Ti porto con me, in fascia

È vero che la nascita di un bimbo coincide con la fine della gestazione, ma dopo i nove mesi mamma e cucciolo si separano solo metaforicamente. Il periodo che segue, e che si preparano ad affrontare si chiama: esogestazione e comprende i nove mesi che trascorrono dopo la nascita, una fase in cui il bambino, seppur separato dal corpo materno, è in tutto e per tutto dipendente, per il cibo, per la cura e per lo scambio affettivo.

Numerose tradizioni culturali mantengono un contatto ravvicinato col piccolo: si pensi alle mamme africane che si infagottano i bambini tenendoli stretti durante lo svolgimento di tutte le attività quotidiane. Anche qui ha preso piede questa modalità di relazione e i bambini, dall’abituale carrozzina e passeggino, sono tornati a contatto con gli adulti attraverso le fasce e gli altri supporti ergonomici. Va sfatato un preconcetto: portare i bambini in fasce non significa utilizzare un mezzo alternativo al passeggino e neppure inventare uno stratagemma per avere le mani libere. È un modo diverso di intendere il rapporto genitore-figlio: i genitori che scelgono di portare sono definiti “ad alto contatto”, una vicinanza che solitamente non si esaurisce con il portare in fascia, ma prosegue nelle ore notturne con il cosleeping e l’allattamento al seno.

Le consulenti del portare

Per sostenere queste scelte un po’ controtendenza sono nati movimenti e gruppi online di aiuto tra genitori ed esperti. Prende piede anche una nuova figura, quella della consulente per il portare. Analogamente alle consulenti per l’allattamento, questi “angeli del portare” aiutano le mamme, i papà e tutte le figure della nuova famiglia e insegnano a trovare il supporto ideale evitando acquisti sbagliati, spiegano come portare rispettando la fisiologia del bambino per non incorrere in posture sbagliate, permettono ai genitori di incontrarsi per lo scambio, sempre utile, di esperienze e informazioni.

Sono due le scuole attive a livello nazionale che garantiscono la formazione necessaria per ottenere il certificato di consulente del portare. La prima è “Portare i piccoli” (www. portareipiccoli.it), una scuola nata dall’associazione creata nel 2002 da Esther Weber, pioniera della materia in Italia. La seconda è “Scuola del portare” (www.scuoladelportare.it).

Sarah Cinquini, istruttrice certificata, formatrice e dal 2012 presidente dell’Associazione Portare i piccoli, sostiene da sempre l’importanza di portare i bambini in fascia. “Per nove mesi il bimbo è stato un tutt’uno con la mamma – dice Sarah – contenuto, cullato e protetto nel grembo, dove le sue esperienze e i suoi ricordi sono legati esclusivamente al contatto con lei. Quando il bambino nasce passa da uno spazio ristretto ma elastico a uno vuoto e freddo. Portare vuol dire restituire al bambino lo spazio, limitato, caldo e avvolgente più adatto a lui. La consuetudine del portare risponde a questa esigenza del bambino: la fascia gli permette di stare a contatto con la mamma, di sentire la sua voce e di ritrovare il battito del cuore che lo ha accompagnato nei nove mesi dell’attesa”.

Non solo nei primissimi mesi

Portare il proprio bambino vuol dire restituire al piccolo quel senso di sicurezza e contenimento che per nove mesi ha provato, cullato nella pancia della propria mamma. Anche chi non è pratico di questa tecnica può facilmente vedere come un bambino si acquieti e rilassi quando è contenuto in un abbraccio avvolgente. Ridargli un confine, far sentire che non esiste spazio estraneo tra il suo corpo e quello del genitore è uno degli aspetti fondamentali di questa pratica. Portare in fascia è fondamentale anche per favorire lo sviluppo visivo del piccolo, specialmente nei primi mesi, quando la distanza ottimale per la messa a fuoco è 20-25 cm, ovvero la distanza tra il suo viso e quello del genitore nel momento dell’allattamento o delle coccole. “I benefici del portare non si esauriscono nei primissimi mesi – continua Sarah Cinquini -. Anche andando avanti, migliorando le capacità motorie e sensoriali del bambino, la possibilità di accoccolarsi accanto al genitore serve al bambino per rilassarsi e sperimentare la base sicura da cui ripartire per scoprire il mondo sulle sue gambe”.

