educatori, è importante concentrarsi sulle cose positive esattamente nella stessa misura in cui ci si preoccupa di quelle negative. Ma se nel secondo caso si è spinti a cercare un rimedio, una soluzione, nel primo  si tende a dare tutto per scontato. Invece no: bisogna coltivare il sostegno, l’apprezzamento, il rinforzo positivo. Bisogna darsi da fare anche quando le cose vanno bene. Mi auguro che i miei figli, una volta diventati papà, possano sfruttare al meglio i consigli che ho scritto nel mio libro. Con il grande – che ha 12 anni – ci sto già lavorando insegnandogli a comportarsi con i suoi amici in maniera positiva, rinforzando i comportamenti che fanno piacere”.

 

Un pubblico (molto) esigente

Avevo cominciato a raccontare le fiabe a Rebecca per farla addormentare. Poi non bastavano più quelle che avevamo in casa e ho dovuto iniziare a inventarmele. Ma lei poi voleva sentirle ripetere continuamente e se cambiavo qualche dettaglio, mi bacchettava. Allora non ho avuto scelta: ho cominciato a prendere appunti. A strutturarle pian piano. Alla fine sono diventate un libro”. Si chiama Rebecca, compie 8 anni ad agosto ed è l’esigente editore che ha commissionato più o meno volontariamente alcuni racconti a Luca Indemini, giornalista e scrittore, che con Espressione ha dato alle stampe le fiabe della collana “StreetAland”, illustrate da Ale Puro. “Ho cominciato a scrivere in quarta o quinta elementare per il giornalino di classe. E non ho più smesso. L’arrivo di Rebecca nella mia vita ha dato un’impronta nuova a quella che è la mia professione. Accanto a quello che faccio di solito, durante l’attesa di mia figlia,  ho iniziato a prendere appunti e a compilare un diario che le darò quando sarà grande.  Sarà un bel modo per ricordare insieme momenti e dettagli che altrimenti andrebbero persi nella memoria, ma rappresenta anche uno strumento di dialogo tra me e lei, per affrontare temi e problemi che si presenteranno al crescere della sua età”.

Frasi, dettagli, appunti. Spiccioli di quotidianità che sono arrivati a comporre un puzzle più ampio. “Durante l’attesa ho cercato di immaginare il meno possibile l’aspetto e il temperamento che avrebbe avuto mia figlia.
La sua nascita ha modificato il mio stile di scrittura: ora sono portato a essere il più chiaro possibile e a semplificare al massimo per essere comprensibile a tutti. In senso figurato, trasmetto nella scrittura quello che faccio quando parlo con i bambini. Tendo quasi spontaneamente a piegarmi sulle ginocchia per avvicinarmi a loro. Non amo pormi dall’alto al basso e quando scrivo è la stessa cosa”.
Ma un figlio (una figlia, in questo caso) per casa, porta anche importanti modifiche nel modo di lavorare. “Lavorare a casa è un concetto sempre molto difficile da passare ai figli. Per loro se sei lì sei lì per loro. Difficile la conciliazione. E impari così a ottimizzare i tempi, ad avere maggiore disciplina nello scrivere. Se a un bimbo dici che arrivi tra 5 minuti, lui sarà lì ad aspettarti esattamente dopo 5 minuti, non si sgarra”.

Ma i racconti di papà Luca sono soprattutto legati a un elemento che ha contraddistinto le loro serate: il buio. “La cerimonia per far dormire Rebecca prevedeva che la mamma le leggesse una storia, poi arrivava il mio turno, dovevo raccontare una storia anche io, ma al buio. Quindi dovevo andare a memoria. Mi sono affidato alle Favole al telefono di Gianni Rodari e Rebecca si è affezionata soprattutto al personaggio di Giovannino Perdigiorno, che lei ha progressivamente storpiato in Giacomino. Poi le storie di Rodari sono finite e ho dovuto inventarmene di nuove, di cui lei ricordava ogni dettaglio e si lamentava se sgarravo. Poi le mie favole hanno iniziato a piacerle tanto. E ne abbiamo fatto dei libri”. Il resto è storia nota.

Quanto al diario della gravidanza, quando sarà il momento giusto per farlo leggere a Rebecca?
“Non mi sono mai posto un limite di tempo, ma immagino verso la fine delle elementari, magari leggendolo e commentandolo insieme nelle parti più facili da comprendere. Per ciò che riguarda temi più complessi, rimanderemo più avanti, quando sarà più grande e matura.  Tanti i ricordi da condividere e di cui ridere insieme come quella volta in montagna che proprio non voleva saperne di mangiare e aveva ancora tutto nel piatto. Perdendo la pazienza le ho detto “Rebecca, muovi questa mascella e mangia”. Lei mi ha guardato interdetta, poi ha iniziato ad agitare le braccia come a cercare di volare. Non capivo. E interrogativa replicò “hai detto ascella, no?”. Ecco, di certo ricordando questo episodio ci faremo una bella risata insieme”.

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