Surf mama: i racconti d’onda di Silvia, mamma, fotografa e surfer

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Silvia il mare lo vive davvero. La vedi inguainata nella muta da surf mentre si incammina verso l’acqua e pensi a qualche ancestrale divinità marina. Non è certo lei, ora, la Silvia che insegna fotografia a Milano, la Silvia con due figli, una casa, un compagno, un gatto, le piante sul balcone. Eppure, Silvia è insieme mamma e surfista, compiti e pinne, uno studio di fotografia in città e la salsedine sull’obiettivo.

Alla ricerca della mareggiata

A condividere la passione di Silvia ci sono Alessandro, consulente informatico, assieme a Diego, il figlio più piccolo.
“Quando, nel 2011, ho finito di lavorare per una grande società informatica, ho deciso che fotografare era il mio nuovo mestiere. La fotografia si combina perfettamente con la mia passione per il mare in movimento. Un connubio fortunato”.
Perché Silvia, fin da bambina, era quella che arrivava al mare e si tuffava, anche (e soprattutto) se c’era la mareggiata. Una volta mi ha chiesto di sorvegliare suo figlio sulla spiaggia. Neanche il tempo di rispondere ed era già in acqua, a nuotare verso il largo, così lontano che il bagnino ha cominciato a dare segni di nervosismo: “Scusi, è amica sua? Non può dirle di tornare a riva?”.

Alla ricerca del momento perfetto

L’amore per il mare ha portato Silvia al surf. “All’inizio fotografavo i surfisti dalla spiaggia, poi ho pensato che dall’acqua potevo trovare una prospettiva migliore”. In Australia Silvia ha cominciato a praticare bodysurfing, uno sport che usa il corpo e non la tavola per scivolare sulle onde. “È un approccio adatto alla fotografia. Sono poi passata al bodyboard, un altro tipo di surf con la tavoletta corta, quella, per intenderci, con cui giocano i bambini. Ne esiste una versione professionale che si usa proni, spingendosi  con le pinne corte per affrontare onde anche più impegnative di quelle che concede il longboard”.
Quando fotografa, Silvia è immersa in acqua. Aspetta il momento perfetto, aspetta il surfista da ritrarre oppure l’onda da cavalcare. Un gioco di acqua, movimento e lavoro con l’obiettivo, il cui prodotto sono bellissime immagini fluide e trasparenti, istantanee del movimento dell’acqua che portano lo spettatore direttamente dentro l’onda.

Il fascino primordiale dell’acqua

È un dato di fatto che la vista, il suono, il contatto, persino l’odore dell’acqua producano nell’uomo un senso di benessere. Il fascino sensoriale di questa vicinanza coinvolge neuroni, psiche ed emozioni, in una relazione così forte che è ancora tutta da studiare.
Sfidati dal mare, non ci si può distrarre un secondo – dice Silvia –, ma il contatto con l’acqua ha una dimensione ancestrale che produce uno stato mentale meraviglioso. Quello che si prova è diverso dal beneficio causato dalle endorfine che salgono, per esempio, dopo una corsa. Sei tutt’uno con l’acqua. E quando esci la tua mente è perfettamente in pace”.

Cavalcare l’onda

Per prendere un’onda bisogna fare fatica. La cavalcata dura in media sei secondi e le onde migliori sono davvero rare. Eppure nessun surfista si scoraggia. “Per surfare, ma anche per fotografare – dice Silvia – bisogna trovare prima di tutto la mareggiata. In Italia le mareggiate sono rare e sono soprattutto d’inverno. L’alternativa è scappare sulle onde oceaniche, che sono anche più belle. Ma siccome sono madre e ho famiglia, fare surf per me significa alzarsi alle cinque di mattina, viaggiare fino alla Liguria e tornare a casa appena dopo pranzo. Oppure, per non abbandonare il resto della famiglia, coinvolgerli tutti”.

Così cominciano i viaggi

Il nord della Spagna, il Portogallo, qualche volta la California, che è la grande passione di Alessandro. “Viaggi in cui entriamo tutti in acqua. Diego all’inizio aveva paura delle onde, poi ha fatto un corso, ha seguito un surf camp estivo con altri bambini, ha cominciato a divertirsi e ha scelto di continuare, anche se fino a qualche anno fa, a ogni inizio di stagione, aveva bisogno di un po’ di tempo per riacquistare confidenza. Adesso che è entrato nella preadolescenza, il surf è diventato una sua sfida personale. A Milano gioca a pallanuoto, che è uno sport propedeutico a sviluppare la bracciata. Si allena per avere fiato. In mare fa hand plane surf ed è venuto con me anche su ondate da un metro e mezzo. Sorvegliato, si è sempre divertito. Il surf per lui è una bella scuola di vita”.