La fascia

Per portare accuratamente il bambino bisogna trovare il supporto più adatto alle proprie esigenze. Ne esistono di tre tipologie: i supporti non strutturati, quelli semistrutturati e quelli strutturati. Al primo gruppo appartengono le fasce. La fascia altro non è che una lunga striscia di tessuto resistente. “Si consiglia di iniziare con una fascia in cotone 100% con tessitura a saia o diagonale – spiega Sarah -, che conferisce al tessuto elasticità, permette di avvolgere e fasciare il corpo del bambino e di chi porta in maniera ottimale perché si tira bene senza schiacciare”. Com’è la fascia ideale? “Deve avere una lunghezza che può variare dai 2 ai 5 metri e una larghezza di almeno 70 cm. Questo supporto permette di portare il bimbo dai primi giorni fino ai 3 anni circa: prima davanti, poi sul fianco e sulla schiena”. Le posizioni variano a seconda dell’età e dello sviluppo del bambino. Cambiando la posizione cambia anche il modo in cui il bambino può relazionarsi col genitore e col mondo circostante. “Quando è sul petto della mamma il messaggio è ‘io ti proteggo’, sul fianco ‘dialoghiamo’, sulla schiena ‘tu mi segui’”. La fascia è il supporto più indicato dalle consulenti, poiché si adatta alla crescita del bambino e lo segue dalla nascita per anni. Analogamente alla fascia rigida c’è quella elastica, che però ha un tessuto più cedevole ed è consigliata fino ai 7 kg di peso. A questo punto la mamma o il papà potrebbero sentire la necessità di sostenere il bambino con le mani e questo è l’indice che il supporto non è più adatto.

Il Mei Tai e la fascia ring

Al secondo gruppo, quello dei supporti semistrutturati, appartiene il Mei Tai. “Il Mei Tai permette di portare il bimbo davanti, sul fianco e poi sulla schiena a partire dai tre mesi – dice Sarah Cinquini -. Questo supporto, che si ispira alla tradizione asiatica, consiste in un pezzo di stoffa quadrata con quattro lunghe bende, cucite in corrispondenza degli angoli, che servono per allacciare il bimbo intorno al corpo del genitore. Un altro modello che appartiene al gruppo dei semistrutturati è la fascia Ring, un tessuto di circa due metri, opportunamente cucito alle estremità, che si regola tramite due anelli di metallo. Indicata dai tre mesi di vita, permette di portare il bimbo sul fianco fino ai 2-3 anni. Per la maggior parte dei genitori è una seconda fascia e in commercio ne esistono di prodotte con lo stesso tessuto della fascia lunga”.

Il marsupio

Il terzo gruppo, quello dei supporti strutturati, comprende i marsupi ergonomici che garantiscono una corretta divaricazione delle gambe del bebè. “Il pannello tra le gambine deve essere abbastanza largo, circa 30 centimetri, per permettere lo scarico del peso sul sederino anziché sui genitali del bimbo – dice Sarah -. Il marsupio si può utilizzare dopo il quarto mese di vita, non prima perché il pannello non è regolabile.”

Le regole base

Bisogna assicurarsi che il supporto garantisca una protezione idonea della testa del bambino, almeno fino a che non sarà in grado di reggerla in autonomia. La posizione più adatta va scelta in base al peso. È fondamentale mettere in atto comportamenti che non creino rischi né per il genitore né per il piccolo, perciò si consiglia sempre di evitare la fascia in macchina, in bici o in acqua, di prestare attenzione ai movimenti del bambino, alla respirazione, di evitare di piegarsi se questo comporta il rischio di caduta e regolare il vestiario del bebè considerando il calore prodotto dal contatto con il corpo del genitore.

Infine, anche se sembra quasi ovvio sottolinearlo, è necessario individuare il supporto più idoneo, assicurandosi che abbia un tessuto traspirante, che sia colorato con colori atossici (fondamentale poiché spesso i bimbi si ritrovano a ciucciare le fasce), che la seduta sia ampia, la legatura sicura e non cedevole, che il peso possa essere distribuito accuratamente per evitare fastidi sia al portatore che al portato e che non vi siano frammenti metallici o altre parti ingeribili. “Il prodotto deve essere innanzitutto di qualità – spiega Licia Negri di Mhug (www.mhug.it) -, lavorato in maniera corretta e trattato con prodotti non tossici. Questa cura e continua ricerca è alla base della collaborazione tra Mhug e l’ospedale di Moncalieri (Torino) con cui sono state studiate fasce adatte ai bimbi nati prematuri. Supporti in fibra di bambù, atossici e confortevoli, sono stati realizzati su consiglio dei medici e sono disponibili solo in reparto. Portare i bambini prematuri è infatti, laddove possibile, un ottimo metodo per aiutare lo sviluppo di questi cuccioli”.

Portami, papà

Non solo mamme canguro: anche i papà sono bellissimi con fasce e marsupi. Il papà di Berenice è un “portatore” dal giorno delle dimissioni dall’ospedale. I lati positivi? Un contatto così forte e simbiotico da avvicinarsi a quello con la sua mamma. “Mi sento veramente beato a guardare e a stare a stretto contatto con Berenice, non so nemmeno cosa voglia dire una relazione diversa”.

[Silvia Garda]

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