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L’icona del surfista

L’immaginario dei surfisti è quello ereditato dall’America degli anni ’70, un mondo maschile e molto macho, con il van attrezzato che gira il mondo alla ricerca della costa migliore. “Il surf sta avendo un boom mostruoso – racconta Silvia – anche per la maggiore facilità con cui oggi ci si può concedere viaggi e attrezzatura. Sicuramente va di moda sembrare surfisti. Esserlo davvero, amare il surf è… beh, onestamente, è un’altra cosa!”.
Ci sono molte donne sulla tavola? “La figura femminile stereotipata è la ragazza del surfista, la bionda accompagnatrice che sta in spiaggia e occasionalmente entra in acqua. Anche in questo caso molto dell’immaginario è retaggio della cultura americana. In Europa e Australia la sensibilità è un po’ diversa e ho notato che sta aumentando il numero di donne che cavalcano le onde”.
Ma si fa surf da soli? “In genere è più sicuro praticare almeno in due. Affrontare l’oceano può essere pericoloso e la compagnia in acqua regala un senso di sicurezza e di aiuto reciproco. Anche se alla fine punti solo a una cosa: trovare l’onda migliore, in posti non battuti, dove le line up non sono affollate. E surfarti l’onda da solo”.

Non è all’acqua di rose

Non hai paura? Paura di venire risucchiata e sbatacchiata dalla corrente? Paura di non farcela, di farti male, di affogare? “Il surf non è uno sport all’acqua di rose, serve l’allenamento e un fisico preparato. Sì, ogni tanto ho paura di non farcela, motivo per cui non vado mai in acqua da sola e durante l’anno mi alleno in piscina. Ma il mare è una sfida. Sai che, se resisti, più in là c’è l’acqua calma dove puoi aspettare in pace l’onda buona da cavalcare”.
Nemmeno paura degli squali? “Raramente ho fatto surf in zone pericolose, come il Sudafrica o l’isola Reunion. Nelle acque locali, la presenza di squali non è un pericolo concreto, è più una paura ancestrale. Qualcosa di non troppo reale, simile al terrore di precipitare con l’aereo”.

Il posto più bello dove surfare?

“Sono molto innamorata del Portogallo che offre una quantità inesauribile di spiagge da surf, con un costo della vita piuttosto basso. Anche il Nord della Spagna, con i voli low cost, rende abbordabile la trasferta di tutta la famiglia. A volte costa meno che andare al mare in Italia”.
Ci viene anche il tuo primo figlio? “Lorenzo ha 25 anni. Qualche volta è entrato in acqua assieme a me per fare video, ma non ha la passione per il surf. Lui ha altro per la testa: suona la chitarra, i suoi interessi sono per la musica”.

SOS plastica

Il surf ti ha portato una nuova coscienza ambientalista. “Girando per le spiagge ci si rende conto dei disastri compiuti dall’uomo e del livello di inquinamento delle coste. Il mare è una delle nostre fonti di vita principali, eppure anche nelle spiagge lontane dei centri abitati si trova una quantità di plastica impressionante. Hai presente il Pacific Trash Vortex, la grande chiazza di immondizia galleggiante che si trova nell’Oceano Pacifico? La sua estensione non è nota con precisione, ma potrebbe essere grande quanto la Spagna e contenere cento milioni di tonnellate di rifiuti”.

Ogni surfista ha a cuore la pulizia delle acque? “La reazione automatica, quando ti trovi su una spiaggia sporca, è di raccogliere qualcosa. In genere lo fanno tutti ed è contagioso. La regola è portare via tre pezzi di plastica da smaltire correttamente nella raccolta differenziata. Ma la vera sfida sarebbe produrre meno plastica e promuovere chi sceglie materiali riciclabili”.
Un momento bello di tutta la famiglia al mare? “Quando ci troviamo tutti e tre sulla stessa onda, o quando siamo in acqua e ci facciamo il tifo a vicenda. Essere in acqua insieme è aggregante, è unificante. Sai come si dice, no? Share the wave”.

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